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Carlo Sini, Introduzione alla fenomenologia

Un estratto

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1. L’“idea” della scienza rigorosa

Avvicinarsi alla fenomenologia significa innanzitutto assumere a tema l’idea di una scienza universale e di una filosofia rigorosa. Certo sarebbe possibile, e anche facile, non imporre all’inizio alcuna condizione; si potrebbe in tal caso fingere di non presupporre nulla e di partire, come si dice, da zero. Ma sarebbe, appunto, una finzione. Per prima cosa, la fenomenologia esiste; le opere di Husserl sono note, come è naturale, a me che scrivo e a molti di coloro che eventualmente mi leggeranno. E poi, non è solo questo. L’idea di una filosofia rigorosa non è una invenzione originale della fenomenologia, ma è nata con la filosofia, ovvero da quando l’uomo si è venuto rendendo conto del significato delle sue operazioni. “Fin dal suo prima inizio – scrisse lo stesso Husserl – la filosofia ha preteso di diventare scienza rigorosa, anzi di essere tale scienza da poter soddisfare alle più alte esigenze teoretiche e di render possibile, da un punto di vista etico-religioso, una vita guidata da norme razionali pure”. Ciò significa che l’idea della filosofia è a noi familiare e con essa, per conseguenza, “l’idea di una filosofia rigorosamente scientifica”.

Fingere di non essere inseriti, e in parte motivati da questa tradizione sarebbe non soltanto assurdo, ma anche inutile, perché la tradizione opererebbe egualmente in noi, seppure – ed è peggio – di nascosto.

Ciò non significa che l’idea di una scienza rigorosa si presenti a noi ben delineata e compiuta; anzi, in generale, tale idea è per noi meramente presuntiva e non sappiamo neppure se essa possa e debba realizzarsi. “Tuttavia, pur sotto questa forma di entità presunta e in una universalità indeterminata e finita, noi la possediamo; abbiamo dunque pure l’idea di una filosofia, senza che sappiamo se e come sia da realizzare. Noi la assumiamo come una presunzione provvisoria e l’accettiamo a scopo di ricerca”.

Non rinunciamo dunque a noi stessi e alla nostra storia individuale e collettiva per la pretesa di assumere una posizione in realtà falsa e per tutti inaccettabile; una posizione che inoltre non ci offrirebbe alcun reale vantaggio, malgrado l’apparenza di uno scrupoloso rigore. Confessiamo invece sin dall’inizio la nostra intenzione filosofica e scientifica cui la storia, la nostra storia, irresistibilmente ci inclina, e prendiamoci così per quel che siamo o sembriamo essere, affinché la paura di rimanere preda di pregiudizi non finisca per farci incorrere in pregiudizi più gravi.

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