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American Punk Hardcore (estratti)

Prefazione

MY WAR - La mia guerra

 

Ho pensato di raccogliere in questo libro i reperti della scena musicale hardcore-punk americana perché mi sembra che essa stia scivolando nel dimenticatoio. La sua storia si sta dissolvendo man mano che i protagonisti muoiono o scoprono la religione o cancellano i loro ricordi di quei giorni turbolenti.

Questo libro parla degli anni d’oro dell’american hardcore, dal 1980 al 1996. In questo breve periodo sono successe tante cose.

L’hardcore (HC) non è stato soltanto musica, è diventato anche un movimento politico e sociale. Chi ne ha fatto parte ha formato una tribù a sé stante. Alcuni di questi erano persone sconvolte o che avevano subìto abusi, e in questa musica estrema trovavano una via di fuga. Altri cercavano un mondo migliore o la maniera di abbattere lo status quo, ed erano parecchio arrabbiati. Quasi tutti volevano soltanto fare un gran casino. L’hardcore, un genere aspro e privo di compromessi, ha creato uno stile di vita ridotto all’osso. La sua intensità ha portato tanti nervi allo scoperto. Tutti noi a quei tempi eravamo aggressivi, incazzosi.

Come quasi tutta l’arte rivoluzionaria e qualsiasi pensiero originale, l’hardcore si è scontrato frontalmente con la società borghese innescando una reazione. In quanto sottocultura marginale ha ricevuto pochissima attenzione, e si è guadagnato ancor meno rispetto. I fighetti anticonformisti hanno dato una veloce occhiata alla sua dose di violenza adolescenziale, dopodiché hanno deciso di snobbare tutto il movimento.

Tanti ragazzini sconvolti “si sono ritrovati” nell’hardcore. Molti di loro adesso ti diranno cose tipo “sono venuto su convinto di essere strano, poi ho incontrato altra gente che la pensava come me e ho capito in fin dei conti di non essere un caso umano”. Se l’HC gli ha fatto questo, allora ha avuto successo. Per alcuni ha significato una preziosa rete di rapporti sociali, ad altri ha spalancato una ricca miniera musicale, ma per tutti quanti che vi erano coinvolti l’hardcore è stato una maniera di vivere, qualcosa che dovevano fare.

Il livello estetico era risibile. Tante band non sapevano nemmeno suonare e i loro pezzi erano privi di mestiere. Né si può dire che facessero molti sforzi per arrivare agli standard produttivi in auge. Però avevano QUELLO, una miscela contagiosa di musica straveloce, testi che facevano pensare e una gran faccia tosta.

Nessuno guardava troppo avanti. Noi che ne facevamo parte eravamo quasi tutti ragazzi e basta. Kids irrazionali. È stato anche questo a rendere così potente l’intera faccenda. La rabbia restava spesso priva di bersaglio, vedevi i kids nell’arco di pochi anni tramutarsi da metallari drogati e sbandati delle periferie a picchiatori skinhead o pacifisti vegani. Però evitiamo di intellettualizzare troppo. Accettiamo l’hardcore per quel che è stato, un fenomeno creato da migliaia di adolescenti alienati. Ci ha insegnato a non fidarci delle autorità e dei mass media. Ha innescato una ribellione che si comincia a capire soltanto adesso.

In questo libro ho parlato di quasi tutte le classiche band hardcore. Negli anni ho conosciuto “il colto e l’inclita” di tutte le città americane. Ho visto andare e venire i grandi e i pigmei. Li ho visti diventare le medesime tronfie rockstar commerciali contro cui in teoria si ribellavano un tempo. Conoscevo quelli che sono morti. L’ho vissuto di prima mano. Durante gli anni formativi della scena ho abitato a Washington, un posto simile al resto d’America. E la mia vita era simile a quella di quasi tutte le persone citate in queste pagine.

Come promoter di concerti hardcore, DJ di una radio di college, proprietario di un’etichetta indipendente, manager di band e organizzatore di tour ho avuto rapporti con quasi tutta la gente che vi presenterò tra poco. Ho ricevuto abbastanza ringraziamenti ed elogi? Alla resa dei conti sono soddisfatto.

Con questo libro regalerò ai protagonisti della scena non soltanto un posto sotto i riflettori ma anche un posto sul banco dei testimoni. Ho avuto modo di discutere con quasi tutte le figure importanti di quel periodo, in oltre 150 interviste. I protagonisti che non sono citati in queste pagine o non erano raggiungibili oppure non hanno risposto alle mie richieste. Ce n’è qualcuno con cui mi dispiace non avere avuto la possibilità di fare due chiacchiere, però ho fatto il possibile. Tutti gli altri si sono dimostrati, chi più chi meno, disponibili. Hanno confermato le mie teorie oppure segnalato i miei errori. Durante le ricerche sono stato costretto a separare i fatti dalle opinioni, costringendomi a rimettere in discussione qualche preconcetto. Ho cercato di ripulirmi da qualsiasi atteggiamento da saputello, dagli stereotipi, dagli slogan, dalle sensazioni viscerali e dalle reazioni automatiche sviluppate negli anni, e ho smesso di cercare sempre di difendere i miei gusti personali. Ancora oggi tra gli adepti hardcore sussistono atteggiamenti meschini e disgustosi, però mi sono almeno sforzato di evitare i malanimi.

Quanto alla veridicità, sia gli intervistati sia il sottoscritto raccontano i fatti come se li ricordano. Quelli erano tempi pazzi e lontani, e gli intervistati, quasi tutti quarantenni nel momento in cui scrivo, stanno riferendo i fatti di una giovinezza in tanti casi tumultuosa. E certe volte la verità viene distorta o riferita attraverso la lente deformante della nostalgia, dell’amarezza, del pettegolezzo, della memoria fallace o del cervello fuso. Detto questo, garantisco che ho controllato più che potevo. American Punk Hardcore non è una storia rivisitata basata su quanto io ero convinto che fosse successo.

Le esperienze, conversazioni, letture e ascolti di un’intera esistenza sono diventate un’immensa enciclopedia dentro la mia testa. Non sempre ricordo le origini di un fatto o di un personaggio, però ho citato tutte le fonti possibili. Ho passato cinque anni a fare telefonate e in giro in macchina per il paese a inseguire i musicisti di un gruppo, i promoter, gli appassionati e quant’altro.

Ci vuole una mentalità hardcore per scrivere un libro hardcore, su un movimento spontaneo, ribelle, indisciplinato, mai documentato. Ho scritto American Punk Hardcore in puro stile HC, mettendoci dentro tutte le cazzate del caso.

Quanto all’attuale revival dell’hardcore, non voglio negare alcuna legittimità all’angoscia degli adolescenti di oggi, però in questo momento mi sento dell’umore “Bene, suonatevi pure la vostra musica di merda! Ma perché scimmiottare la musica dei miei anni verdi?”. Mi sento molto simile a quei vecchi jazzisti o bluesman che suonavano la loro musica quando esisteva soltanto l’innovazione contro la formula e adesso vedono una manica di compiaciuti epigoni di ennesima generazione che rivendicano il vecchio stile come se l’avessero inventato loro. Ammettiamolo, l’hardcore non è più lo stesso. Può ancora produrre musica potente, ma è una forma artistica morta e sepolta. Oggi è relativamente facile starci dentro, ma allora era tutto un altro paio di maniche.

L’hardcore americano, all’epoca per lo più passato inosservato, ha dato i natali a gran parte della musica e della cultura che sono venuti in seguito. I fan di quel periodo dovrebbero sentirsi riscattati. Oggi a nessuno frega un cazzo del megagruppo da stadio che ha venduto fantastilioni di dischi nel 1983, mentre eroi hardcore come Black Flag, Dead Kennedys, Bad Brains, Misfits e Minor Threat restano tra gli immortali dell’era moderna. Mentre scrivo queste righe, mi sembra siano pochi gli artisti rock di successo che non siano stati influenzati dall’hardcore.

Come tutti i grandi artisti, le band hardcore “non hanno alzato un soldo” e “non hanno mai ottenuto quello che si meritavano”. Soltanto le generazioni successive di appassionati le avrebbero fatte assurgere a uno status “leggendario”.

Negli ultimi decenni il mondo è cambiato in maniera spettacolare. Quanto è successo all’inizio degli anni ottanta forse non accadrà mai più.

 

Steven Blush

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