di Agnese Trocchi, tratta da www.teknemedia.net, 24 luglio 2008
Intervista a Marco Deseriis, giornalista, ricercatore al Dipartimento di Media, Cultura e Comunicazione della New York University di New York e autore con Giuseppe Marano del libro Net.Art, l'arte della connessione.
A.T: Dopo cinque anni arriva questa nuova edizione, perché? Quali le differenze tra ieri e oggi?
M.D: La ristampa in primo luogo risponde ad esigenze commerciali, il libro era esaurito e la casa editrice riceveva nuove richieste nonostante il libro sia disponibile in rete in formato pdf. La nuova edizione aggiornata nasce da un cambiamento di prospettiva, non radicale, ma sicuramente significativo rispetto allo stile e ai contenuti. Il libro era uscito nel 2003 ma era stato concepito all'inizio del 1999 e completato nel 2002, un periodo in cui la net.art e altre pratiche di rete si trovavano in una fase che abbiamo definito come 'fase ascendente di networking'.
Negli anni '90 la rete era uno strumento nuovo che aveva un impatto molto forte sull'immaginario sociale su tre distinti livelli. Gli artisti vedevano nella rete la possibilità di creare una nuova forma d'arte senza intermediari. Gli imprenditori vi vedevano l’opportunità di fare affari in modo diverso, producendo in tempo reale in base alla domanda e affinando gli strumenti di marketing. Gli attivisti vedevano nella rete un potente mezzo per fare politica in modo orizzontale, svincolati dalle “tutele” di partiti e sindacati. Fino alla fine degli anni '90 anche se entravano occasionalmente in conflitto queste “anime” della rete erano spesso alleate. Sebbene profondamente diverse avevano in comune una visione “desiderante” della rete come strumento di trasformazione dei rapporti sociali.
Net.Art era stato scritto non solo guardando a quello spirito ma anche con quello spirito. Io e Giuseppe Marano eravamo interni a quella rete di relazioni e il libro rifletteva nel suo stile l'entusiasmo di allora. A cinque anni di distanza, molto di quest'entusiasmo appare come un prodotto della sua epoca e quindi l'operazione che abbiamo fatto per la nuova edizione consiste nello storicizzare il libro stesso con una nuova introduzione che offre una prospettiva storica che all'epoca non era così chiara. Il 2001 è l'anno in cui, con lo scoppio della bolla speculativa della new economy e la fine di una serie di investimenti compiuti a livello finanziario e libidinale, la rete finisce di essere il grande catalizzatore dell'immaginario sociale e diventa sempre più uno strumento di comunicazione di uso quotidiano. Per le nuove generazioni la rete è un dato acquisito, una seconda pelle e non più un oggetto non ancora identificato portatore di grandi promesse di cambiamento.
Che differenza fa un punto tra le parole net e art?
Sembra una differenza banale ma è molto significativa. Quel punto descrive una pratica che è basata su Internet ma allo stesso tempo è anche un'arte di fare rete e della collaborazione a distanza. Negli anni ’90 nasce un network di artisti che si auto-istituzionalizza usando mailing list, workshop, festival e una serie di momenti di incontro itineranti in real life. Il senso era: "Noi non produciamo solo contenuti che qualcun altro distribuirà ma li distribuiamo anche, quindi non siamo solo produttori d'arte ma anche critici e istituzioni: riproduciamo tutto il meccanismo del sistema dell'arte all'interno di questa sfera."
Il termine net art (senza punto) descrive invece un'arte “Internet based” che viene definita solo in base al mezzo di comunicazione di cui si serve (un po’ come la video arte per intenderci). Invece la stragrande maggioranza degli artisti che trattiamo erano in collegamento tra loro e realizzavamo progetti all'interno di una scena che cresceva e si sviluppava attraverso la collaborazione. Per questo il libro non è ordinato secondo criteri monografici, seguendo gli artisti dall'inizio alla fine del loro percorso. Il lettore si accorge quasi subito che gli stessi artisti ritornano nei vari capitoli e che siamo quindi interessati al modo in cui ogni progetto si contamina ed influenza gli altri. Guardando questa concatenazione possiamo capire il valore di quel punto tra le parole net e art: la scena stessa decise a quel tempo, attraverso un dibattito in rete e in luoghi reali, di autodefinire la pratica con un punto in mezzo.
La net.art si può definire un movimento di avanguardia?
Risposta difficile. In parte sì e in parte no. La net.art è un movimento concettuale che nasce nel momento di massimo impatto socioculturale della rete. Nei suoi primi anni secondo me è un movimento di avanguardia, sebbene non presenti le stesse caratteristiche storiche delle avanguardie del '900.
Nella net.art degli anni '90 ci sono chiari riferimenti alle avanguardie storiche del '900. Ad esempio riferimenti a DADA, lo stesso nome net.art è un ready made, una parola che nasce da un pezzo di software malfunzionante. Ci sono riferimenti a tutta una serie di operazioni fatte con l'arte e con le macchine, riferimenti all'arte concettuale degli anni '60, Joseph Kosuth e Sol LeWitt. Le due traiettorie della dematerializzazione dell'arte e della dematerializzazione tecnologica quando convergono danno luogo ad una serie di esperimenti di net.art che sono concettuali e si realizzano con la rete, ma hanno una potenzialità di applicazione che eccede la rete stessa. Questa è la ragione fondamentale per cui la net.art può essere considerata una pratica di avanguardia.
Il motivo invece per cui non può essere considerata tale è perchè non ha le caratteristiche tipiche delle avanguardie del '900. Ad esempio non ha uno stile unificante, non ha manifesti. Non c'è mai stato il tentativo di unificare i net.artisti sotto una bandiera, il sistema dell'arte è stato attaccato, come facevano gli avanguardisti, ma a livello individuale, non collettivo. Alla fine degli anni '90 il sistema si adegua e trova altri modi di valorizzazione per un'arte che non era poi così mercificabile e che ancora oggi viene difficilmente venduta anche se alcuni net.artisti che appartenevano a quella ondata hanno continuato a produrre e sono riusciti a diventare artisti con la A maiuscola e a vendere la loro opere.
Che rapporto c'è tra il web 2.0 e la net.art degli anni novanta? Era allora immaginabile per gli artisti un'Internet come quella che abbiamo oggi?
Anche questa è una domanda complessa. In un certo senso direi di no. Se parliamo di social network e degli user generated content direi di no perché non erano ancora stati sviluppati una serie di applicativi che rendevano possibile l’automatizzazione e integrazione dei contenuti che si ha con il Web 2.0. Google nasce nel 1998 ed è allora che si compie un primo passo nella direzione che attribuisce un valore fondamentale al link (Google indicizza i siti in base a quanto sono popolari n.d.r.). Nell’era dell’user-generated content, fare networking significa produrre capitale sociale, culturale e finanziario. Gli artisti in quel momento non erano minimamente orientati alla produzione di ricchezza per sé. C'erano gruppi che giocavano con questo ma non c'era la sensazione che integrando la produzione di contenuti si sarebbe prodotta una nuova Internet.
Allo stesso tempo la domanda di partecipazione emergeva da una serie di meccanismi che tendevano a trasformare il fruitore in produttore. C'è a questo proposito un famoso saggio di Walter Benjamin: "L'autore come produttore" in cui si dice che nel valutare un’opera d'arte non dobbiamo solo guardare al contenuto ma anche alla sua funzione; alla sua capacità di trasformare il più grande numero di fruitori in produttori. Benjamin si riferiva all’epoca al cinema e alla stampa, ma questo tipo di dinamica è al lavoro all'interno di tutti i nuovi media. Per una serie di ragioni storiche gli artisti e gli attivisti anticipano questo sviluppo. La cooperazione è in realtà uno dei concetti fondamentali dell'arte di quegli anni ed è uno dei temi che collegano la scena della net.art, la scena hacker e quella attivista e prefigura la nascita del web 2.0. C'è un articolo molto importante di Kevin Kelly del 2002, dopo il crollo della new economy, dove l’ex direttore di “Wired” sostiene essenzialmente che la più grande risorsa della rete non sono i capitali di ventura ma la produzione di contenuti da cui ripartire per costruire una nuova Internet. Il free sharing è il vero motore di Internet dopo lo scoppio della bolla della new economy e questo gli artisti già lo sapevano negli anni '90, anche se il loro obiettivo non era certo quello di costruire un nuovo modello economico.
Quali sono oggi progetti che definiresti ancora net.art?
Ci sono ancora gruppi come gli Yesmen o Ubemorgen o gli stessi etoy che erano attivi in quel periodo e sono ancora attivi adesso e altri gruppi e individualità che non sono più operativi. Tra questi gruppi alcuni hanno continuato a muoversi con quello spirito e altri no, ma tendenzialmente quella che è venuta a mancare è proprio la scena che aveva fornito la “linfa vitale” al networking degli anni ‘90. I progetti che si muovono in quello spirito (ad esempio Amazon Noir e Google Will Eat Itself di Ubermorgen, Alessandro Ludovico e Paolo Cirio) si trovano a operare oggi in un contesto radicalmente mutato.
Del resto non basta neanche dire che tutte le pratiche collaborative sono di per sé artistiche. Il mondo dell'arte tende ad appropriarsi di tutto e la transizione dal capitalismo fordista a un’economia immateriale favorisce la sussunzione di molte pratiche sociali all’interno del mondo dell’arte. Ma bisogna anche fare i conti con la tradizione artistica per capire se chi produce un lavoro basato sulla collaborazione esprime un'intenzionalità in questo senso. Il free software e l’open source nascono sempre da progetti collaborativi ma questo non significa che siano necessariamente delle opere d’arte. Gli hacker e i programmatori sono spesso del tutto disinteressati a una definizione del loro lavoro in questi termini, il che non significa che alcuni di questi progetti (si pensi al lavoro di Jaromil) non comunichino con il mondo dell’arte.
Perchè, come sostenete nella nuova edizione del libro, c'è un ritorno alla realtà materiale?
Il “ritorno del reale” è un'altra trasformazione che avviene dopo il crollo del Nasdaq del 2001. I cosiddetti locative media nascono all'intersezione tra una trasformazione nel campo dell'hardware e del software. Tecnologie wi-fi e palmari, e la grande popolarità dei software per la geomappatura consentono l’estensione delle pratiche creative di rete a soggetti, tempi e luoghi che negli anni ’90 non erano wired, cablati. Con l'avvento dei locative media le pratiche di networking “ascendenti” e “centripete” negli anni '90 cominciano a guardare alla realtà esterna. Un tempo era fondamentale essere wired, ora molto meno proprio perché questo processo di “naturalizzazione” della rete è molto più avanzato e diffuso. Gli artisti inoltre puntano molto ad allacciare relazioni con gruppi e soggetti che operano nel “mondo reale” e a livello locale. Poiché non ci si concentra più sull'autoreferenzialità del mezzo, un altro elemento proprio delle avanguardie storiche viene a mancare. La produzione artistica viaggia ora dall’interno verso l’esterno – e in questo senso la potremmo definire “centrifuga” – piuttosto che dal fuori verso dentro. La rete torna ad essere dunque “strumento” e vettore anziché oggetto del desiderio.