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Approfondimento

Addio Buffalo Bill

di Claudio Gorlier, tratto da "Tuttolibri", 21 marzo 2009

Il postwestern. Tra Wyoming e Montana, in una natura aspra e spietata, una galleria di cine-romanzi per lasciarsi alle spalle la leggenda, frantumando letteralmente non pochi tabù, a cominciare dall’omosessualità...

Wyoming, vero e proprio emblema naturale del West americano, con i suoi spazi estremi - neppure due abitanti per chilometro quadrato -, la sua natura variegata: racchiude il parco di Yellowstone e una cittadina, Cody, che prende il nome dal leggendario Buffalo Bill e dove potete assistere a irresistibili rodei. Lo dico per esperienza personale, rinnovata nella memoria leggendo il racconto di Annie Proulx, Brockeback Mountain e vedendo il film dal quale è stato tratto. Bene: proprio nel Wyoming trascorre lunghi periodi Proulx, e nel Wyoming sono ambientati i racconti di Ho sempre amato questo posto. Siamo nel cuore di quello che è stato definito “post-western”, efficacemente studiato da Stefano Rosso in un saggio nel volume Le frontiere del Far West, uscito nel 2008 da Shake edizioni (pp. 187, e 16). Se, da un lato, il “post-western” frantuma letteralmente alcuni tabù (in Brockeback Mountain quello dell’omosessualità tra mandriani), dall’altro, ci chiarisce Rosso, “il protagonista ci viene presentato come un soggetto con profonde difficoltà nel vivere sociale... un alienato che non si fa portatore di un progetto alternativo”. Ci siamo, con i nuovi racconti della Proulx, dove la visione dei classici personaggi dell’epica western gradualmente si frantuma, sia per le manifestazioni aspre, talora spietate, della natura, nella sua imprevedibilità quotidiana, persino gratuita, sia per la ricaduta di una crisi esistenziale che investe famiglie e singoli individui. Realismo, nel presente e nel lascito del passato, simbolismo nei termini della favola, sostanziano il tessuto di una narrativa di rara controllata lucidità. La grande epica del West è davvero, inesorabilmente, tramontata. Ne abbiamo una pregnante conferma nel nuovo romanzo Ferito, di un altro scrittore americano, Percival Everett, nato nel 1956 e autore prolifico. Ci troviamo, anche qui, nel profondo Wyoming, e aleggia nella vicenda il ricordo di un delitto crudele, nel 1998, presso Laramie, la capitale del Wyoming, l’uccisione quasi rituale di un giovane gay. Il protagonista narratore, John Hunt, un nero di mezza età, domatore di cavalli, ce lo racconta all’inizio del romanzo. Singolare personaggio, questo John, che si alza all’alba per spalare gli escrementi dei cavalli, cura un cucciolo di coyote con tre zampe, ma è un laureato in storia dell’arte collezionando Klee e Kandinskij. Vedovo, con una memoria presente della moglie, John ci racconta il suo passato, scandito sul presente mentre il futuro si affaccia, e quando arriverà, non ci sarà più nulla da raccontare. Un vero trionfo del “post-western “. Alla fine, dunque, è il silenzio. Quel “silenzio spopolato” che, forse, si impadronirà della scena, come ci racconta Alexandra Fuller nel preambolo del suo romanzo La leggenda di Colton H. Bryant, in uscita il 26 marzo per Mondadori. Non a caso ci troviamo, ancora una volta, nel Wyoming, di fronte a una vera e propria saga famigliare, fondata sulla storia autentica della famiglia dei Colton, come precisa in una nota finale l’autrice, sostenendo con un eccesso di modestia di “essersi concessa alcune liberà narrative”. Di fatto, la struttura narrativa del romanzo manifesta una dimensione riccamente originale nel taglio e nella misura del linguaggio, singolarmente brillante specie nell’invenzione dei dialoghi, grazie alla quale la vicenda procede. Accanto alla spazialità della natura, introiettata nella vita dei personaggi, La leggenda di Colton H. Bryant introduce un’altra faccia, per così dire, del Wyoming, quella dello sfruttamento petrolifero e dei gas naturali. Alla fine, la saga si trasforma in tragedia, perché il ventiseienne Colton muore lavorando da trivellatore in un pozzo della Ultra Petroleum, il quarto nel giro di appena diciotto mesi, vittima della cinica ricerca di profitto della compagnia. La vita dei Bryant prosegue con l’ultima generazione, mai più la stessa anche se decisa a scommettere, dolorosamente, sul futuro. Siamo ancora nel West, in Montana, con Il canto dell’erba di Thomas McGuane, nato nel 1939, romanziere e sceneggiatore cinematografico di considerevole respiro. Il West non conserva più nulla del suo mito accreditato. Certo, la natura mantiene intatto il suo fascino a suo modo remoto, privo di interesse per il travaglio degli individui. Di più: tra questi si annidano personaggi percorsi da una cinica tendenza al profitto, al successo materiale, come il vecchio Sunny Jim, che anche defunto, con il suo testamento, condiziona il futuro della famiglia, o il genero Paul, dal quale la pensosa figlia Evelyn vorrebbe divorziare. McGuane manovra con maestria complice una storia realistica e emblematica, drammatica e grottesca, dove Evelyn e il vecchio mandriano Bill Champion incarnano i valori, il sogno di un West compromesso, intriso dalle memorie tragiche della seconda guerra mondiale. Ma il canto dell’erba, quello non bisognerebbe mai scordarlo. E’ capace persino di redimerti.


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