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Approfondimento

Bonomi: arte, impresa, solidarietà Milano torni alla cultura del fare

Intervista al sociologo Aldo Bonomi sulla cultura a Milano...

La Triennale, il Salone del Mobile, l'Istituto europeo di design. E, insieme, la Casa della Carità, gli ospedali, le librerie, le imprese. Il fare e il curare, l'azione e l'inclusione. Questo è il nuovo modo di creare cultura per Milano. Questo è il Manifesto del sociologo Aldo Bonomi. Cominciamo dalle persone... “Benissimo. Anche perché certe dinamiche non sono più un problema di pochi. E allora, in questa operazione, bisogna coinvolgere chi lavora comunicando. Tutti”. Tutti chi? “I poeti, i letterati, chi fa ricerca sociale, i giornalisti. Stiamo parlando di un cambiamento. Di una svolta che coinvolge persone e luoghi: i centri deputati alla cultura non sono più i musei”.

E quali sono allora? “Le agenzie di comunicazione, le imprese. Sono tanti i luoghi del fare”. Ci fa qualche esempio? “La Triennale, dove non si fanno solo mostre, ma si organizzano dibattiti e nascono nuove teorie. Il Salone del Mobile (dentro e fuori) con i suoi eventi che coinvolgono migliaia di milanesi”. I mobili producono cultura? “Certo. Federlegno-Arredo lo fa. E poi la Bovisa con il Politecnico, il Mario Negri e i nuovi insediamenti. Anche a Cologno Monzese, perché no? E infine Bocconi, Bicocca, Iulm, Statale e Cattolica”. Non si rischia, così, di mischiare luoghi “alti” e “bassi”? “È l'unico modo per cambiare. Purtroppo Milano non ha ancora capito che esiste una vibratilità del margine, una cultura extrasistemica che dobbiamo recuperare”. In che modo? “Unendo il sapere colto al sapere sociale”. Cosa vuol dire? “Penso alla redazione di Vita, il settimanale del volontariato, alla cooperativa editoriale cyberpunk Shake, lì sì che si produce sapere sociale. Oppure alla Casa della Carità di don Virginio Colmegna”. Quindi lei farebbe incontrare volontariato e industria, design e letteratura? “Certo. Avere una visione culturale significa tenere insieme le due città che stanno in una, come dice Italo Calvino. La Milano dell' ipervisibilità e quella del margine. Fare politica culturale significa questo: mettersi in mezzo tra la metropoli dei creativi e quella degli invisibili”. Chi fa la mediazione? “La comunità di cura”. E cioè? “Chi si occupa di inclusione”. Ci aiuti... “Sto parlando di medici, psichiatri, volontari. Sarà interessante capire se a Milano prevarrà la comunità di cura su quella rinserrata. Quello sarà il veri dibattito dei prossimi anni”. Perché? “Perché fare cultura vuol dire includere, aprirsi all'altro. Esattamente il contrario delle ronde. E allora compito delle istituzioni è favorire questi processi”. Secondo lei come va a finire? Vince l' inclusione o l' esclusione? “Non lo so, non sono né ottimista né pessimista. Ma l'unico antidoto contro certe chiusure è l'alleanza tra comunità operosa e comunità di cura”. Si può fare? “Sì. E solo così si potrà ripensare a un nuovo miracolo a Milano”.


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