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Approfondimento

Alessandro Portelli: Nero o bianco? Il cavallo Barack cambia direzione

Tratto da "il manifesto", 6 novembre 2008

Oggi salutiamo in Barack Obama, con entusiasmo e commozione, il primo presidente “nero” degli Stati uniti. Ma “nero” in che senso? Dopo tutto, ha un padre nero e una madre bianca, il colore della sua pelle non è tanto più scuro di quello di tanti italiani. È tanto nero quanto bianco, ma lo chiamiamo nero perché quella parte di lui è resa equivalente al tutto dalle conseguenze tutt'altro che svanite di una lunga storia.
Nel 1872 il grande leader nero Frederick Douglass (figlio di una schiava posseduta dal suo padrone) diceva, nello sposare in seconde nozze una donna bianca: “Col mio primo matrimonio ho reso omaggio alla razza di mia madre; col secondo, rendo omaggio alla razza di mio padre”. Per tutta una lunga storia, intellettuali e figure pubbliche afro-americane hanno contestato una divisione bipolare della società in cui o eri tutto bianco o eri tutto nero, senza mediazioni.
Per esempio, uno dei protagonisti “neri” del '900, W. E. B. DuBois, apriva la sua autobiografia proprio elencando puntigliosamente tutta la sua complicata discendenza da antenati di ogni colore e di ogni continente. Ma il paradosso era che Douglass, DuBois e prima di loro James Weldon Jonhson, Charles Chesnutt - esempi viventi della unione interrazziale - potevano contestare questa secca costruzione ideologica solo partendo da dentro il recinto che volevano distruggere. Potevano contestare l'identità che gli veniva rovesciata addosso solo nell'atto di farla propria. Per poter dire che la “razza” non avrebbe dovuto contare, dovevano contare sui di essa.
Da questo punto di vista, per dirla con una immagine cara a Vittorio Foa, Barack Obama rappresenta la mossa del cavallo: il progetto di cambiare direzione al discorso, di collocarsi altrove. Ha scelto e ha dovuto farsi carico di quella storia che lo identificava tutto e solo come nero, ma lo ha fatto parlando da fuori del recinto, perché per quanto se ne faccia carico tuttavia non è quella la storia da cui proviene. Non ha bisnonni schiavi, nonni linciati, genitori arrestati e picchiati in Alabama negli anni '60. È americano di prima generazione (e semmai c'è anche un'altra lezione da imparare: gli Stati uniti hanno eletto presidente il figlio di un immigrato), che rivendica la storia dei neri d'America ma non ne porta il peso e la rabbia (in questo senso era molto azzeccato il titolo de il manifesto di ieri: “Indovina chi viene a cena”). Perché rinviava sì a un'esperienza afroamericana, ma a una figura come quella di Sidney Poitiers, che era parte della rivendicazione nera di cittadinanza, ma ne rappresentava l'aspetto meno minaccioso, meno contestatario, quello a cui in fondo potevi far sposare tua figlia - e generare così altri bambini sia bianchi sia neri ).
È presto per dire se la mossa del cavallo di Barack Obama rappresenta una negazione prematura di un doloroso passato e di un difficile presente, o l'affermazione di un possibile futuro in cui un nero alla Casa bianca non sia più sorprendente di una donna italiana eletta capo del governo in India. Forse, è tutte e due le cose: come dice lo straordinario finale di Amatissima di Toni Morrison, quesa non è una storia "to pass on" - che, a seconda di dove mettiamo l'accento, significa o che non è una storia da tramandare oppure che non è una storia da trascurare. Forse Barack Obama suggerisce che possiamo tramandarla come parte di una più vasta e molteplice storia dell'America intera.
Intanto, quello che mi commuove e mi entusiasma oggi non è solo il pensiero di Barack Obama “a cena” alla Casa Bianca. È il pensiero di quelle due bambine nere - piccole abbastanza da ricordarci che la differenza di Obama è anche generazionale - che per parte di madre la storia d'America ce l'hanno tutta addosso, che giocheranno in quelle stanze e correranno in quei giardini dove i loro antenati materni potevano entrare solo come schiavi o come domestici.

 


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