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Approfondimento

"Le frontiere del west di Stefano Rosso"

di Elisa Bordin, tratto da www.iperstoria.it

 

Le frontiere del Far West: forme di rappresentazione del grande mito americano, una collettanea il cui titolo richiama luoghi lontani nello spazio e nel tempo, esce alla fine del 2008 per la collana “I libri di Ácoma”, pubblicata dalla Shake Edizioni di Milano. Come annuncia il titolo, il libro riporta a noi terre e rappresentazioni lontane (far), ma che sono tornate a popolare per una giornata l’Università di Bergamo, che ha ospitato il 17 Dicembre 2007 il convegno “Le frontiere del Far West,” da cui procede il volume.

In copertina, una foto color seppia di una prateria e alcuni tepee mette in primo piano due dei tre elementi cardine che costituiscono il grande mito americano, ovvero l’espansione verso Ovest della frontiera, e preannuncia i saggi che troveremo all’interno sul ruolo che la natura e i Native Americans hanno giocato nella creazione dell’uomo nuovo americano. Visto che il volume si propone di parlare di rappresentazioni “del grande mito americano”, non poteva mancare nell’immagine di copertina un richiamo al terzo elemento chiave nella costruzione del mito del Far West, ovvero la presenza dell’uomo bianco: i caratteri tipografici della parola “West” del titolo sembrano riprodotti con la tecnica dello stencil, che li rende imperfetti a livello grafico, quasi fossero fatti a mano su un asse di legno e ormai sbiaditi nel lungo percorso temporale e spaziale che ha portato la mitologia del lontano West fino a noi.

Mi sembrava doveroso entrare nel libro lentamente, fornendo una descrizione dell’ambiente grafico del volume, a richiamo di molte aperture filmiche che hanno reso il genere western immortale. Perché, quando si parla di western, bastano pochi dettagli visivi per far capire di che genere si tratta, tanto è stato usato, proposto e visto, sia nella versione letteraria che in quella cinematografica, di sicuro la più conosciuta al di fuori degli Stati Uniti e in Italia. E nonostante il western si veda ormai come qualcosa di appartenente al passato e non più in voga, Rosso sottolinea quanto sia ancora presente nelle nostre vite, nelle forme di rappresentazione e di retorica alle quali veniamo sottoposti tuttora nel XXI secolo. Nato all’inizio nel XIX secolo, confermatosi nella seconda metà dell’Ottocento, il western è stato capace di trasformarsi, adattarsi e parlare a ogni momento storico della realtà americana, varcando poi i confini nazionali e giungendo a essere materia di studio e di interesse anche in altri paesi, tra cui l’Italia, che al genere ha dato anche il suo personale contributo grazie a Sergio Leone. Sebbene il momento d’oro del western (soprattutto cinematografico) si sia concluso con l’inizio degli anni Settanta, è pur vero che espressioni temporalmente più vicine a noi ci spingono a continuare a riflettere su questo genere, come Le frontiere del Far West ben ci dimostra.

Fatta eccezione per l’introduzione del curatore, il volume si compone di dieci contributi di studiosi italiani che analizzano con approcci diversi il tema del western e della frontiera, ognuno privilegiando varie posizioni critiche, dall’analisi culturale dei testi letterali alla New Western History o all’analisi filmica. Richiamando i tre elementi citati sopra come centrali nella mitologia western (l’uomo bianco, l’indiano, il paesaggio), molti fra gli studiosi hanno privilegiato l’analisi del setting che fa da sfondo alle avventure western. Bruno Cartosio analizza da storico come è venuta a crearsi la frontiera e la sua mitologizzazione alla fine dell’Ottocento; Marcella Schmidt di Friedberg si concentra sull’idea di parco nazionale, e sapientemente osserva come il concetto di wilderness cambi nel corso dell’Ottocento e diventi da terra vuota a disposizione dell’uomo bianco per forgiare il nuovo paese a elemento da preservare e proteggere. Nuccio Lodato analizza il rapporto città/spazio aperto, coppia di opposizioni che nel genere western pende indubbiamente dalla parte dell’a-urbanità, senza per questo diventare rurale. Anche Sergio Arecco si occupa di paesaggio, mettendo in relazione la scuola pittorica dell’Hudson River con i paesaggi filmici di pietre miliari del genere, come la pentalogia di Anthony Mann, e andando a recuperare perfino il cortometraggio The Redman’s View di Griffith del 1909. Giorgio Mariani dà invece spazio alla voce indiana, poiché ricerca la presenza del genere western nel romanzo Indian killer (1996) di Sherman Alexie, scrittore indiano-americano, e lo compara con il film di John Ford Sentieri selvaggi (1956), prendendo come elemento di comparazione il tema della vendetta e della violenza, mentre Stefano Ghislotti analizza le “scazzottate” dei protagonisti bianchi come elemento che vuole suscitare empatia e risposta fra il pubblico.

I saggi si potrebbero anche organizzare suddividendoli lungo una linea cronologica invece che tematica. Prendendo la fine degli anni Sessanta come spartiacque fra genere western classico e post-western, due autori si concentrano su quanto, anche nel mondo post-moderno, le retoriche del western siano centrali anche se rivisitate. Stefano Rosso, nel suo saggio “Post-western esemplari: Lonesome Dove di Larry McMurty e Blood Meridian di Cormac McCarthy,” analizza due esempi di western in letteratura successivi agli anni Sessanta, ed evidenzia come nel genere post-western trovino spazio quelle voci che nel western classico erano state rese afone dalla rigida dicotomia cowboy-indiani; Elena dell’Agnese (“Sempre in sella. Costruzioni e ricostruzioni del mito del cowboy tra geopolitica popolare e relazioni internazionali”) rintraccia le dinamiche del cowboy-sulla-frontiera in tre film contemporanei come Toy Story, cartoon della Pixar del 1995, Three Kings, film di guerra del 1999, e Hidalgo. Oceano di fuoco del 2004; anche Barbara Crespi, pur occupandosi del paesaggio, segnala la fine della visione paesaggistica alla John Ford mentre rintraccia nella presenza della figura del tumbleweed (il cespuglio rotolante) l’era crepuscolare del genere.

Unica voce fuori da una possibile catalogazione sia per i temi classici natura-cowboy-indiano sia in senso cronologico sembra quella di Erminio Corti, il cui approccio muove da una prospettiva diversa. Stimolante è la sua analisi nei corridos dell’eroe contro-western, ovvero del ribelle e del fuorilegge messicano che quasi sempre costituisce l’antagonista nella visione anglo-americana, e che spesso viene dimenticato a causa dell’opposizione cowboy-indiano che ha predominato nella storiografia statunitense fino agli anni Sessanta del secolo scorso e che invece sta reclamando, a ragione, visibilità negli studi più recenti.

Di sicuro, il volume va a colmare un buco nella produzione critica in italiano, che sembra non occuparsi di western recentemente, come dimostra la bibliografia dell’introduzione, con solo tre titoli in italiano1. Il volume si presenta come un contributo notevole nel panorama italiano, soprattutto per la sua natura multidisciplinare, dimostrata dalla provenienza accademica degli autori, che spazia da letterati, a studiosi di cinema, storici, ispanisti e geografi. Un approccio interdisciplinare agli studi, oltre a essere ormai un’esigenza nelle accademie, è anche in grado di rendere omaggio all’ampiezza di un genere spesso relegato alla serie B delle produzioni culturali e che, invece, continua a dimostrare la sua creatività e capacità di rigenerarsi. Il volume si propone come contributo originale, dando spazio a letture del momento classico del western ma anche a produzioni recenti, senza dimenticare voci minoritarie nella mitologia del genere, mettendo in relazione passato e presente. Una pratica, quindi, che non pretende di fissare una scienza esatta del western ma che sottolinea come il genere nella sua totalità si possa cogliere solo nel dialogo dei vari elementi che nel corso degli anni hanno dato vita a questi prodotti culturali. L’apertura della coppia classica cowboy-indiano fa quindi presagire che molto lavoro è ancora da fare e che questo, si spera, non sarà un volume destinato a restare solo.

 


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