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Approfondimento

Siamo tutti figli dei fiori. Intervista a Dennis McKenna, fratello di Terence e coautore di "Vere Allucinazioni"

Tratta da "Alias - suppl. de 'il manifesto'

Dennis McKenna è reduce da alcuni giorni trascorsi nel profondo della foresta vergine, e le sue gambe, ricoperte di graffi e punture di insetti, ne conservano vivido il ricordo. Etnofarmacologo, da oltre 20 anni un'autorità in fatto di sostanze psichedeliche, in Italia è noto soprattutto come coautore, assieme al fratello Terence, del libro Vere Allucinazioni.

Cosa facevi durante gli anni ’60, gli anni degli hippies, gli acidi, i funghi magici...

Ero nel bel mezzo di tutto questo, ero un teenager, e non guastava che mio fratello vivesse in California. Io ci andai nell’estate del 1967, la “Summer of Love”, presi l’Lsd per la prima volta.

Fu un buon viaggio?

Fu un trip eccellente, e molto interessante, all’aperto nella foresta vicino a Berkeley, un parco per bambini, con un mio buon amico. Eravamo tutti e due ragazzi di una piccola cittadina del Colorado, fuori nel grande mondo per la prima volta. L’Lsd era in pasticche tipo aspirina, e siamo diventati come due scimmie, abbiamo avuto una regressione completa. Non fu un viaggio interiore ma come un continuo saltare da una liana all’altra, correre nel bosco, urlare e ululare sbattendo bastoni e cose del genere. Quell’estate provai anche per la prima volta il Dmt. Terence ne aveva un poco, era molto difficile procurarsene, era una orribile pasta arancione purificata molto malamente, si fumava in una pipa di vetro, o in una pipa normale, e a entrambi parve la cosa più sbalorditiva mai provata, molto più dell’Lsd. L’effetto dura solo 15 minuti ma ti proietta in un altro mondo, una sorta di realtà metafisica definitiva. Ma l’effetto dura così poco che non puoi riportare molto indietro, sei come sopraffatto, dici mio dio che succede, ti pare di aver visto dio o il segreto finale, ma non puoi ricordare granché e così abbiamo cominciato a vedere se ci fosse un modo di prolungare quell’esperienza, per poter passare più tempo in quei luoghi, guardarsi attorno. È la dimensione che Terence chiamava delle macchine-elfo che cantano, pallacanestri ingioiellati, una specie di circo, è una esperienza molto intensa. Trovammo un articolo di Schultes su un allucinogeno chiamato Virola, attivo oralmente, in uso tra i Witoto, e abbiamo pensato che stesse lì il segreto, il modo per prolungare l’esperienza del Dmt. E la ricerca del Virola fu il motivo del nostro primo viaggio in Sudamerica. Io avevo 20 anni all’epoca e mio fratello 24.

 
Come era il vostro rapporto?

Ottimo, eccellente, eravamo cresciuti condividendo una stessa passione per la fantascienza, e questo era anche un motivo per cui amavano il Dmt: è pura fantascienza, vedi esseri alieni, macchinari, paesaggi cosmici... ma questo dopo, prima, quando eravamo bambini, c’era la tipica dinamica fratello maggiorefratello minore, lui mi torturava in maniere terribili, era una persona orribile (ride)mapoi abbiamo superato questa fase. Quando se ne andò in California naturalmente mi mancava, ero contento di non essere torturato ma lo rispettavo molto. Quando tornava dal college o anche dall’high school, barba lunga, occhi allucinati, denunciava i nostri genitori come fascisti, ma portava anche libri interessanti, idee interessanti e droghe interessanti, condividevamo tutto questo. Quando andammo in Sudamerica le rivalità tra fratelli erano state risolte, ma eravamo due matti senza capo ne coda con l’illusione di sapere quello che stavamo facendo, quando invece non ne avevamo la minima idea.

Quanto tempo ci siete rimasti?

Ci siamo andati nel gennaio 1971, tre mesi dopo la morte di nostra madre. Lasciai per un semestre i miei studi all’Università del Colorado, Terence era già qualche anno che viaggiava per il mondo, inseguito dall’Interpol per aver portato ashish dall’India. Girava tra Indonesia, Giappone, India, Canada, sempre alla larga dagli Stati Uniti. Ci tenevamo in contatto tramite posta. Ero andato a trovarlo in Canada l’autunno precedente e giungemmo a questa idea di andare giù in Sudamerica. Siamo arrivati in gennaio e siamo tornati in aprile, siamo restati là 4 mesi, a La Chorrera in Colombia. Andammo là, una missione vicino al rio Igaraparanà a nord del rio Putamayo, perché quell’articolo di Schultes lo identificava come il centro del territorio ancestrale della tribù dei Witoto. Tutto quel viaggio è raccontato nel nostro libro True Allucination.

Leggendo quel libro si ha l’impressione di trovarsi di fronte a due hippies strafatti che viaggiano tra fantasie e realtà, sogni e profonde intuizioni.

Sì, eravamo pieni di illusioni, in un certo senso eravamo come due hippies fuori di testa, non sapevamo realmente cosa stavamo facendo ma come tanti ventenni pensavamo di sapere tutto. Prima di arrivare a La Chorrera siamo passati per un villaggio chiamato El Incanto, e là c’era un antropologo colombiano, Guzman nel libro ma il suo nome vero è Horatio Calle, stava là con una piccola moglie inglese. Appena siamo arrivati lo abbiamo cercato perché sapevamo che aveva studiato i Witoto e pensavamo che poteva saper qualcosa di questo preparato della Virola chiamato hukuwei. Era completamente matto, masticava coca di continuo, era in una specie di psicosi paranoide permanente, occhi sbarrati se ne andava in giro con un machete farneticando sui serpenti: “I serpenti! i serpenti! Sono dappertutto!”. Così quando gli abbiamo detto che stavamo cercando l’hukuwei è quasi caduto dalla sedia: “dove ne avete sentito parlare? Non dovete mai farne parola! Vi possono uccidere per questo!”. E noi: “Eh dai! rilassati...”. Comunque ci fece capire che non potevi semplicemente andartene in giro per il villaggio a fare domande, così andammo a La Chorrera seguendo un sentiero che risaliva ai tempi dell’industria della gomma, era detto il sentiero delle lacrime perché vi erano state commesse terribili atrocità a danno degli indiani, a volte gli veniva tagliata via la pianta dei piedi ed erano costretti comunque a percorrere questo sentiero. Era schiavitù, genocidio, che spinse a un certo punto i Witoto a lasciare quell’area per raggiungere il Putamayo. Questo succedeva all’inizio del secolo scorso, 1910-20, ci sono ancora Witoto da quelle parti mala loro cultura è stata fatta a pezzi. Arrivati a La Chorrera scoprimmo che attorno a questo villaggio e missione avevano tagliato la giungla per 400 acri, e ci avevano portato del bestiame, così c’erano funghi del genere Stropharia, Psylocibe Cubensis, che crescevano dappertutto. Non potevi camminare su quei pascoli senza imbatterti in grossi gruppi di funghi, grandi, difficile non notarli. Ne sapevamo abbastanza di botanica per sapere che erano funghi contenenti psilocibina e pensammo “wow! grande! possiamo sgranocchiare questi in attesa del vero segreto, dell’hukuwei”, ma quei funghi erano il vero segreto che cercavamo, sono la perfetta forma attiva oralmente di Dmt. La psilocibina nello stomaco diviene psilocina e questa a livello chimico è praticamente identica al Dmt, con l’unica grande differenza che è attiva oralmente. Così abbiamo iniziato a mangiare questi funghi, all’inizio per divertimento, poi dopo un po’, visto che quando viaggi nella giungla non c’è tanto cibo, come una componente della nostra dieta quotidiana, niente male, proprio niente male... eravamo più o meno fatti in continuazione, in uno stato di ipersensitività parlando e parlando e fumando erba - a quel tempo in Colombia l’erba era legale - e più funghi mangiavamo più pazzesche diventavano le idee che ci frullavano per la testa.

Perché tante piante producono sostanze che hanno effetti così sorprendenti sugli uomini?

Le piante producono sostanze chimiche perché è attraverso di esse che comunicano con gli altri organismi presenti nell’ambiente, siano essi altre piante, funghi, batteri, insetti, erbivori che vogliono mangiarle, e uomini. Non è affatto strano che le piante producono sostanze che sono come neurotrasmettitori. Sono un riflesso dell’evoluzione: le piante producono neutrasmettitori come composti che funzionano nel sistema ecologico chimico nella quale le piante esistono, e che regolano. Sono molecole di comunicazione. Negli animali questi neurotrasmettitori sono stati incorporati nel cervello.

Nella tua conferenza hai detto a un certo punto che le piante conducono lo show...

Certo, è proprio così, le piante conducono lo show, nel senso che ogni cosa sulla Terra dipende dalle piante, per la fotosintesi. Le piante sono diventate maestre di questo processo, cosa che nessun altro sulla Terra è stato capace di fare, l’abilità di prendere acqua e luce solare per fare composti organici, all’inizio semplici zuccheri e tutte le molecole necessarie a sostenere la vita, ma poi tutta un’altra schiera di composti che chiamiamo secondari perché non sono universalmente presenti negli organismi viventi, come lo sono invece il Dna e le proteine, ma sono presenti solo in specifiche famiglie. Le piante non fanno queste cose per divertimento, o magari le fanno anche per divertimento, ma essenzialmente le fanno perché assolvono a funzioni psicologiche: regolano le relazioni che le piante hanno con tutto quello che c’è nel loro ambiente. Il linguaggio delle piante è un linguaggio molecolare, le piante sostituiscono la biosintesi al comportamento. Gli animali rispondono al loro ambiente con il comportamento, come la risposta tipica del combatti o scappa, o magari scopa, le piante invece se ne stanno là piantate, ma non stanno ferme, la fotosintesi va avanti, nelle cellule c’è un gran fervore di attività biochimica, rilasciano sostanze nell’aria, nel terreno, e anche in parti del loro corpo come la corteccia, le foglie e il resto mentre se ne stanno piantate là e si accorgono che qualcuno le sta mordicchiando. Le piante funzionano così, il loro linguaggio è fatto di messaggi molecolari. In molti casi il segnale, o il messaggio che questi composti più o meno tossici trasmettono all’ambiente o agli erbivori è molto semplice: stai lontano! Non mangiarmi!

Sappiamo perché un fungo produce psilocibina?

No, non lo sappiamo, forse è una protezione dagli attacchi delle lumache, o qualcosa del genere, ma poi entriamo in gioco noi, e mangiamo quei funghi e scopriamo che producono effetti che ci piacciono, e a questo punto invece di essere un segnale che dice “stai lontano!” diventa “mangiami! Ho cose interessanti da dirti!”. Diventano composti simbiotici, coinvolti nella formazione di relazioni con questi curiosi spericolati primati, queste scimmie, noi,-  e attraverso questa mediazione chimica improvvisamente tutta una serie di informazioni inizia a scaricarsi nel cervello umano da qualche altra dimensione. Intendevo più o meno questo quando dicevo che le piante conducono lo show. E lo conducono anche nel senso che, grazie alla loro capacità di fotosintesi, tutta la vita sulla Terra è essenzialmente parassita delle piante, o possiamo dire in simbiosi.

Quindi non è roba da matti parlare con piante e animali...

Certo, siamo in continua comunicazione con l’ambiente che ci circonda attraverso i nostri processi chimici, non siamo separati dall’ambiente, siamo semimpermeabili, di continuo ci entrano dentro cose sotto forma di cibo, droghe, gas...e noi rilasciamo cose nell’ambiente. Proprio come una cellula o un organismo è un sistema biochimico, così lo è un sistema ecologico: è regolato da processi chimici, da sistemi di comunicazioni chimici, e questi in gran parte sono regolati dalle piante. Quindi si può parlare di una ecologia chimica - c’è anche un campo di studio, ecologia chimica, che studia queste interazioni tra gli organismi nell’ambiente - i pigmenti nei fiori che attraggono insetti, il nettare, il profumo sono tutti parte di questo sistema di regolazione chimico ecologico, che è molto complesso, e noi siamo immersi in questo sistema.

È una comunicazione a due sensi?

Sì lo è.

Quindi dobbiamo presumere che ci sia intelligenza nelle piante.

Concordo completamente, le piante hanno una intelligenza che manifestano attraverso questo linguaggio chimico, parlano, non come lo facciamo noi, ma certamente con intelligenza, nel senso che esercitano questa funzione regolatrice nel sistema ecologico locale e alla fine anche globale, ed è attraverso questo metodo che mantengono l’omeostasi della biosfera e il funzionamento omogeneo di ogni cosa attraverso questi messaggeri chimici.

Si può arrivare a ipotizzare una qualche forma di consapevolezza nelle piante?

Entriamo in un territorio speculativo... prendi un allucinogeno, come l’hayahuasca, ma ce ne sono molti altri, funghi, cactus, queste piante si presentano a te come entità intelligenti, distinte da te che comunicano con te in modo molto simile a come stiamo parlando qui proprio ora. È quasi come sedersi ed avere una normale conversazione, magari non usando parole ma impressioni, intuizioni, input visuali, ma è una conversazione coerente e sensata. A questo punto un riduzionista dice che questo non c’entra niente con le piante, riguarda solo te stesso, è una parte del tuo cervello che si presenta a te stesso come una intelligenza autonoma, oppure la parte destra del tuo cervello che parla alla parte sinistra, e in effetti può anche essere che sia così.

Qual è la tua opinione?

Non so veramente, uno dei fatti che sembra avvalorare l’ipotesi che ci sia molto più all’opera, è che spesso ti dicono cose che non puoi sapere, che non vengono da te. Credo ci sia molto ancora da scoprire sull’intelligenza delle piante. C’è un buon libro, forse non ancora tradotto in italiano, intitolato The Lost language of Plant di Stephen Harrod Buhner. C’è un capitolo del libro che uso nei miei corsi, si intitola All Plants are Chemist. Gran parte del libro tratta di questa funzione regolatrice delle piante nell’ecologia, il che lo porta a esprimere una preoccupazione che va presa molto sul serio e che ha a che fare con l’inquinamento farmaceutico: continuiamo a immettere scarti farmaceutici nelle riserve d’acqua, scarichiamo medicinali nella tazza del gabinetto, droghe e farmaci si infiltrano nel terreno dei cimiteri, vengono rilasciati dalle fabbriche di medicinali. Se raccogli campioni d’acqua in un’area metropolitana dentro ci troverai anticoncezionali, estrogeni, antidepressivi, droghe illegali come la cocaina – questi esami vengono usati anche dalla polizia, possono dire con esattezza quando una partita di cocaina è arrivata in città. Questi farmaci sono fatti in modo da essere potenti a concentrazioni molto basse e per restare nel corpo a lungo. Non sono smaltiti facilmente e sono estremamente inquinanti. Si indirizzano a recettori presenti nell’ambiente analoghi a quelli del corpo umano, interferiscono con il sistema di regolazione delle piante. E questo potrebbe anche spiegare perché si stanno verificando tante anomalie nello sviluppo umano, come pubertà premature in bambini di 6 anni e cose del genere. Gli scarti dell’industria farmaceutica sono poca cosa rispetto ad altre forme di inquinamento, ma il loro impatto è molto maggiore perché gettano nel caos quel ciclo chimico ecologico che mantiene l’equilibrio della biosfera. Stiamo introducendo nell’ambiente composti che non si sono evoluti con noi, e nel nostro corpo non abbiamo macchinari biochimici capaci di trattare queste sostanze, di smaltirle, renderle innocue. Io non voglio prendere prozac o cose del genere, e di sicuro non lo voglio mischiato ai miei fiocchi d’avena. È di questo che si tratta.  


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