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Le repubbliche dei pirati (recensioni)

La democrazia dei pirati - di Massimo Firpo, tratto da “Sole 24 Ore”, 6 luglio 2008

Nel Seicento Rabat-Salé, cittadina del Marocco, era un “Far West” dell’Islam governato da corsari Ma anche una sorta di “melting pot” che dava ospitalità a cristiani convertiti, moriscos ed ebrei...

Ben pochi hanno mai sentito parlare della repubblica corsara del Salé, che pure esistette nel Seicento sulla costa atlantica del Marocco, dove ospitò una operosa comunità di pirati, che del saccheggio, della rapina, delle taglie sui prigionieri, del commercio degli schiavi fece una professione tanto pericolosa quanto redditizia. Fu anch’essa un frammento di quella minaccia islamica, ai cui vertici si poneva la grande potenza militare dalla Sublime Porta ottomana, che per due secoli costrinse l’Europa a uno sfibrante sforzo militare per difendersi per mare e per terra. Già alla fine degli anni Venti gli eserciti turchi avevano conquistato Budapest e si erano spinti fino alle porte di Vienna, mentre poco dopo il leggendario pirata di Algeri Khaireddin detto Barbarossa era sbarcato sulle coste campane e aveva costretto la più bella donna del tempo, Giulia Gonzaga duchessa di Fondi, a sottrarsi alla cattura con un’avventurosa fuga in piena notte. Una per una le isole del Mediterraneo orientale erano allora cadute nelle mani di Solimano il Magnifico, Chio, Rodi e più tardi Cipro, mentre nel 1565 fu posta sotto assedio anche Malta, ultimo rifugio dei gloriosi cavalieri gerosolimitani (essi stessi in realtà dei devoti pirati). Carlo V in persona guidò la spedizione che nel 1535 conquistò Tunisi, vera spina nel fianco barbaresca sulla costa del Mediterraneo occidentale, sempre pronta a minacciare le linee di collegamento tra la Spagna e i suoi regni nell’Italia meridionale. Ma fino alla battaglia di Lepanto del 1571 l’Europa cristiana conobbe più sconfitte che vittorie.

Di qui la miriade di libri e libelli che da ogni parte denunciarono il pericolo che gli infedeli sommergessero la cristianità e gli accorati appelli a unire le forze, a riprendere l’antico spirito di crociata.  I contrasti politici tra le grandi potenze europee e la frammentazione confessionale scaturita dalla Riforma protestante, naturalmente, impedirono questi obiettivi, dal momento che Venezia non aveva alcun interesse a scatenare guerre che interrompessero i suoi lucrosi traffici con l’Oriente, mentre per parte sua Francesco I di Valois, circondato dai domini asburgici, era ben lieto che l’onnipotente Carlo V avesse le sue gatte da pelare sia sul fronte continentale dell’Impero sia su quello marittimo della Spagna e dell’Italia, e giunse al punto di stringere un formale trattato di alleanza con l’empio infedele assiso sul trono di Istanbul. Sullo sfondo di questi quadri generali si dipanò tutta una miriade di concrete esperienze umane di confine: ambasciatori, viaggiatori, semplici marinai, mercanti che facevano la spola tra l’Europa e le coste asiatiche e africane, e nel curare i propri interessi acquisivano anche uno sguardo meno preconcetto su usi e costumi di civiltà, popoli, religioni differenti; e poi prigionieri ridotti in schiavitù e, in attesa di un improbabile riscatto, costretti a vivere loro malgrado in un mondo diverso e ostile, spesso destinati a remare nell’inferno delle galere, ma in qualche caso disposti a recuperare la libertà convertendosi all’Islam, a diventare quei “rinnegati” che talvolta avrebbero percorso brillantissime carriere nei ranghi dell’amministrazione ottomana, etalatra sarebbero invece tornati all’antica fede qualora fossero riusciti (e avessero voluto) rientrare in patria. Quello scontro di Stati, di civiltà, di culture, di religioni, fu per alcuni anche una scuola di relativismo che insegnò loro a guardare a quegli esecrandi nemici di Dio con meno pregiudizi e maggiore disponibilità a capire, a cogliere le somiglianze più che le differenze, a far proprie opinioni più aperte e flessibili. Fu proprio il Cinquecento del resto, soprattutto in virtù delle scoperte geografiche e dell’espansione europea su nuovi continenti fino ad allora sconosciuti, a inaugurare quel concetto antropologico di cultura che trovò in Michel de Montaigne e nei suoi Essais una prima ed efficacissima enunciazione, conio sguardo rivolto ai drammatici conflitti religiosi della sua Francia, a quegli scontri tra ferree certezze di fede che legittimavano ogni genere di violenza, di crudeltà, di prevaricazione.

Il che avveniva peraltro con non minore brutalità anche sull’altra sponda dell’Atlantico, con la distruzione delle civiltà precolombiane e la riduzione in schiavitù di quegli indios che alcuni frati domenicani vollero presentare alla corte di Spagna come “idolatri, sodomiti, bugiardi, mentitori, sporchi, brutti, senza giudizio, privi di consiglio, amatori di novità, feroci, inumani e crudeli”, tali quindi da dover essere necessariamente convertiti al cristianesimo “e dagli spagnuoli imparare l’ordine del vivere da uomini”,pagandone i benefici con il loro disumano lavoro. Sono, a ben vedere, temi impellenti anche al giorno d’oggi, quando le immani migrazioni di diseredati provenienti dall’Africa e dall’Asia comportano sovrapposizioni e scontri tra culture e identità diverse. E a questi induce a riflettere un saggio di Peter Lamborn Wilson, scritto con verve giornalistica, che si avvale di documenti e studi ampiamente citati nel testo per ricostruire le vicende di quel vero e proprio “Far West” dell’Islam che fu la comunità di Rabat-Salé, una città cinta di mura, autonomamente governata da un diwan di corsari e fondata su un’economia che aveva nel bottino strappato alle sue vittime e nel commercio degli schiavi la sua principale e pressoché unica risorsa. Una comunità folta di ebrei e di rinnegati, che vi seppero anche portare alcune delle novità tecnologiche della marineria europea e i riflessi delle molte e diverse culture e società da cui provenivano. Se alquanto esili appaiono i nessi che l’autore cerca di individuare tra le idee circolanti in quel piccolo mondo lontano e minaccioso con il complesso ermetismo del movimento rosacrociano europeo del primo Seicento, non v’è dubbio che vi fermentassero forme di misticismo islamiche variamente connotate in senso esoterico.

I vividi resoconti degli occidentali che ebbero modo di conoscere Salé restituiscono l’immagine di un microcosmo vitale e sorprendente, di tatto indipendente da ogni autorità superiore e costruito sulla base di regole proprie e in qualche misura condivise, una sorta di democrazia della violenza (peraltro spesso travolta dall’esplodere di sanguinosi conflitti interni). Presentata da un europeo come “dimora di villani, covo di ladri, ricettacolo di pirati, incontro di rinnegati, mattatoio di crudeltà barbara e di selvaggia barbarie, flagello e confusione per i mercanti marittimi e le loro merci e miserevole, dolente segreta peri poveri prigionieri cristiani” (pag. 138), Salé ebbe in realtà una sua pur complicata identità, con il “suo linguaggio di segni e istituzioni, di relazioni e idee, di merci e genti, che chiaramente si coagula in una qualche entità sociale identificabile”. Fu a suo modo un melting pot, in cui si ritrovarono ebrei perseguitati, moriscos in fuga dalla Spagna, miserabili schiavi, avventurieri, traditori, canaglie provenienti da ogni parte del mondo. E per alcuni di loro fu una seconda patria.

 

Le repubbliche dei pirati - tratta da www.carmillaonline.com

Molti testi sulla pirateria nordafricana sono macchiati dall’idea di giustificare la “missione civilizzatrice” dell’imperialismo europeo dell’Otto-Novecento. Non a caso in tanti scritti europei e americani si utilizzano toni ben diversi per la pirateria praticata dagli stati-nazione cristiani e bianchi in opposizione a quella accusata di essere anarco-moresca. Occorre pertanto cercare altrove elementi volti a spiegare quanto ha a che fare con resistenze e insurrezioni nordafricane ed è con tale spirito che Peter Lamborn Wilson analizzata in particolare l’esperienza di Rabat-Salé nella prima metà del XVII secolo. Tale esperienza è particolare in quanto, a differenza di Algeri, Tunisi e Tripoli, non era un protettorato ottomano.

Il testo prende in esame il periodo (XVI-XIX sec) in cui i pirati musulmani provenienti dal Nord Africa dominavano i mari. Dalla fine del XVI fino al XVIII secolo si assiste a un numero esorbitate di conversioni all’Islam da parte di europei soprattutto tra coloro che vivevano negli “Stati della barbaresca”. Tali convertiti erano chiamati da parte dei cristiani europei rinnegati, apostati o traditori. La prima questione a cui il saggio intende provare a rispondere riguarda i motivi di queste conversioni di massa: l’Islam poteva essere inteso come punto di riferimento da parte di antireligiosi e anticlericali, inoltre parte dell’attrazione esercitata dallo scarsamente conosciuto Islam poteva essere dovuta ad una sorta di rifiuto della religione conosciuta, il cristianesimo, e del suo esercizio del potere. Un certo immaginario popolare poteva anche essere attratto da un paradiso coranico libertino, ben più accattivante del casto paradiso cristiano.
Un passaggio cruciale del testo si ha nella contestazione della definizione “banditi sociali” utilizzata da diversi studiosi marxisti in riferimento ai pirati in quanto privi di un contesto “sociale” e nessuna società contadina per la quale fungere da soggetto resistente. Peter Lamborn Wilson sostiene, invece, a differenza di studiosi come Hobsbawm, che i pirati formano vere e proprie sfere sociali e che le loro forme di governo possono essere definite sia anarchiche, nel garantire il massimo grado di libertà individuale, che comuniste, nell’eliminare la gerarchia economica. L’affermazione risulta evidentemente essere di una certa importanza e, proprio per questo, meriterebbe un approfondimento maggiore rispetto a quanto riportato.
Il testo propone una distinzione tra corsari e pirati: il corsaro è da intendersi come un soldato a cui viene data una “lettera di corsa” da parte di un governo per attaccare le navi di un altro paese, mentre il pirata può essere considerato un “criminale del mare”. Il bottino tra i pirati veniva diviso in maniera relativamente egualitaria: solitamente veniva diviso secondo proporzioni che vedevano gli ufficiali trattenere non più del doppio rispetto al compenso dato ai membri della ciurma, mentre ai non combattenti, come i mozzi, spettava un compenso inferiore. Tra i corsari, invece, la suddivisione obbediva a logiche decisamente meno egualitarie: un capitano poteva trattenere fino a quaranta volte il compenso spettante alla ciurma.
Un passo del saggio è però illuminante nel sintetizzare l’approccio dell’autore: «La pirateria può essere vista come caso estremo di mentalità da “lavoro zero”: cinque o sei mesi in panciolle per i caffè moreschi, poi una crociera estiva su un bell’oceano azzurro, poche ore di sforzo e, in men che non si dica, ecco finanziato un altro anno di pigrizia. Se i pirati non fossero stati pigri, sarebbero stati ciabattini, in fonderia o pescatori, ma come i gangster nei vecchi film pensavano “il lavoro è per i fessi”, e usavano qualsiasi espediente per evitarlo». Un passo certamente accattivante ma, occorre dire, non sfugge come il riferimento sia “ai gangster dei vecchi film”, non ai “vecchi gangster”. Forse i pirati raccontati da Peter Lamborn Wilson stanno ai pirati storicamente esistiti come i gangster narrati “dai vecchi film” stanno ai gangster reali. D’altra parte è l’autore stesso che sin dalle prime pagine sottolinea come lo strumento metodologico principale da lui utilizzato, sia in realtà "la piratologia che, come tutti sanno, è territorio esclusivo degli appassionati dilettanti". Può anche essere che la trattazione resti nel solco di questa “piratologia” volta più alla costruzione di un “monumento” che non a una approfondita disamina dei “documenti”... ma, tutto sommato, a noi la storia dei pirati piace (anche) così.

"Le repubbliche dei pirati"
Corsari mori e rinnegati europei nel Mediterraneo

Una chiave di lettura originale e brillante del periodo tra il XVI e il XIX secolo, in cui pirati musulmani provenienti dal Nord Africa, cui si unirono migliaia di europei convertiti, dominavano i mari. Edizione economica
208 pp. con immagini
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