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"Atti insensati di bellezza" - Estratto sui rave

Dai Free Festival ai Rave

Tratto da Atti insensati di bellezza di George McKay

Prima della diffusione della cultura rave la controcultura non si era mai ispirata tanto esplicitamente agli anni Sessanta. Uno dei quesiti fondamentali è se tale ispirazione sia una parodia, una critica o entrambe le cose. Nel primo caso è difficile considerare seriamente la cultura rave come progetto politico. Nel secondo, l’allusione al passato non è semplice nostalgia o mode rétro ma un modo per riciclare un passato chiaramente politicizzato nella difficile situazione attuale. La riscrittura degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta è un dato culturale a cui mi rifaccio di continuo in questo capitolo. Perché? Perché gli anni Sessanta (nella realtà o nella loro ricostruzione retrospettiva, o nell’insieme delle due cose) furono un periodo straordinario di attività politica e sociale per molti giovani e non in Gran Bretagna e altrove. I “giovani ‘freakettoni’… che esplorano nuovi aspetti del sé” che associamo a quel periodo (inglese, americano o francese), dopo venticinque o trent’anni, quando si guardano intorno, forse credono di vivere un flashback da acido collettivo. Se alcuni aspetti dei giovani degli anni Sessanta, la musica, lo stile, le droghe, il linguaggio, l’atteggiamento, sono stati ricontestualizzati negli anni Novanta, allora è opportuno porre un interrogativo fondamentale attorno a cui ruota la stessa cultura rave: dove sta la politica? Abbiamo già analizzato in precedenza la questione dell’impegno politico nella controcultura, in particolare con le fiere dell’East Anglia, luoghi atavici di piacere transitorio. La medesima accusa di privilegiare l’edonismo rispetto all’impegno può essere rivolta anche al rave, la famosa zona temporaneamente autonoma diventata sempre più temporanea, fin quasi a diventare effimera?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo risalire alle origini della cultura rave, per capire cosa è o cosa afferma di essere. (Le due cose possono anche non coincidere: il rave spesso offre una definizione sofisticata e intelligente di se stesso nel contesto dell’agire controculturale. Ma fino a che punto è valida? Il rave è solo fumo negli occhi? D’altro canto, forse, sono in genere troppo propenso a prendere alla lettera il discorso di una controcultura perché desidero crederci.) Le origini del rave sono varie e differenti, talvolta in modo sorprendente: la musica dance postdisco degli Usa, l’isola di Ibiza nel Mediterraneo, le città postindustriali come Manchester, una diffusa nostalgia per gli anni Sessanta e per i primi anni Settanta, le feste nei capannoni occupati spuntate come funghi in Gran Bretagna nella seconda metà degli anni Ottanta. Vorrei brevemente passarne in rassegna alcune.
Secondo Antonio Melechi,

gli studiosi del pop non sono riusciti a collocare le vere origini dell’acid house nello spazio contemporaneo in cui è effettivamente nata, al grado zero della cultura popolare: le vacanze organizzate […]. L’esperienza britannica dell’acid house nasce da qui, dal tentativo di rivivere la spensieratezza delle vacanze nel Mediterraneo attraverso i piaceri del ballo, della musica e della droga.

Sulle piste da ballo dei club inglesi alla fine degli anni Ottanta si assistette alla “replica dei ricordi delle Baleari nei fine settimana metropolitani”, con epicentro nel club londinese Shoom a partire dal 1988. Mentre un decennio prima il punk rifiutava questo tipo di svago e i Sex Pistols cantavano “Non voglio una vacanza al sole”, adesso l’edonismo giovanile tornava con prepotenza in primo piano. In un solo fine settimana, poi nel seguente e in quello dopo ancora, si concentrava una vacanza di due settimane al sole. Giovani abbronzati in fila nelle deprimenti strade di Londra per entrare nel locale, per uscirvi, la pista da ballo come spiaggia, l’abbigliamento balneare per la disco nell’inverno inglese… perché no? Gli inglesi fanno la parodia di se stessi all’estero durante i viaggi organizzati, perché dei giovani perspicaci non dovrebbero fare la parodia della parodia di se stessi all’estero quando tornano a casa? A Ibiza, il Balearic Beat ha preso ritmi dance mischiandoli con track eterogenee fino a produrre un suono fresco e ammiccante sulla pista, che i dj inglesi e il pubblico hanno rapidamente assimilato e adottato. La scelta della destinazione del pacchetto vacanze ha comunque un significato più ampio: Ibiza è un luogo di importanza storica per la controcultura. Seguire la pista hippy, per esempio, spesso significava ritornare passando per Ibiza, la quale altre volte era la meta ultima. Kristian Russell argomenta sul suo significato: “Di sicuro Ibiza ha una storia legata alla droga, visto che negli anni Sessanta e Settanta era un’isola hippy (come Kos e Creta, per esempio) e ancora ospita comunità hippy vecchie e nuove”. Ecco uno dei quei sorprendenti punti di contatto tra generazioni diverse della controcultura: all’improvviso un crogiolo europeo di piacere e ballo riporta a un momento precedente dell’esperienza giovanile internazionale. Come un palinsesto: esamini la superficie, osservi il foglio in controluce, e scopri gli anni Sessanta sottostanti, semicancellati, riscritti. Dimostrando un certo acume storico, la cultura rave ha proclamato nel 1988 la “Seconda Summer of Love”, più prettamente inglese rispetto a quella americana del 1967, malgrado sia opportuno notare che, come osserva Antonio Melechi,

mentre i puristi della cultura del club insistono che quella del 1988 sia stata l’unica e sola “Summer of Love”, essa ha rappresentato per molti versi soltanto un assaggio di ciò che doveva succedere nel 1989, anno in cui il rave è diventato il crocevia in cui si incontravano le sottoculture più diverse (ultrà del calcio, indie e traveller, tra gli altri).

Per Kristian Russell un incontro di sottoculture così improbabile significa di per sé

“far rivivere l’ideale di San Francisco 1967, nel ‘raduno delle tribù’, delle vecchie e diverse fazioni di giovani. I giovani si erano frammentati dopo il punk degli anni Settanta, ma adesso ricominciavano a unirsi alla luce di alcuni gravi sviluppi sociopolitici”.


Il Nord dell’Inghilterra era una regione che aveva sofferto di questo rigore sociopolitico. Malgrado il balearic beat abbia spazzato via ogni residuo, persino il ricordo di altri generi musicali locali come il mersey beat, non di meno il Nordovest dell’Inghilterra aveva comunque un suo contributo da offrire. Con il rave è di nuovo possibile identificare una politica culturale legata alla provincia, all’identità regionale:

“Scallydelia” (sia a Liverpool sia a Manchester) costituiva una sfida del settentrione al divario economico e culturale tra Nord e Sud, all’idea tradizionale di un Nord operaio e di un Sud più ricco e borghese. L’acid house londinese poteva anche aver accettato l’etica antiavanguardia, ma sia Liverpool sia Manchester erano comunque molto combattive, molto d’avanguardia. Questo scontro si era verificato anche negli anni Sessanta e Settanta quando rispettivamente il mersey beat e il northern soul sfidarono la supremazia londinese nell’industria musicale.

Forse non sorprenderà, visto che lavora alla Manchester Metropolitan University, che lo studioso di fenomeni culturali Steve Redhead esalti i legami di questo nuovo genere musicale con Manchester/Madchester [mad, pazza; N.d.R.]. La scena del northern soul, tuttora molto trascurata, che negli anni Settanta attirava folle di nottambuli da tutta la Gran Bretagna alle nottate del Wigan Casino e del Locarno, è determinante. Cultura del ballo poco spettacolare che affondava le radici in parte nella scena mod degli anni Sessanta, il northern soul ha attinto dalla musica afroamericana contemporanea per creare un nuovo tipo di ballo. In realtà le maratone di ballo stimolate dalle amfetamine e riservate agli esperti con i loro pantaloni a cavallo basso e vita altissima, ignorate o trascurate dalla maggior parte dei fan seri della musica pop, rappresentarono un precedente underground dell’esplosione della cultura rave del Nord, identificabile nella scena delle feste nei capannoni occupati nei pressi della città di Blackburn nel Lancashire alla fine degli anni Ottanta. Locali come l’Empire a Morecambe passeranno quasi all’improvviso dal northern soul all’acid house senza perdere il loro pubblico. Con gli Happy Mondays, Manchester divenne Madchester: forse nel Nordovest i vestiti larghi e le serate che duravano tutta notte non erano mai spariti del tutto. Lo “scally” (lo stile baggy, originario di Liverpool) e il “perry” (che prende il nome dagli abiti sportivi Fred Perry, originari di Manchester) sono stili giovanili poco spettacolari e non antagonisti legati alla scena rave, che chiaramente rendono problematica una lettura lineare della sottocultura come opposizione, o della cultura rave come facente parte a tutti gli effetti del discorso e della tradizione controculturale. Come dimostra Steve Redhead, lo stile baggy della scena rave di Manchester, come quello della scena del northern soul che l’ha preceduto, fa parte della “storia lunga e complessa di uno stile giovanile sportivo difficile da analizzare ricorrendo agli strumenti ortodossi della teoria sottoculturale contemporanea”, impegnata a interpretare l’innovazione stilistica in termini di resistenza sociale. Per ritornare alla mia domanda originaria, il problema con il rave è precisamente questo: il rave può essere definito in termini di impegno sociale, in quanto contributo alla cultura di resistenza?
Ho già suggerito un aspetto politico, quello di una politica culturale delle province che opera contro l’internazionalismo e i presunti privilegi incentrati su Londra. Un altro aspetto lo possiamo riscontrare nei warehouse parties che hanno contribuito allo sviluppo della cultura rave. Queste iniziative, di solito illegali, si tenevano in edifici urbani occupati, venivano pubblicizzate dal passaparola nei pub giusti, ed erano frequentate dalla solita miscela di persone che volevano solo divertirsi, studenti, gente politicizzata e altri giovani. Talvolta si pagava l’ingresso a un tizio scalcagnato destinato a diventare un eroe minore del thatcherismo, altre volte l’accesso era gratuito come nelle iniziative che Alan Beam e altri avevano lanciato al Meat Roxy di Londra nel 1974. In questo caso, la cultura rave dimostra tutto il suo debito rispetto alla scena dei festival, diventando una nuova zona autonoma distinta dalle precedenti per il fatto di essere ancora più temporanea.

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