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Deep Blues. Una storia culturale e musicale di Robert Palmer

Estratto dal Prologo

Robert & Muddy

Due cacciatori di canzoni folk della Library of Congress, Alan Lomax e John Work, avevano battuto da cima a fondo la zona di Clarksdale nell’estate 1941. Stavano cercando Robert Johnson, un cantante e chitarrista blues che si era esibito spesso in zona, principalmente nelle sterminate piantagioni di cotone presso la cittadina che davano lavoro a migliaia di mezzadri e braccianti neri, la vera fonte di ricchezza e potere nel Delta. Lomax e Work sapevano che i musicisti neri che vivevano e si esibivano nel Delta tendevano a spostarsi di piantagione in piantagione e di cittadina e in cittadina, muovendosi in ambienti che i bianchi del posto non conoscevano né seguivano gran che, perciò non si scomodarono a interpellare le socie del circolo delle donne di Clarksdale né a passare dalle immense ville dei piantatori. Invece si recarono nella contea di Coahoma, facendo sosta ai crocicchi in cui due sottili nastri d’asfalto s’incontravano nella pianura del Delta piatta come una tavola sotto cieli bianchissimi per il sole accecante.

Agli incroci trovavi immancabilmente qualche nero in tuta da lavoro e floscio cappello di paglia seduto su una seggiola o su una cassetta sotto il porticato delle stazioni di rifornimento o dei negozi di alimentari, a parlare o a ridere sottovoce. Quasi sempre rispondevano alle domande su Robert Johnson e sugli altri blues singer con poco impegnativi mugugni, poi, se incalzati, si eclissavano imbronciati in coppia o in trio. Però ogni tanto uno di loro era disposto a dare qualche dritta che Lomax e Work subito seguivano. Abbandonavano così l’asfalto e imboccavano le polverose stradine sconnesse di campagna, tra chilometri e chilometri di campi perfettamente piatti invasi dalle gonfie capsule verdi delle piante di cotone. Dopo qualche settimana le capsule esplo15 devano e la campagna diventava talmente bianca da accecare, dello stesso colore del cielo. E i portichetti rimanevano praticamente deserti tranne che a pranzo e dopo il tramonto, mentre i neri, uomini, donne e bambini, avanzavano nei campi trascinando lunghi sacchi di iuta che imbottivano di cotone. Quando Lomax e Work passavano in macchina seguiti da una grande nube di polvere rossastra, potevano già vedere parecchi neri intenti a sarchiare e zappare in vista del raccolto.

I due cacciatori di canzoni folk non lo sapevano, ma qualcuno aveva propinato di recente a Robert Johnson un whisky on the rocks avvelenato. Nessuno dei pochi disposti a parlare dell’incidente fu molto chiaro sui dettagli. Si diceva in giro che Johnson fosse stato vittima di una congiura di potenti, che avesse passato le sue ultime ore strisciando carponi e abbaiando come un cane. Quasi tutti coloro che raccontavano questa versione della sua morte non sapevano se crederci, e a quasi nessuno importava. Se avessero conosciuto Robert Johnson, probabilmente l’avrebbero bollato come un vagabondo buono a nulla che non si fermava mai a lungo in un posto, non faceva mai un lavoro onesto e insidiava troppo spesso le donne sposate. Comunque, c’erano altri musicisti in zona che suonavano bene quanto Johnson e avevano un seguito altrettanto devoto tra quelli che passavano il fine settimana a bere superalcolici distillati in casa, a giocare d’azzardo, a dimenare il culo e a cercare donne da una botta e via. Anzi, uno di loro somigliava parecchio a Robert Johnson. Abitava nella piantagione Stovall, qualche chilometro fuori Clarksdale, in una capanna che fungeva nel fine settimana anche da localino provvisto di juke-box, una juke house. Produceva il miglior whisky casalingo della zona, e certe volte suonava la chitarra in un complessino di paese, certe volte si esibiva con un socio e altre volte da solo. Si chiamava McKinley Morganfield ma tutti lo conoscevano come Muddy Waters. …

 

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