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L'incipit del libro/cd Il giorno del sole

Negazione Live
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Zazzo
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L'incipit

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Questa non è la storia dei Negazione ma un racconto che prova a spiegare quello che siamo stati in un periodo lungo tre anni e un po’: dall’inizio dell’autunno 1984 alla fine dell’inverno 1988. Quando non solo sono nati i brani qui raccolti, ma si è anche e soprattutto affermato il nostro modo di essere “i Negazione”: gruppo, famiglia, hardcore band, più tutto il resto. Moltiplicato per centinaia di concerti, progetti, idee, luoghi, intenzioni. E diviso – comunque, sempre – per quattro: Zazzo, Tax, Marco e Fabri. Voce, chitarra, basso e batteria. Questione di suono, affinità, energia, stile. Amicizia e vita. Da Torino alla conquista del mondo, o quasi. Questo erano i Negazione.

 

MARCO: Tra i luoghi da cui vengo c’è il quartiere in cui sono nato e cresciuto. Borgo San Paolo. Via Di Nanni, piazza Sabotino, via Monginevro. Nomi di luoghi e battaglie. Monti e lapidi partigiane. Echi di liberazione. Poi mercati e insegne da periferia. Botteghe. Supermarket. Borgo operaio lo chiamavano. Si era fatta la Resistenza, molto tempo prima, in quel quartiere che confina con Parco Ruffini. Quello con dentro il piccolo stadio e un palasport. Dove alla fine degli anni Settanta arrivavano i concerti. Il primo, per me, fu quello degli Inti-Illimani - insieme a mia sorella più grande e i suoi amici. Ma non era un concerto vero, solo un noioso raduno politico. Ricordo l’enorme nuvola di fumo. I pugni chiusi, el pueblo unido, i poncho e le ragazze con gli zoccoli. Flauti, trecce, barbe. Jamas sara vencido. No, grazie. Per me la musica, quella vera, arrivò dopo. Sempre lì però. Al palasport: Ramones e Uk-Subs. Giubbotti neri e punk, botte e leggende metropolitane. Poi i Police con i Cramps. I Selecter, i Madness. E i Clash, nello stadio del Parco Ruffini. Stesso parco e l’annuncio che non ci si voleva credere. “Suonano gratis”. Allora si va, cazzo, fin dal pomeriggio a camminare avanti e indietro nel prato. Mick Jones, Joe Strummer, Paul Simonon e chissà se quello alla batteria è davvero Topper Headon. “White Riot”, “London Calling”. Ma anche le risse davanti al palco. I compagni che cercavano i fasci. E i fasci che dovevano essere quelli con il giubbotto nero di pelle. Il “chiodo”. Ma il “chiodo” ce l’avevano pure i punk. E parecchi compagni vedevano i punk per la prima volta. E molti punk ci finirono in mezzo. Botte e guns-ofbrixton, insomma. Perché allora il futuro sembrava una clessidra lenta e nessuno si aspettava che girasse così in fretta. Tanto da convertire, in pochi anni e ai Clash, molti, moltissimi di quei compagni. La mia nuova politica invece, divenne proprio la musica. La andai a cercare anni dopo. In due stanze al pianoterra del vecchio palazzo a ridosso della massicciata della Torino-Milano. Via Ravenna. C’era un circolo anarchico che ospitava i punx, scritto con la x: letture, idee, sogni, voglia di ribellarsi, birre, libri, Crass, Discharge e Black Flag. Lì tutto o quasi prendeva forma. Proprio in mezzo al grigio sporco delle strade, ai bar con i flipper dentro e le facce brutte fuori. Torino, appunto. [...]

 

ZAZZO: La città in cui sono nato (mio malgrado) e cresciuto (con le dovute sospensioni) era una periferia estesa. Questa almeno era l’idea che io avevo e che Torino mi dava di sé. Capannoni e industrie si accavallavano nel paesaggio urbano e rappresentavano quella che Torino. 1984. Tutti Pazzi. ph: Negazione trent’anni dopo sarebbe diventata archeologia industriale, regno di disperati del terzo millennio o improbabili recuperi strutturali. Crescevo qui, in mezzo a bande di quartiere composte dalle seconde e terze generazioni dell’immigrazione dal sud Italia, circondato dagli echi della violenza di strada - politica, comune - come veniva definita nelle cronache. Io ero affascinato dalle masse che ogni sabato pomeriggio si riversavano nelle vie centrali della città con inconsapevole e potenziale carica eversiva, oppure dalle folle che riempivano le curve dello stadio Comunale. In questo microcosmo sviluppavo i miei rapporti, vedevo gente perdersi in meandri assurdi e oscuri. E decidevo che non mi sarebbe bastato un sabato sera “alternativo” oppure un’ora di solitudine in auto lungo la statale. Capivo che il weekend in campagna non faceva per me e che il centro città non mi interessava più di tanto. E così ho messo il naso fuori dal mio quartiere prima, successivamente fuori dalla città e poi ancora al di là dei confini. In mezzo a tutto questo ci furono due incontri fondamentali, quello con Marco prima e con Tax subito dopo. Incontri che nel giro di poco avrebbero dato vita ai Negazione e alla storia che qui stiamo raccontando. [...]

 

TAX: Facevamo parte di quel gruppo di ragazzi che, incuriositi dal punk, si cercavano nella Torino dei primissimi anni Ottanta. Ognuno alieno nel proprio quartiere, nella propria scuola, nella propria famiglia. A muovere quella reciproca ricerca era una specie di istinto di sopravvivenza. Con la voglia di essere contro. Univamo in maniera innocente la rabbia della protesta al divertimento e all’eccitazione per la distorsione della musica. Attraverso il movimento punk anarchico attuavamo forme di lotta come l’occupazione, le manifestazioni, i concerti stessi erano sempre “contro” un argomento specifico, dalle carceri al nucleare, dall’eroina all’apatia. Ben presto questo modo di esprimersi, a parte la musica, divenne limitante e limitato, oltre che vecchio: non ci apparteneva più. Perché volevamo esprimere quel dissenso con parole sincere, vere, e non con gli slogan. E poi volevamo un’esperienza concreta, che ci portasse via, anche fisicamente, da quella Torino che rappresentava una vita già scritta, e dove, soprattutto per dei ragazzini come noi, non c’era veramente nulla da fare. [...]

 

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