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Fiorenzo Iuliano, Il corpo ritrovato

Fiorenzo Iuliano, Il corpo ritrovato. Storie e figure della corporeità negli Stati Uniti di fine Novecento

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Un estratto: American Psycho

American Psycho viene pubblicato nel 1991, al culmine di una fase ben individuabile della storia letteraria e culturale degli Stati Uniti, che, all’interno della composita galassia minimalista, aveva visto emergere sulla scena newyorkese la cosiddetta blank generation, un gruppo di giovani autori venuti alla ribalta negli anni ’80 e definiti in maniera ironica brat pack. Negli anni che avevano visto la loro affermazione, la città di New York viveva una fase di profonda trasformazione prodotta dalla gentrification che ne avrebbe, nel giro di pochi anni, stravolto radicalmente la fisionomia, e l’avrebbe progressivamente ripopolata di una generazione di nuovi ricchi che si appropriavano gradualmente di ogni spazio della città, forzosamente sottratto a chi vi risiedeva prima. American Psycho, romanzo emblematico di quegli anni e di quella New York City, ha avuto una breve ma intensa storia critica, che ne ha privilegiato una lettura sostanzialmente metaforica, concentrata sull’immagine del serial killer come icona letteraria e mito culturale. L’analisi del personaggio di Patrick Bateman, protagonista del testo, si è focalizzata sul livello di articolazione e complessità della resa, in termini narrativi, di un individuo psichicamente disturbato e indotto a sterminare, in maniera più o meno macabra, un numero incalcolabile di vittime, riproponendo in questo modo, all’interno di una impeccabile finzione letteraria, la figura del serial killer, presenza ricorrente e minacciosa nell’immaginario comune e nella cultura popolare degli Stati Uniti. Non pochi, inoltre, tra lettori e critici, hanno voluto vedere in Bateman l’eroe emblematico della generazione degli yuppies, il cui obiettivo era fagocitare la città, deprivandola di ogni traccia della sua storia recente, così da fonderla in una macchina onnivora che tutto assimila e tutto espelle, con una ferocia esasperata almeno quanto la freddezza meccanica propria dell’atto stesso del consumo.

La mia lettura di American Psycho si concentrerà invece sull’immagine/concetto di cadavere, ipotizzandone un utilizzo tropologico, strumentale dal punto di vista dell’articolazione semiotica, metatestuale e retorica del romanzo. Da un lato, la mia intenzione è evidenziare le rifrazioni, sul piano della scrittura narrativa, di una serie di questioni che, all’epoca, avevano avuto una grande risonanza sul piano storico, medico-scientifico, giuridico e sociale. Dall’altro, proverò a confrontare il romanzo stesso con la prassi speculativa ed ermeneutica della decostruzione, in quanto tradizione filosofica innestata sulla tradizione della critica letteraria statunitense, e, in quegli anni, ben consolidata all’interno della realtà accademica americana, tanto che se ne cominciava perfino a scorgere l’inizio della parabola discendente, e a ipotizzare i possibili ed eventuali sviluppi futuri. La natura doppia del romanzo, il suo essere, allo stesso tempo, un gioco linguistico che mette continuamente in discussione lo statuto mimetico della narrazione e un testo caratterizzato da dettagli di scrupoloso e spaventoso realismo, lo rende un lavoro di complessa ingegneria semiotica che sembra affermare e negare la propria autorevolezza discorsiva pagina dopo pagina. In questo senso, American Psycho è un romanzo che, in maniera spregiudicata ed esplicita, testimonia la propria natura metatestuale, oltre che (o in quanto) intertestuale. Per questo motivo, la sua tessitura narrativa e retorica si configura come una mappa intertestuale produttiva di quel continuo rinvio dei significanti che caratterizza la prassi decostruttiva. Dedicherò invece uno spazio più limitato all’analisi delle vere e proprie scene di morte e di violenza, ampiamente discusse nella letteratura critica esistente, che si innestano su questo complesso tracciato semiotico e che segnano, attraverso la funzione aporetica svolta dai corpi morti o morenti, l’arresto momentaneo e problematico della fluttuazione incontrollata dei significanti. Utilizzo qui i termini aporia e aporetico nel senso discusso da Jacques Derrida di non-passaggio, momento nel quale ogni problematizzazione si arresta non perché abbia trovato una soluzione, ma perché è posta di fronte alla impossibilità logica, o epistemica in senso lato, del suo stesso porsi.

Sullo sfondo di questa duplice articolazione storica e discorsiva, le tecnologie della morte negli Stati Uniti degli anni ’80 non si limitano a fornire una cornice a entrambi gli apparati testuali, ma si rivelano esse stesse testo a pieno titolo, in perpetua e controversa interazione con le pratiche narrative e discorsive prodotte dentro e fuori l’accademia. Fonte privilegiata e primaria per la conoscenza del corpo e per la definizione di un paradigma universale dell’umano, mezzo funzionale alla raccolta di dati statistici sulle condizioni di esistenza materiale, e infine oggetto di discussione giuridico-filosofica relativa alla sua condizione di soggetto legittimato al godimento di una qualsivoglia forma di diritto, il cadavere, “both human and subhuman” (Quigley 1996, 116), è al tempo stesso un oggetto di indagine e un mezzo che ridefinisce i criteri di appartenenza e di individuazione dei codici sociali e culturali nei quali esso stesso si colloca. [...]

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