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"Underground italiana" di Matteo Guarnaccia . Un estratto

Copertina di “Cerchio magico”, pubblicata a Milano nei primi anni ’70.
Copertina di “Cerchio magico”, pubblicata a Milano nei primi anni ’70.
Vita in una comune.
Vita in una comune.
Un numero della rivista romana “Hip”
Un numero della rivista romana “Hip”
Marcello Baraghini (in piedi a destra) con Angelo Quattrocchi presenta la lista del partito Ippi alle elezioni politiche del 1972.
Marcello Baraghini (in piedi a destra) con Angelo Quattrocchi presenta la lista del partito Ippi alle elezioni politiche del 1972.
Spettacolo del Living Theatre a Milano, 1968 (foto Carlo Silvestro).
Spettacolo del Living Theatre a Milano, 1968 (foto Carlo Silvestro).
Il primo giornale underground italiano.
Il primo giornale underground italiano.
Comune di Ovada, 1971.
Comune di Ovada, 1971.
“Pantere bianche”, supplemento di “Re Nudo”.
“Pantere bianche”, supplemento di “Re Nudo”.
Romina Power versione yè-yè.
Romina Power versione yè-yè.
Spianata di sacchi a pelo.
Spianata di sacchi a pelo.

PREFAZIONE - Un altro mattino, un’altra primavera

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Protagoniste di questo libro sono la psichedelia e la controcultura hippie italiane. E la storia di un folle esperimento artistico e sociale, raccontata da chi vi ha preso parte in prima persona. Un’avventura che si dipana tra esperienze erotiche, psichedeliche e mistiche, tra viaggi e fughe da casa, comuni e poesia, pacifismo e controinformazione, musica, nudismo e dio solo sa che altro... riverberi di un fugace maelström creativo che si è imprevedibilmente sviluppato nel nostro paese tra il ’64 e il ’68, in contemporanea con altre regioni del globo. Un evento eccentrico e misterioso – sia per chi l’ha vissuto sia per chi ne ha solo sentito parlare – che sfugge a ogni logica di causa ed effetto. Nessuno ha ancora capito come sia potuto accadere che migliaia di persone, in tutto il mondo, si siano improvvisamente sintonizzate tra loro. Come e perché abbiano deciso – senza indugio e senza timore – di rispondere all’appello dell’Altro Lato dello Specchio, voltando le spalle alla sicurezza materiale, alle rassicuranti gratificazioni della tecnologia, alla certezza del primato dell’Occidente per scegliere la “strada”, il ritorno alla terra e la selvaggia deriva psicogeografica. Forse si è trattato di un virus benigno che ha scatenato un’incontrollabile epidemia psichica, contaminando irrimediabilmente le menti più eccitabili e quelle più predisposte alle acrobazie evolutive.

No, non è stata un’allucinazione collettiva (le droghe c’entrano solo fino a un certo punto, ma una fiammata insurrezionale misticoludica, un “colpo di mondo” per riappropriarsi del proprio spazio interiore. Un movimento di secessione dal mondo cartesiano-razionalista e dalla cultura giudaico-cristiana; un movimento di decolonizzazione dal mondo delle merci; una guerriglia psichica estatica contro i cattivi demoni dell’Occidente. È come se una strana energia avesse iniziato a scorrere nella rete neuronale planetaria, diffondendosi in maniera sottile e magica: qualcosa di difficilmente spiegabile secondo i canoni di quella che viene considerata la “normalità”. Anzi è stata proprio la “normalità” la prima vittima di quel processo tumultuoso che aveva eletto come proprio vessillo la follia creativa unita a una tenace frivolezza. Ogni cosa si era riempita di luce e di colori, chiunque ne venisse lambito si sentiva in dovere di rivolgere al mondo un sorriso e un grazie. Tutti, ragazzi e ragazze, avevano gli occhi da “dolce attesa”, come chi aspetta un bambino. Tutti ci muovevamo come tarantolati, incapaci di star fermi. Tutto era troppo strano: persino Tex Willer, uno dei nostri eroi dell’infanzia, aveva preso la sua dose di funghetti allucinogeni (per la cronaca nell’albo Il tesoro del tempio). Tutto era un segno. Ricordo quando nella comune dove vivevo prendemmo i pidocchi: restammo folgorati dalla marca dell’antiparassitario in polvere che ci diede il farmacista: MOM, un chiaro palindromo della sacra sillaba sanscrita. Passammo la notte con i capelli imbiancati e inturbantati a rimirare la suggestiva etichetta azzurra chiedendoci quale messaggio nascondesse.

Come in ogni insurrezione che si rispetti, si interveniva direttamente sul concetto stesso di Spazio, Tempo e Potere. Per quanto concerne lo Spazio, si abbandonarono gli angusti limiti della tridimensionalità in favore della multidimensionalità. Poi, a differenza dei comunardi parigini del 1870 – che sparavano a tutti gli orologi della città per rivendicare la propria indipendenza dalla Storia – gli “insorti” degli anni ’60 i loro orologi li hanno fatti letteralmente “squagliare”, come in un quadro di Dalì, dilatando a dismisura il concetto di Tempo. L’unica cosa che avevano da perdere non erano le proprie catene ma la testa. Di fronte al Potere, si cessò semplicemente di dar credito ai Controllori, gridando ai quattro venti – come nella fiaba – che l’imperatore era nudo. Ci si era accorti che, benché tutto non fosse permesso, tutto era assolutamente possibile. La vita era molto più interessante, avventurosa e sacra di come la presentavano la scuola, la famiglia, la chiesa, la televisione, il partito o la pubblicità. Per un breve e fugace periodo, la priorità vitale non è stata più la lotta per l’accaparramento delle risorse o per la conquista del territorio, ma il desiderio di operare per l’evoluzione cosmica del pianeta.

Il “contagio” psichico non ha risparmiato nessun paese, persino l’Italia ha visto le sue strade riempirsi di vagabondi del dharma. Come i loro coetanei al di qua e al di là dell’Atlantico, anche da noi c’è stato qualcuno disposto a prendere parte al party esperienziale, a tuffarsi a pesce nelle straordinarie possibilità offerte dalle particolarissime congiunzioni astrali del periodo. Questo significava essere totalmente con involti nella sorpresa di essere vivi, sentire un’inaspettata intimità con il proprio corpo e la propria anima. Significava vivere “qui e ora”, assaporare ogni singolo istante senza preoccuparsi minimamente di ricevere approvazione da chicchessia. Non era una fuga “da” ma “verso” qualcosa, un lasciarsi alle spalle – come insegnano gli alchimisti – la follia della storia per penetrare nell’essere. Si era creato un mondo fluttuante, fluttuante come i capelli che si allungavano a dismisura, un mondo improvvisamente sconfinato che chiedeva solo di essere scoperto. Un universo polimorfo dove le coordinate erano amicizia e desiderio. (Naturalmente non è che gli stupidi, gli opportunisti e gli psicopatici avessero cessato di esistere, ma non si erano ancora resi conto di quello che stava succedendo – vero mister Jones? – funzionavano a regime ridotto e poi era di “moda” essere gentili e disponibili.)

Prima che i guardiani si riavessero dalla sorpresa fu possibile scorrazzare tra gli scaffali della creazione, come bambini golosi dentro una pasticceria, aprendo l’uno dopo l’altro tutti i barattoli. È stata, come ha scritto lo psicanalista Claudio Risé: “Un’esperienza esistenziale di ricerca profonda e libera che non volle conformarsi a nulla se non alla sete di autenticità che ognuno scopriva dentro di sé e a cui si dedicava con passione imprudente. Anni senza bandiere, senza capi, senza santi protettori. Anni di impudente innocenza, che è anche imbarazzante ricordare”.

Considerate queste premesse si può capire quanto sia arbitrario inserire il movimento “alternativo”, una cultura magico-visionaria, nell’ambito del cosiddetto “68”, con cui condivide semplicemente lo svolgimento temporale. Il “68” della politica, dei gruppuscoli, dei cortei, delle assemblee, delle occupazioni, degli scontri, della violenza non solo verbale, è stato un classico movimento rivendicativo che non ha mai messo in discussione il “potere” ma che anzi lo cercava. Tolta la prima fase essenzialmente libertaria, tutto si è ridotto a uno show di strutture gerarchiche e autoritarie, con i suoi capi e capetti che aspiravano solo a prendere il Palazzo d’Inverno, per sostituirsi ai vecchi inquilini – il che, tra l’altro, a molti è perfettamente riuscito.

Psichedelia e controcultura hippie scontano ancor oggi il peccato originale di non aver voluto seguire il copione ufficiale (persino i dadaisti, i futuristi e i surrealisti l’hanno fatto: “pazziare” badando però di mantenere sempre “quota periscopica” per non perdere di vista i critici, i recensori, i mercanti d’arte, i galleristi e i luoghi canonici della cultura). È stato un movimento esistenziale dotato, anche per i parametri odierni, di una forte componente eversiva; questo spiega la riluttanza da parte della cultura ufficiale nell’accettarlo. È solo in questi ultimi anni che – dopo un lungo periodo di rimozione – si registra un significativo fenomeno di rivalutazione (che specialmente nei giovani sconfina in una sorta di vero e proprio innamoramento, quando non addirittura di mitologizzazione). A livello di immagine, non è mai stato molto trendy accettare un movimento pauperistico, anticonsumista, naïf, privo di cinismo, il cui credo era “abbassare le difese” tra se stessi e gli altri, tra se stessi e il mondo. Sino a poco tempo fa l’intera faccenda veniva sbrigativamente liquidata sotto l’etichetta “frivolezze”, un insieme di eventi di scarso interesse socio-culturale di fronte alle “maschie” lotte politiche avvenute in quegli stessi anni, una fuga sconsiderata dalla “realtà” o al massimo una simpatica ricreazione prima di tornare a occuparsi delle cose serie. Il bilancio che se ne traeva era sostanzialmente negativo. Ma ora, dopo tre decadi, quegli anni ribelli, convulsi e gioiosi meritano una lettura diversa. Dopo tutto proprio da quegli anni, che molti considerano “buttati via”, che sono scaturite le libertà più reali di cui oggi tutti godiamo: emancipazione femminile, coscienza ecologica e ricerca spirituale. Teniamo presente che, chi giudica negativamente quel periodo sono proprio i “reduci” che si sono impegnati negli anni ’80 a occupare i posti di potere nella cultura, nei media, nella politica, nell’industria e nella finanza.

Questo libro è frutto di oltre due anni di lavoro nel corso del quale ho realizzato un centinaio di interviste a personaggi più o meno noti della scena underground. Ho ricevuto naturalmente qualche rifiuto da parte di persone infastidite (“Cosa vai a ritirare fuori quelle storie?”) o timorose (“Oggi sono una persona rispettabile, meglio che non si sappia in giro cosa facevo ai tempi”). La reazione più scomposta ed esilarante è stata quella di Fernanda Pivano, la nostra cara Zia Nanda che, seccata, mi ha detto che l’underground in Italia non è mai esistito e al massimo, se volevo, mi avrebbe parlato di Hemingway. Ho lottato con archivisti pazzi e psycho-collezionisti. Ho consultato tonnellate di riviste in stato avanzato di decomposizione (e bollettini maleodoranti, fogliacci scandalistici e grigi fogli d’opinione) tenendo ben presente quello che mi ha insegnato l’amico Tjebbe van Tijen, responsabile del Centro di Documentazione dei Movimenti Sociali di Amsterdam: “Spesso i movimenti conservano gelosamente come documentazione delle proprie azioni i ritagli dei giornali, dimenticandosi che si tratta solo del riflesso delle proprie azioni così come queste vengono recepite dalla stampa borghese. Non ci si preoccupa di conservare l’azione in se stessa, ma il resoconto che ce ne fanno gli altri. Negli archivi è raro trovare la reale registrazione degli eventi”.

Ringrazio con tutto il cuore coloro che hanno avuto la gentilezza e la pazienza di voler condividere i loro ricordi e il loro tempo, per mettere in mostra le proprie cicatrici di Paradiso. Quello che avete tra le mani è il risultato di questa ricerca unita ai miei ricordi personali. Naturalmente la controcultura non è stata solo questo, ma anche questo.

Attenzione: trattandosi di fatti e fattoidi per loro stessa natura fluttuanti, la narrazione procede per balzi, sobbalzi, si spezza, langue e poi galoppa, si esaurisce e riprende da tutt’altra parte come se nulla fosse. Non spaventatevi se perdete il filo del discorso, non siete gli unici.

Alcuni dei nomi dei protagonisti sono stati cambiati per proteggere gli innocenti. Tutto quello che si racconta in questo libro è realmente avvenuto anche se non è vero. Dopotutto abbiamo semplicemente visto il leone giacere accanto all’agnello.

Buona lettura.

P.S. I termini coniati dai media “hippie” e “beat” (detestati di tutto cuore da coloro che hanno fatto parte della scena) vengono usati nel testo essenzialmente per comodità, fermo restando il fatto che di etichette si tratta e come tutte le etichette lasciano il tempo che trovano.

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