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Hackers (estratti)
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di Steven Levy
La ragione per cui ho iniziato a scrivere degli hacker, quei programmatori e progettisti di computer che considerano l'informatica come la cosa più importante al mondo, era che si trattava di gente affascinante. Anche se alcuni, in campo informatico, usavano il termine come forma di derisione, sottintendendo che gli hacker erano secchioni e sfigati da non invitare alle feste, oppure programmatori "scorretti" che scrivevano codice "non standard" e sporco, li scoprii molto diversi. Sotto le loro apparenze, spesso dimesse, erano avventurieri, visionari, gente disposta a rischiare, artisti... quelli che riuscirono a vedere più chiaramente di tutti che il computer sarebbe diventato uno strumento veramente rivoluzionario. Loro, inoltre, da veri hacker, sapevano quanto profondamente ci si potesse immergere nella concentrazione profonda: in maniera infinita. Finii per capire perché gli hacker considerano il termine un titolo d'onore piuttosto che un dispregiativo. Nel parlare con questi esploratori digitali, da quelli che, negli anni Cinquanta, domarono macchine da decine di milioni di dollari, fino ai giovani maghi contemporanei che dominano le proprie macchine nelle loro camerette di periferia, scoprii un elemento comune, una filosofia condivisa che pare legata al flusso elegante della logica dello stesso computer. E una filosofia di socializzazione, di apertura, di decentralizzazione e del mettere le mani sulle macchine a qualunque costo, per migliorarle e per migliorare il mondo. Questa "etica hacker" è il loro dono per noi: qualcosa che ha valore anche per chi non ha alcun interesse per i calcolatori. È un'etica non scritta o, meglio, non codificata, ma è incarnata nel comportamento degli stessi hacker. Vorrei presentarvi queste persone che non solo videro, ma vissero la magia nel computer e operarono per liberarla, perché tutti potessero beneficiarne. Vi parlerò dei veri hacker del laboratorio per l'intelligenza artificiale del Mit negli anni Cinquanta e Sessanta, degli hacker hippy della California anni Settanta, dei giovani hacker dei giochi che hanno lasciato il segno negli anni Ottanta e arriverò fino a Stallman, al suo Gnu e agli hacker degli anni Novanta. Questa non è, assolutamente, una storia "ufficiale" dell'informatica, anzi, molte delle persone che incontrerete qui non fanno parte dei nomi più famosi (senz'altro non dei più ricchi) negli annali di questa scienza. Sono invece quei geni da laboratorio nel garage che hanno capito la macchina fin nei suoi livelli più profondi e ci hanno regalato un nuovo stile di vita e una nuova specie d'eroe umano. Hacker come Richard Greenblatt, Bill Gosper, Lee Felsenstein e John Harris, sono lo spirito e l'anima dell'informatica stessa. Credo che la loro storia, le loro visioni, la loro intima confidenza con la macchina le esperienze nel loro mondo particolare e i loro "interfacciamenti" col mondo esterno, a volte drammatici, a volte comici, costituiscano la vera storia della rivoluzione informatica.
L’etica hacker, tratta dal capitolo 2 del volume di Steven Levy
> L’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo. Dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani!
> Tutta l’informazione dev’essere libera.
> Dubitare dell’autorità. Promuovere il decentramento.
> Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.
> Con un computer puoi creare arte.
> I computer possono cambiare la vita in meglio.
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