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Prefazione a “Manuale di cultura industriale” di Paolo Bandera a

I Throbbing Gristle versione originale (foto Throbbing Gristle)
I Throbbing Gristle versione originale (foto Throbbing Gristle)
X-TG live (foto Stefano Masselli)
X-TG live (foto Stefano Masselli)
Z’ev durante una performance a San Francisco (foto Erich Müller)
Z’ev durante una performance a San Francisco (foto Erich Müller)
Monte Cazazza, dal booklet di The Worst
Monte Cazazza, dal booklet di The Worst
Copertina di Code di Cabaret Voltaire
Copertina di Code di Cabaret Voltaire
Coil, backstage di un live del 2008
Coil, backstage di un live del 2008
Genesis P-Orridge nella fase Psychic TV
Genesis P-Orridge nella fase Psychic TV
Un’apparizione di Bloodyminded, il gruppo americano formato da Mark Solotroff nel 1995
Un’apparizione di Bloodyminded, il gruppo americano formato da Mark Solotroff nel 1995

METODO & RAZIONALE: REMIX PER IL XXI SECOLO

Quando, nel 1997, ShaKe ha chiesto di curare l’edizione italiana dell’Industrial Culture Handbook è apparso logico adottare la formula del remix, intesa come ricostruzione dell’originale, aggiornando, sottraendo e aggiungendo al fine di rendere il tutto più possibile coerente con una visione contemporanea. Questa scelta appare ancora maggiormente valida oggi, nel 2010, volendo pubblicare una versione che tenga conto di tutto quello che è successo nel frattempo e al tempo stesso consenta di esprimere in forma ottimale lo spirito, le intenzioni e le implicazioni dell’originale.
Da questo punta di vista, il remix è quindi inteso come una forma suprema di esplorazione alchemica, per mezzo della quale editing, riconfigurazione, equalizzazione e nuove sequenze estraggono nuovi significati e prospettive iridescenti. Il contesto riemerso dal processo appare al tempo stesso psicologicamente deflagrato e concettualmente enfatizzato, in sintonia e simbiosi con sotterranee correnti socioculturali e relativi vettori comunicativi.
Attraverso la forma preponderante del web e del fenomeno social network, la liquidità dei media consente ora l’estrazione di percorsi interpretativi molteplici, oltre a tracce multidimensionali di riferimenti e dettagli fattuali. Nella configurazione permutativa di metadatabase fluttuanti e blog antagonisti si reperiscono chiavi e codici mutanti, che consentono una costante indicizzazione dei significati, in parallelo con il reperimento esponenziale di informazioni e reperti.
La rete esplosa, raggrumata in tensioni flebili e striscianti, forma però sacche di memoria e strati molteplici di storicizzazione, deviando progressivamente dalla lettura in senso tradizionale e confluendo in modalità ipertestuali permanenti, dove il commento e l’indirizzo originario trascendono l’evento oggettivo, trascinando il significato in una forma di investigazione infinita, assolutamente oltre ogni parvenza di precedente pragmatismo.
Nella deriva fruitiva conseguente, la forma solida del libro tende a metaforizzarsi, avvalendosi di esperienze tattili ed emotivamente sinergiche che lo spingono su piani discrepanti.
Soprattutto in ambiti come quelli delle forme espressive marginali e antisociali tratteggiate dalla trattazione sulla cultura (post)industriale, il testo fisico spinge verso una logica quasi soprasensibile, commutandosi in oggetto totemico, simbolico e iconico.
Come in un gioco dove il feticcio cartaceo è latore di concupiscenza e stimolo intellettuale, la realizzazione libraria accumula spessore e densità, spingendo la percezione verso profondità extracognitive.
Si sviluppa progressivamente, infatti, una valenza multipla del linguaggio stampato, in sincronia con una tendenza al ritorno dell’artefatto primordiale, come evocatore di unicità e antidoto alla distillazione infinita, fine a se stessa.
Forse in sintonia con quanto accade nell’ambito dei media sonori con la corrispondenza tra download e vinile/cassette, si esprime un paradosso semantico, nel quale la megamodernità ambientale e tematica sfocia nella ricerca non del formato più conveniente e/o “innovativo”, ma di quello che maggiormente garantisce profondità e fedeltà interpretativa (non formale) al contenuto profondo, in alternativa al puro linguaggio.
Come in un intrinseco modulo di critica sociale, il caricamento di elaborazione mutante si autoposiziona nel terreno più fertile per la generazione di condizioni impreviste, inoculando di fatto un vaccino deprogrammante.
Proponiamo quindi un nuovo progetto contro la banalizzazione, ripercorrendo in forma alterata ciò che era stato precedentemente tracciato, disseminandolo di nuovi traccianti ed esposizioni inedite.
Appare particolarmente interessante sottolineare in alcune aree come sia sempre più definente la massimizzazione del “rumore delle radici”, inteso come svisceramento diagnostico delle dinamiche originali, finalizzato a scoprirne le possibilità sepolte e proiettarne l’implementazione inattesa.
Si definiscono ed evolvono, perciò, configurazioni di localismo estremo, sia fisiche che intellettuali, in termini di performance e di manufatto, ripercorrendo in modo interattivo motivazioni e obiettivi.
Deraglia, allora, il do it yourself spinto dell’era post digitale, attorcigliando artefatti iconoclastici con terminologie scientifiche e neologismi surreali… quasi un senso di neoluddismo penetra tra le connessioni spalmate tra i confini aperti dai flussi digitali, implodendo in forme contraddittorie di protesta individuale e decantazione artistica.
Propugniamo quindi un percorso psicogeografico tra le vene musicali, rimbombando tre le scansioni più nascoste e i suoli più inesplorati dell’immaginario del secolo transproduttivo.
Come un’invocazione di apocalissi alternative, il nesso costruito su misura crolla immediatamente dopo l’apparizione, servendo come tramite per varchi spazio-tempo tra le rappresentazioni e l’essenza effettiva.
Si tratta, forse, di un esercizio di realismo speculativo, in cui si tenta di estrarre la materia dal significato, in viste multidimensionali, oltre le vertigini del caos primario.
La valenza profana dissemina il terreno sacrale con contaminazioni e ritorce le polarità ideologiche, riscaldandole e fondendole su orbite dalle geometrie disegnate nell’inconscio collettivo.
In ultima analisi, sono ipotesi di archeologia culturale metropolitana, che transita al tempo stesso tra spazi autonomi temporanei e luoghi di arte alta (gallerie, accademie, festival), tra pulsioni sacrificali ed equivalenti di performance accatastate nelle zone abbandonate dall’industria.
Le regioni di rischio implicano esperienze talmente radicali da non poter essere metabolizzate: il cut up e il remix volteggiano e si dislocano, sviscerando loro stessi e trascinando le forme corporee verso rotte ancora inespresse… il manuale esplode e le pagine si infiammano, disperate, in un vuoto terribilmente vicino.

 

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