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I viaggi di Mel (interviste)
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di Manuela del Frate, tratta da “Liberazione”, 1 febbraio 2005
A due anni di distanza dalla Banda Bellini, e a sette da Costretti a sanguinare, esce il nuovo romanzo di Marco Philopat I viaggi di Mel, sempre edito dalla ShaKe. Il terzo libro scritto da uno dei primi punk italiani che continua negli anni ad essere un vero e proprio "agitatore culturale"; con quest'opera Philopat si avventura nei primi anni Sessanta, quando il fermento e la contestazione dovevano ancora esplodere e stavano assumendo, per il momento, la forma della "rivolta beat".
Marco, cosa ha significato l'esperienza di "Mondo Beat" e di "Barbonia City" in una città come la Milano del 1967?
Nel volume intitolato Il '68 a Milano di Leonardo Arte, una pubblicazione ad album, uscita in occasione di una mostra nel 1998 alla Triennale, dove erano esposti straordinari scatti di alcuni tra i migliori fotografi dell'epoca, Mulas, Bonasia, Cesare Colombo e molti altri, c'era anche un'autorevole cronologia dei fatti di quegli anni, che iniziava così: "27 gennaio 1967 - Provos, Onda Verde e Mondo Beat presentano i loro programmi a centinaia di persone nel corso di un dibattito-fiume alla Casa delle Culture". "Mondo Beat" nella Milano dei quartieri ebbe lo stesso effetto che suscitò qualche mese prima il giornaletto del liceo Parini, "La Zanzara" tra i figli della buona borghesia. I giovani di allora capirono che la rivolta era arrivata fino a Quarto Oggiaro e Sesto San Giovanni e dopo aver invaso provocatoriamente piazza del Duomo inneggiando al pacifismo e all'amore libero, tentarono di costruire un'altra idea di città in una tendopoli in fondo a via Ripamonti. I benpensanti ne ottennero lo sgombero immediato, ma ormai la situazione gli era sfuggita di mano: poco dopo fu occupato l'Hotel Commercio, e finalmente gli studenti si diedero una mossa.
Il tuo primo libro Costretti a sanguinare. Romanzo sul punk ha rotto i classici schemi della scrittura; una storia interna al movimento italiano raccontata non in forma di saggio, ma narrata in prima persona con emozioni e sensazioni che arrivano immediate al lettore - diretto come un racconto orale, senza che le parole possano essere in qualche modo bloccate, frenate o mediate dalla punteggiatura. Uno stile che continua anche nelle tue pubblicazioni successive.
Vorrei allontanare da me ogni spettro "autoriale", nei miei racconti mi limito a tirare dei fili, tessere una tela che è già abbozzata nella sua forma orale. La strana punteggiatura la sperimentai ai tempi delle grintose punkzine e la affinai utilizzando le Bbs, le pionieristiche mailing list nella seconda metà degli anni Ottanta. Le letture di Nanni Balestrini e Cesare Bermani mi hanno aiutato notevolmente a intrecciare il racconto orale e la ricerca storica alla narrazione. Inoltre sono allievo di Primo Moroni, fu lui a farmi conoscere sia Andrea Bellini sia Melchiorre Gerbino. Quando sostengo che questo libro è l'episodio conclusivo della mia trilogia; intendo dire che d'ora in poi dovrò cavarmela da solo, senza i suoi consigli.
I viaggi di Mel si distingue dai due libri precedenti per essere una vera e propria narrazione a più voci. Personaggi diversi tra loro per provenienza sociale e geografica, ognuno con il proprio modo di raccontare. Una scelta stilistica interessante e sicuramente più complessa delle precedenti.
Era l'unico sistema per scalfire la corazza egotica di un personaggio che millanta di essere una delle personalità più famose del XX secolo, l'inventore della contestazione, colui che accese il fuoco della rivolta, eccetera, eccetera. In realtà mi sarebbe piaciuto incontrare tutte le persone che ho estrapolato dai racconti del Gerbino, e ti dico, considerata la vastità delle sue esperienze, ne avrei potuti creare molti altri. Purtroppo la ricerca storico/teppistica/letteraria non riceve alcun sovvenzionamento, perciò ho dovuto limitarmi. Peccato! Perché in quel caso avrei potuto viaggiare un bel po' per cercare i più sbroccati avventurieri del mondo.
Nella fase discendente delle sue storie d'amore importanti, Gerbino sembra diventare più spietato ed egoista che mai. Rispedisce mogli e fidanzate nei paesi d'origine con i figli a carico, vecchi amori a cui arriverà magari qualche cartolina negli anni, mentre lui continua i suoi viaggi. Eppure sostiene di averle amate con passione, una passione a cui alla fine rinuncerà per "convertirsi" all'erotismo. Le storie d'amore sono sempre presenti nei tuoi libri, quasi a segnare l'importanza che ha avuto l'affettività nelle vicende storiche che narri. È cosi?
Come si può prescindere dalle affettività se si segue un percorso analitico della memoria storica? Ognuno di noi sedimenta i ricordi sulla base dei propri rapporti d'amore. Per scrivere Costretti a sanguinare partii dalle mie "love stories" di ragazzino. L'amica Claudiona, che strappò il velo delle mie vergogne di stampo cattolico, la timida Annalisa, suicida con un colpo alla tempia dalla pistola del padre carabiniere, che mi tatuò, non solo sulla pelle, il disperato slogan del "No future" e infine Cristina, con la quale trovammo la forza per sfuggire all'eroina e fondare il centro sociale "Virus". Insomma, partendo da ciò si trovano i collegamenti per inserire gli episodi di formazione individuale nel contesto sociale e storico. La lotta tra "il personale e il politico" che coinvolge Andrea Bellini in tutta la sua epica, e poi Gerbino che spinge al paradosso l'assenza di proprietà del libero amore facendosi alla fine travolgere. Con questo libro ho tentato di immedesimarmi nelle due donne che sopportarono per così tanto tempo un tipo come Mel, non è stato facile, perché lui per certi aspetti è un testimone assai reticente. Ho dovuto farmi aiutare dalla mia compagna, dalle amiche, e dallo staff femminile della Shake, donne con le quali il Gerbino è entrato via via sempre più in conflitto. Determinante è stata la testimonianza di suo figlio Nino, con cui mi sono trovato all'istante d'accordo nel voler capire le origini e le motivazioni di una tale megalomania, a volte persino saggia, concentrata nel testone pelato del padre.
Nel libro, così come nelle interviste, ti piace presentare Gerbino e Bellini come grandi affabulatori. Anche se sembri essere tu l'affabulatore per eccellenza. Ami raccontare le storie che con pazienza hai ascoltato e di cui hai scritto, probabilmente sei uno dei pochi scrittori che si diverte ad organizzare le presentazioni dei libri che ogni volta, somigliano a veri e propri happening.
Mi piacerebbe risponderti a lungo, raccontandoti come vorrei far esplodere nella quotidianità le pagine di un libro, ma forse non c'è abbastanza spazio, invito piuttosto i lettori a qualche presentazione. Ci tengo però a dire che sono parte di quel migliaio di altri attivisti italiani che da 10 o 20 anni si sforza di proporre, nei centri sociali e ormai anche fuori, sperimentazioni sulla comunicazione e iniziative multimediali a qualsiasi livello. Attivisti diventati una preziosa risorsa per un possibile rilancio dell'intera galassia culturale nel nostro paese. E mi chiedo come mai la sinistra ufficiale non sia ancora in grado di capirlo.
"Non c'è rivoluzione senza investimento libidinale", è una frase di Gilles Deleuze a te cara; è un capitolo del tuo primo libro, ma è anche un filo che attraversa i tuoi racconti, che si incarna nei personaggi scelti.
Massimiliano Guareschi ha scritto un libro su Gilles Deleuze, Pop Filosofo, e quelle sono le uniche pagine riguardo lo studioso francese che sono riuscito a leggere, quindi non so bene come si possano concatenare i protagonisti dei miei romanzi. Indubbiamente nessuno dei tre rientra nei canoni della tradizione della sinistra nostrana, ma la questione dell'investimento libidinale fu vissuta come provocazione punk, rispetto ai compagni che volevano portarci a volantinare alle sei del mattino davanti alla fabbrica del padrone, la Star, per coinvolgere gli operai nella nostra lotta contro lo sgombero del Virus. Oppure alla memorabile "commissione cultura" del Leoncavallo che ci chiedeva spiegazioni ideologiche sui concerti alla Einstürzende Neubauten che proponevamo... L'ondata di individualismo che dominò negli anni Ottanta non si è ancora conclusa, anche se ora ci sono centinaia di migliaia di lavoratori precari che cominciano a domandarsi il significato di una lotta collettiva. Il problema rimane quello dell'organizzazione, che non può più basarsi su una struttura verticistica tipica della forma partito. La sua risoluzione sta forse nella scommessa lanciata dal movimento nato a Seattle cinque anni fa che, però, non riesce ancora a esprimere tutte le proprie potenzialità. Qualche segnale è già presente sulle strade delle città, per esempio San Precario, leader disindividuante e antiautoritario, che guida il corteo del 1 maggio. Per me, chiusa l'esperienza del Virus, uno degli incontri più importanti è sicuramente stato quello con la Calusca e Primo Moroni.
L'attitudine a "socializzare i saperi senza fondare poteri", unita ad una forte propensione a manipolare, smontare, decodificare - propria della filosofia hacker - hanno sicuramente lasciato una traccia fondamentale nella vita della ShaKe e della rivista "Decoder". Che influenza hanno avuto nel tuo lavoro di narratore di storie, nella scelta delle situazioni e dei personaggi da ascoltare?
Praticamente mi hai chiesto quale sarà il mio prossimo libro! Infatti da qualche anno, insieme a Paola Mezza, presidente della cooperativa ShaKe, che gestisce un fornito archivio di documenti e fotografie del periodo 1984-89 stiamo progettando un lavoro che in sintesi si potrebbe rintracciare nella frase che appare in ogni nostro catalogo: "Socializzare i saperi senza fondare poteri". Ci sembra importante analizzare il momento in cui la ristrutturazione si trovava nella sua fase aurorale, come ci diceva spesso Moroni, e dove le prime risposte del movimento, appena uscito da una durissima repressione andarono poi a riconfigurare le strategie della lotta di classe, a partire dallo studio sulle nuove tecnologie.
La Shake si è sempre distinta per il tipo di pubblicazioni che propone, così come per la capacità di resistenza nei confronti di un mercato sempre più spietato con i piccoli mantenendo però intatta la sua proposta culturale. È sicuramente ancora importante continuare a diffondere pillole di memoria e di controcultura, ma quanto è difficile?
Non solo quello, ci auguriamo che con I viaggi di Mel, si riesca a fare riflettere tutti coloro che si ritrovano quarantenni a dover fare i conti con un passato da protagonisti nelle scelte anticonformiste e di insubordinazione, a partire dalla critica alla famiglia. Come comportarsi con il passare del tempo? Quali scelte? Quali rotture? La ShaKe ormai da 20 anni cerca di decodificare il presente, l'attuale crisi del movimento coinvolge inesorabilmente anche la nostra cooperativa, d'altronde anche il libro è una merce e purtroppo il mercato ha le sue esigenze, anche se a nostro parere rimangono in qualche modo secondarie.
Con I viaggi di Mel dichiari chiusa la trilogia sulla controcultura italiana, eppure hai sempre sostenuto che, anche se il punk è morto, ha lasciato i germi da cui sarebbe nata la cybercultura, l'esperienza della Helter Skelter, i techno rave, la ricerca del desiderio nelle pratiche quotidiane, la diffusione dell'hacking inteso come filosofia di vita. È un pezzo di storia che hai vissuto anche tu, non sei morto con il punk nell'84?
Da quando è crollato il muro di Berlino il mondo è in continua trasformazione ed è a mio parere difficile comprendere la modernità con gli attuali strumenti a disposizione. Le controculture hanno assunto caratteristiche indecifrabili, forse proprio per sfuggire alla società dello spettacolo che diede un nome ai punk, agli autonomi e ai capelloni, per criminalizzarli meglio. Ma non possiamo sottovalutare quali terremoti interiori riuscirono a far esplodere nell'immaginario queste forme di ricomposizione nei bassifondi del dissenso. Il protagonista del mio ultimo romanzo afferma nel film-intervista Mondo Mel di Francesco Galli, realizzato appositamente per le presentazioni, che nel 1960 a Stoccolma i primi viaggiatori ribelli d'Europa si vergognavano della propria nazionalità perché la consideravano frutto di una cultura settaria. Il viaggio diventa metafora per conoscere se stessi fino a mettere in discussione le appartenenze più radicate. E allora ascoltiamo almeno una volta i suoi assurdi consigli: "Toglietevi la cravatta dal collo e il sacrificio dallo zuccone... E partite... Partite subito!.. Parola di Melchiorre Gerbino".
di Maurizio Marsico, tratta da “Urban”, febbraio 2005
La parola è energia viva, è il nome delle cose, dei gesti, dei fatti, delle storie, che se non fossero scritte, narrate, ricordate, documentate, non esisterebbero né ora né mai. La parola apre porte o le chiude per sempre. Innesca reazioni o induce al silenzio. La parola è intelligenza individuale e collettiva.
Facile e difficile, lavorare con le parole. Tutti possediamo un repertorio sconfinato di immagini, emozioni, poesia, aneddoti, racconti. Tutti siamo testimoni del nostro pizzico di Storia. Ma pochi conoscono come trasformare questa energia in qualcosa di utile, bello, interessante, prezioso. Come trasformare pensieri in parole che generano altri pensieri, che generano altre parole. Come scrivere pagine, che restano. Pagine che smuovono qualcosa dentro. Libri che passano di mano in mano e di lettore in lettore.
Marco Philopat è uno di questi. Milanese, classe 1962, ama definirsi agitatore culturale, ma in realtà è Scrittore con la S maiuscola punto e basta. Anche se vuole far esplodere nella quotidianità le pagine dei suoi libri e le sue presentazioni si trasformano spesso in party che culminano a notte inoltrata nella bisboccia generale, è nella scrittura che ha messo le ali. Da quando era direttore, redattore, inviato, cronista e stampatore di punkzine fotocopiate e autogestite, fino a oggi che ha pubblicato il suo ultimo romanzo (I viaggi di Mel, Shake Edizioni), la passione per lo scrivere non l'ha più abbandonato, anzi, è forte più di ieri e meno di domani.
I viaggi di Mel sembra essere l'ultimo capitolo di una trilogia a ritroso tutta milanese.
Direi piuttosto di una trilogia controculturale, nel senso più internazionalista del termine. Storie milanesi che si possono riflettere anche in altre realtà. I punk del Virus di Costretti a sanguinare (1997) sarebbero potuti esistere anche a Glasgow o a Madrid e La Banda Bellini (2002) era pur sempre il servizio d'ordine più celebre degli anni '70 in tutta l'Italia delle manifestazioni.
E adesso invece, l'epopea di Melchiorre Gerbino, presenzialista del salotto televisivo di Maurizio Costanzo...
Non tutti sanno che quel signore pelato, benché ospite del Maurizio Costanzo Show per ben 70 volte, fu nel 1966 uno dei primi capelloni della penisola, fondò la rivista "Mondo Beat" e praticò la filosofia quotidiana beatnik, sesso libero compreso, nella tendopoli di via Ripamonti "Barbonia City". Mi interessava l'assurdità del percorso di Gerbino da freak a personaggio televisivo, da leader della contestazione a istrione da palcoscenico, da provocatore a profeta globetrotter del libero amore. Il suo essere personaggio controverso, quasi paradosso di se stesso. Grande affabulatore, viaggiatore cosmico, campione di audience senza radici. La sua generosità e la sua misantropia, "La follia che diventa genio".
Cosa accomuna il protagonista di Costretti a sanguinare a Bellini e Gerbino?
Sono tutti e tre personaggi in fondo tragici, caratterizzati da una parabola discendente. Che hanno tantissimo da dire e che hanno creduto, in momenti storici differenti, a un certo immaginario. Andrea Bellini, Spartaco di quartiere che si ribella e diventa generale di un piccolo esercito. Melchiorre Gerbino, uomo libero con i suoi lati oscuri, difesi da una corazza egotica. Per me interessante è proprio guardare oggi a ciò che ne rimane di quegli immaginari. E poi, a parte il caso di Costretti a sanguinare, libro sostanzialmente autobiografico, mi interessa anche il processo di immedesimazione che si instaura, lavorando con persone così diverse da me. Di entrare in profondità nei rapporti affettivi, nelle storie d'amore e in quelle familiari.
Qual è il tuo modo di lavorare?
Piuttosto artigianale. Mi considero allievo di Primo Moroni (sono stato per anni commesso della "sua" libreria Calusca), Nanni Balestrini (ho ereditato da lui un certo gusto surreal situazionista) e Cesare Bermani (studioso di Storia Orale). Nel mio modo di scrivere si intrecciano ricerca storica, racconto orale e narrativa. Prima registro ore e ore di conversazione, che al momento della sbobinatura incrocio con dati storici. Poi aggiungo testimonianze di supporto e riscrivo il tutto. Dopo la seconda stesura, faccio il primo giro di bozze al termine del quale avviene la prima lettura con i protagonisti e quindi procedo a una nuova ulteriore stesura.
Milano ha ancora qualcosa da dire?
Avrebbe tantissimo da dire, essendo il ponte culturale tra Mediterraneo ed Europa del Nord, ma per scrittori ed editori oggi ci sono difficoltà, soprattutto per chi ha dai 45 anni in giù, nel trovare gli interlocutori giusti ai piani alti del potere.
Hai un tuo blog?
No, a volte impiego un giorno intero per una sola pagina e poi sono troppo affezionato alla carta stampata.
Toglimi una curiosità, che diavolo significa Philopat?
Sono stato battezzato così da una mia amica punk, perché sono alto, magro e mi muovo in modo spigoloso, come Filopat, disegno animato ungherese in onda una ventina d'anni fa sulla Televisione della Svizzera italiana nel programma Scacciapensieri. Filopat e Patafil erano i due protagonisti del cartoon...
di Lello Voce, tratta da “l'Unità”, 3 gennaio 2005
C'è un uomo in Italia che dice di aver inventato la contestazione. Proprio così: inventato. E da un certo punto di vista non si può dargli torto, perché quando Melchiorre Gerbino, è questo il suo nome, di ritorno dalla Svezia, nell'ormai lontanissimo 66, fonda con Vittorio Di Russo l'indimenticabile "Mondo Beat" lo fa in un'Italia ancora sonnacchiosa e pronta strillare scandalizzata nel leggere sulle colonne del "Corriere della Sera" la singolare storia di Di Russo, tra i fondatori del movimento provos olandese, scacciato da Amsterdam e giunto Roma per essere sbattuto di filato in guardina. Ma ad attendere Di Russo non c'era solo la Polizia, c'era anche Gerbino ed è dall'incontro di questi due capelloni, anzi "barbudos" come si diceva allora, che nasce il primo capitolo di quella contestazione che poi, con caratteristiche certo cambiate, giungerà sino al 68, al 77. Ma a voler stare alla filologia tutto comincia proprio con Di Russo, Gerbino e il loro "Mondo Beat".
Come stupirsi che proprio al singolare siciliano, artista, leader della contestazione, scrittore, istrione sia dedicato l'ultimo dei volumi della trilogia che uno dei più intelligenti e sensibili tra i nostri "agitatori culturali", Marco Philopat, ha consacrato a ricostruire i momenti salienti di quella che lui definisce la generazione x, quell'insieme di movimenti (e di culture) che tra i Sessanta e gli Ottanta ha integralmente dissentito nei confronti di ciò che una volta si definiva "il sistema"? Il racconto di Philopat inizia dai punk e dal loro "no future", mirabilmente descritti in Costretti a sanguinare, per poi proseguire con le gesta della Banda Bellini, "quelli del Casoretto" leggendario servizio d'ordine nei plumbei (letteralmente plumbei) anni Settanta e terminare col capitolo con cui tutto iniziò: per l'appunto "Mondo Beat", Barbonia City, la "Cava" dove si riuniva la redazione del foglio ciclostilato, la vita, le avventure i peccati, I viaggi di Mel, al secolo Melchiorre Gerbino.
Ma quella di Philopat è più di un'operazione strettamente letteraria, è un lungo, lucido percorso d'analisi politica, culturale, antropologica di quegli anni che ci fa intravedere legami saldi anche col nostro presente. Quest'ultimo volume, poi, costruito sull'incrocio polifonico di capitoli-voci, di lingue diverse, è ancor più degli altri capace di coinvolgere il lettore in un turbine di differenti prospettive, di trascinarlo lungo il filo sospeso e teso del dialogo nascosto che sta dietro tutto il racconto: quello tra l'agitatore culturale di ieri - Gerbino - e quello di oggi - Philopat stesso. Ma poiché I viaggi di Mel è solo l'ultima tessera di un mosaico più ampio, è da qualche questione generale che deve comunque iniziare il mio dialogo con l'autore.
In tutti e tre i tuoi romanzi si parla di conflitti, conflitti aspri, con la morale, con la società e le sue strutture oppressive, col pensiero omologato, con certa "politica". Tutti i tuoi protagonisti hanno, in compenso, un'identità forte, spiccata, hanno sogni e memorie. Che rapporto c'è, che rapporto c'è stato in questi decenni ultimi tra "identità" e "conflitto"?
La sinistra radicale italiana non ha mai amato troppo il concetto di identità, preferisce quello meno essenzialista di soggetto. Però non c'è dubbio che i tre cicli eretici di insubordinazione, conflitto e resistenza descritti nei miei romanzi, e vale a dire anni 60, anni 70, anni 80, hanno sedimentato visioni, idee, gusti, valori comuni in una parte crescente della popolazione, e non solo giovanile. E così con la stagione dei centri sociali e dell'hiphop di movimento nei primi anni 90, fino ad arrivare a Seattle, Genova e i no global, si assiste all'affermazione in Italia di un soggetto coeso di ragazze e ragazzi dotati di un ethos distintivo e di progettualità culturale autonoma. Un soggetto che non riusciamo ancora a nominare, ma che indubbiamente c'è e agisce collettivamente. Si tratta di una generazione cosmopolita e libertaria che oppone un violento rifiuto alla destra mediatica e clerico-fascista, ma è anche critica delle forme ereditate della sinistra italiana. Insomma stiamo parlando di quella lunga generazione X che a 30 anni dal 77 e a 15 anni dalla fine della guerra fredda è ancora esclusa da diritti politici e garanzie sociali.
È indubbio che ricordare sia fondamentale, ma io credo che questa tua trilogia sia più che un'operazione "memoriale", credo che tu - infine - abbia tentato di dare un'interpretazione generale dei "movimenti", o almeno di alcuni dei movimenti attivi tra 60 e 80, puoi offrircene una sintesi? E quanto è importante, secondo te, che il nostro rivolgerci a quegli anni non sia soltanto un'operazione "memoriale"?
L'interpretazione la danno i protagonisti dei tre romanzi partendo dal loro vissuto, io mi sono limitato a tirare i fili, tessere una tela, creare alchimie per fare reagire i ricordi e le affettività con la documentazione storica. Certo la scelta dei personaggi è fondamentale. Il punk di Costretti a sanguinare inizia gridando il suo disperato "No future" ma poi, poco prima di soccombere alla follia, getterà le basi per il futuro consolidarsi della stagione dei centri sociali. Andrea Bellini come uno Spartaco moderno è insofferente a qualsiasi tentativo di addomesticamento, vuole tutto e subito, se ne fotte persino della vita stessa pur di salvare i cento da cafoni di periferia che continueranno la lotta. E infine Melchiorre Gerbino, forse il protagonista più complesso, alieno alla normalità, un dinamitardo della natura umana, tra i primi che nel 1967 si dichiararono cittadini del mondo coniando il termine "contestazione". Pioniere degli stravolgimenti del 1968 si trasforma in nomade guerriero del libero amore nella spasmodica ricerca di zone temporaneamente liberate in tutto il globo. Rincorso da presunti agenti della Cia, del Mossad e soprattutto del Vaticano, percorrerà vie di fuga sempre più intricate fino a farsi travolgere da inevitabili e devastanti contraddizioni. A loro modo sono tutti e tre percorsi della sconfitta dove chi si immedesima non può fare a meno di sviluppare una coscienza critica cogliendone gli errori e le genialità... Un esplicito invito allo scoprire se stessi in un viaggio alle origini di quel soggetto di cui parlavamo sopra... "Strappatevi la cravatta dal collo e il sacrificio dallo zuccone e viaggiate! Viaggiate e viaggiate ancora... Parola di Melchiorre Gerbino".
Ma insomma chi è Melchiorre Gerbino?
Un critico letterario un anno fa mi ha detto: "Ma veramente vuoi fare un lavoro su un poveraccio del genere?" Vorrei ricordare a tutti coloro che disprezzano il protagonista dei I viaggi di Mel che attorno alla metà degli anni 80, cioè in pieno riflusso conformista, e vent'anni dopo "Mondo Beat", Melchiorre Gerbino fece dimettere due sindaci di Calatafimi in odore di mafia, grazie alla sua grande capacità affabulatoria, con una serie di comizi/monologhi autogestiti nelle piazze siciliane... E lo fece da solo! Con la stessa audacia con cui inneggiò al pacifismo e all'amore di gruppo in una grigia e catto-comunista piazza del Duomo del 1966 infastidita dalla "Zanzara" del Parini. A costoro direi anche che la recente conversione all'Islam del Gerbino è frutto di un'ennesima fuga dagli agenti del Vaticano sospinti da una nuova ondata di integralismo cattolico che regna oggi nel mondo...
Nella tua trilogia, I viaggi di Mel è quello più denso di documenti storici, quasi che in certi casi le carte parlassero da sé, senz'altro bisogno che il romanziere si limiti ad accompagnarle per mano sino alle soglie del libro. L'impatto, probabilmente per il forte coefficiente estetico dei materiali presentati, è notevole: com'è nata questa scelta secondo me felicissima e quanto c'entra il fatto che Gerbino è certamente un "personaggio" non addomesticabile, che vuole raccontarsi, più che essere raccontato?
Sicuramente il conflitto tra me e Melchiorre è stato a tratti aspro, e credo di essermi conquistato la sua fiducia grazie alle tante ore ed esperienze che abbiamo vissuto insieme, tra la sua piccola residenza nella campagna del trapanese, le barriere coralline del Madagascar, e a Milano in casa mia o in ufficio. Ma a parte La Banda Bellini, dove il materiale iconografico avrei potuto trovarlo solo in questura, a causa della riconosciuta abilità del Casoretto a sfuggire agli obiettivi, di solito mi piace fare uscire i contenuti dalle pagine di un libro, proprio come era intento delle prime punkzine con le quali, un tempo, mi cimentavo. D'altronde il modello punkzine domina in miliardi di siti nella Rete e il libro deve essere capace di esplodere nella quotidianità. Mi piace concepire le presentazioni come happening, coinvolgere tutte le arti della comunicazione. Quest'ultimo libro è accompagnato da una mostra su "Mondo Beat" con l'aiuto dello sterminato archivio di Ignazio Maria Gallino; Francesco Galli, un amico regista, ha realizzato un documentario dal titolo Mondo Mel, e poi attori e musicisti interpretano i testi e i climi degli anni Sessanta, Cyberone di Spazio Petardo associato a Bob Scotti, un diggei beat, alla consolle del trip to the freaky era, per fare ballare i neobeatniks in ognidove.
Tre romanzi di successo, tre romanzi che vendono con una piccola casa editrice la ShaKe, che resiste ostinata alla globalizzazione editoriale. E tu ti ostini a pubblicare da un "piccolo", dando un esempio delle scelte che molti dovrebbero fare. Questo significa che anche i piccoli possono diventare visibili? Che anche per chi non dice sempre sì esistono quote di mercato?
Credo che le piccole case editrici siano dei veri e propri centri di ricerca ben collegati con il territorio, e siccome preferisco definirmi agitatore culturale piuttosto che scrittore la mia collocazione in una grande azienda mi sembra alquanto improbabile, anche se non escludo a priori la possibilità di provarci. Qui in Italia ci sono degli esempi ben riusciti, il rapporto tra Einaudi e Wu ming lo dimostra. Però si deve capire l'importanza delle piccole case editrici nel ruolo della formazione, luoghi di frontiera tra la strada e un impiego nell'ambito culturale, ammortizzatori sociali nel definire e dare un nome alla nefasta influenza dell'attuale società dello spettacolo in centinaia e centinaia di giovani illusi. La ShaKe è da vent'anni una struttura editoriale a servizio delle più svariate anime del movimento, in prima linea nel cercare di decodificare il presente, esattamente come Primo Moroni ci insegnò alla fine della grintosa stagione del punk. Poi se mi parli di quote di mercato, non so proprio cosa dire. Se penso a tutte le innovazioni che la ShaKe ha regalato, praticamente gratis, dovunque e a chiunque senza mai una volta potere stare tranquilla dal punto di vista economico, mi viene solo da ridere. Ma qui si ritorna al problema della generazione x che produce grande creatività dal basso ma è marginalizzata in politica e precarizzata al lavoro. San Precario è un'icona che almeno a Milano ha funzionato parecchio nell'aggregare le spinte caotiche e dispersive del malessere sociale. Melchiorre Gerbino non sarà mai un santo, questo è chiaro, ma alle volte le più bizzarre utopie sono attrezzi potenti per smuovere l'immaginario...
di Giuseppe Genna, tratta da www.miserabili.com, 23 novembre 2004
Questa è una recensione che è anche un'intervista. Si può dire che, per me, è un'esperienza. Io non sono un divoratore di libri, ma un divoratore di uomini. Io sono un antropofago assoluto: divoro, degli umani, non soltanto la presenza fisica, mentale e spirituale, ma anche e soprattutto gli universi paralleli che sono l'aura e la quintessenza degli uomini. Per me, questa cosa, detta molto rozzamente, è la letteratura. Per cui ieri ho fatto un'esperienza letteraria. Sono andato da ShaKe Edizioni e ho incontrato Marco Philopat, l'autore di questo capolavoro che è I viaggi di Mel, appena uscito in tutte le librerie. Un romanzo esploso in storie e sguardi tragici e comici, in prospettive esaltanti e preoccupanti, con un'appendice documentale su Mondo Beat, curata direttamente da quello che è il protagonista del romanzo di Philopat: l'anarco-opportunista Melchiorre Gerbino, colonna storica dell'underground sessantino, uno dei creatori della contestazione. Questo è un libro fondamentale, bellissimo. E lo è perché lo si divora e perché divora: divora tutto, storie aneddoti, imprese epiche, paranoie, finte cospirazioni, amore, sesso, festa, lotta, viaggio, morte, vita, sogno, incubo, liberazione, potere...
Questo libro è mio fratello perché esso stesso, come me, è un divoratore di uomini che si dispone a essere divorato. Qui inizia l'avventura del signor...
Per intervistare Marco Philopat, io non faccio quello che ha fatto e continua a fare il leggendario, mitologico, paradossale e insopportabile Melchiorre Gerbino, l'absolute character de I viaggi di Mel. Gerbino, detto Ri-ri, detto Paolo, detto Mel, per tutta la vita ha viaggiato. Ha fatto il giro del mondo tre volte. È un nomade il cui nomadismo coincide con il dominio dell'uomo sul pianeta: ovunque ci sia l'uomo, lì Gerbino c'è stato.
La Shake sta a quarantotto metri di distanza in linea d'aria da casa mia. Io non ho dovuto munirmi del necessaire di Mel, il quale si porta sempre dietro un marsupio in cui "chiaramente c'è il passaporto - spazzolino dentifricio e una piccola saponetta per la pulizia delle mani e del corpo che deve essere sempre eseguita con scrupolo - un limone per disinfettare cibi posate e bicchieri - un pennello e tre boccettine con i colori base per dipingere e vendere qualche acquerello... Infine un mazzo di tarocchi - utile per le emergenze - un infallibile sistema per attrarre femmine perplesse... Le donne vanno pazze per gli arcani responsi dell'indovino".
Per fare i quarantotto metri che mi separano da ShaKe, non ho bisogno di questa scialuppa di emergenza esistenziale.
Quindi, trafelato, con in testa i problemi economici, in stato mezzo confusionale, preoccupatissimo e allarmato, esco, svolto in viale Bligny e già vedo il portone dove le gloriose edizioni ShaKe hanno asilo da molti anni.
Vado.
A -46 metri, alla fermata del tram 9 e 29, una signora all'improvviso crolla e tutti l'aiutano, le chiedono direttamente del femore, lei è in stato confusionale, allarmata, ma sta bene.
A -40 metri c'è Punto Caldo, una specie di McDonald's della panetteria, che fa solo certe pizze e certe focacce con la crescenza untissima e, dentro, c'è un tunisino con una latta stracolma di grasso nero e un pennello lunghissimo, e chiede per favore se è possibile ungere la clerque.
A -30 metri incrocio il matto che urla femmineo, urla tantissimo, fa mosse da checca isterica, dice "Bà-bà-bà-bà", stridulo, e una donna è confusa e allarmata, altri ridono.
A -20 metri c'è un gruppo di bocconiani indistinguibili da un gruppo di liceali, con le gote arrossate dal freddo e la pelle liscia e vellutata e gli zaini dell'Invicta, tranne una che ha uno zaino floscio, enorme, con sopra la faccia di Costantino.
A -15 metri incrocio uno che non vedevo da dieci anni e che mi parla di Servizi Segreti (ne faceva parte).
A -5 metri c'è un geyser orizzontale di vapori puteolenti di carne di capra in decomposizione, perché c'è una macelleria islamica.
A 0 metri, nel portone, c'è una donna bionda che mi guarda.
Il cortile è immenso e vuoto, pura decadenza architettonica di una Milano che è stata e che, renitente, continua a essere. Sulle scale, in un ammezzato, vedo, una ragazza bruna spia nella casella della posta e poi in un'altra.
Alla porta della ShaKe, suono.
Entro.
Esplodono le storie, esplodono gli uomini. Marco Philopat è altissimo e magro e indossa strani occhiali con la cordicina che mi ricordano Umberto Saba. I capelli arruffati, l'aria di chi ha dormito pochissimo o moltissimo. Se fosse un animale sarebbe un incrocio tra una giraffa e una gazzella. Deve però esserci anche un qualcosa del ghepardo, però, perché gli scrittori sono belve temibili, anche quelli che appaiono pacifici e/o inermi, gli scrittori rubano le storie, le trasformano, ti violentano davanti agli occhi di tutti, poi violentano tutti quelli che guardavano.
La situazione è questa: io ancora non ho letto I viaggi di Mel. Sono stato occupatissimo, in questi giorni, agitato, scosso dal sisma della mancanza di euro, ho l'angoscia. Però ho sempre letto tutto di Philopat. Si può dire che sono preparato. Non si può dire che io e lui siamo amici, perché per anni mi dicevano ossessivamente che "Philopat ti odia perché sei un fascista", lo dicevano continuamente, ossessivamente, capitava questa cosa di continuo, ovunque andassi mi dicevano che Philopat mi odiava, io non sapevo nemmeno che faccia avesse Philopat. Però leggevo i suoi libri, mi pareva sconvolgente il progetto di parlare in quel modo degli anni Ottanta e della fine del punk (Costretti a sanguinare) e degli anni Settanta (ma anche prima e oltre: La banda Bellini).
Questo per dire che non devo niente a nessuno, io. Se dico che un libro è bello è perché sento che è bello. Non lo dico perché lo scrittore è un amico. Io poi, nel caso, divento amico di scrittori che stimo. Ma non c'è alcuna malizia. Excusatio petita: vi garantisco.
Comunque c'è qui davanti a me Philopat che non si sconvolge affatto perché gli dico: vorrei farti delle domande su questo libro, I viaggi di Mel, ma non l'ho letto. Tanto lo vado a comperare dopo (è un atto fondamentalmente politico: certi libri si comprano, sempre e comunque, e quello di Philopat è tra questi) e lo leggo stasera (in realtà, la notte: finisco di leggerlo alle quattro del mattino: impossibile rimandare di un minuto la discesa infernale e paradisiaca nella vicenda epica di Melchiorre Gerbino, avendo per guida quest'uomo qui, Philopat, con la sua scrittura che sembra affannata e invece è calmissima, al limite del sapienziale).
Chi ti ha fatto conoscere Gerbino?
Primo Moroni. Comunque già sapevo molto di Melchiorre. Era stato al Maurizio Costanzo Show una settantina di volte. Aveva fondato Mondo Beat, io da sempre ho studiato le controculture, l'underground, e mi ero imbattuto in questo personaggio. Lo definirei un anarco-opportunista. È trascinato da una libido che non ha requie, asserisce che l'erotismo, ormai, è l'unica dimensione in cui, passati i sessant'anni, riesce a vivere. Dice che la passione è finita, resta soltanto l'erotismo. Domenica c'è stata una presentazione del libro, è stata pazzesca...
Perché?
C'era una folla di gente... Abbiamo fatto vedere il video... Un video con Melchiorre... Io l'ho detto: il libro è uno slow food, a confronto del video. Tu non immagini: Gerbino è un personaggio di una potenza incredibile, urla, urla tantissimo. Litiga con tutti. L'ho ospitato a casa mia, ha litigato con i miei conviventi. Dopo il video, la gente era entusiasta e incazzata. C'erano persone dei Sessanta, erano furibonde. Gerbino è un mistificatore, un cialtrone. Certi lo odiano, molti ne rimangono incantati. Per lui l'approccio è fondamentale. Mi vede e attacca: 'Graaande Marco... Subliiiime Marco' - quante volte l'ho sentito.
Quante volte l'hai sentito?
Moltissime. Ho sbobinato ore e ore di conversazione con Gerbino. Questa è una storia immensa, strutturata per derive, salti, fantasmagorie. È un racconto picaresco [è un'epica, in realtà. ndr]. Lui stava lì sull'amaca, io ero sui miei fogli, che gli leggevo cos'avevo scritto, e lui si inalberava, urlava: 'Ma io sono moooolto peggio di quello che scrivi!'. Lui è così, è un incantatore, è uno che usa la lingua per aprire spazi dove si infila, è sinuoso e insidioso come un serpente, è pazzo. Crede che il Mossad e il Vaticano lo perseguitino, crede che ci sia un complotto ai suoi danni, lo vogliono fare fuori perché lui è quello che ha inventato la Contestazione. Questo dice: 'La contestazione l'ho inventata io!'. Io, io, io...
E tu?
Io l'ho decostruito, questo 'io'. Insieme a Mel, che è davvero Mel ma solo in parte, perché ho dovuto tagliare tantissimo, parla una miriade di personaggi, nel libro. C'è questo papà di Gerbino, fascistissimo, notabile democristiano siculo, lo mandò a fare gli elettroschock quando era bambino, perché Gerbino secondo lui era pazzo. Melchiorre era scappato di casa a otto anni, ha iniziato a viaggiare a otto anni. Ha attraversato tutto. Parlano la madre di Gerbino, la moglie svedese di Gerbino, i fondatori di Mondo Beat, i preti, gli amici, un omosessuale svedese che se ne era innamorato. Lui andò a Stoccolma prima del Sessantotto, a Gamla Stan, zona frequentata da jazzisti, donne liberate sessualmente. Gerbino ha un organo genitale enorme. Dice: 'Il capo emana un potere che fa paura... Io devo superare questa paura...'.
Questa è la letteratura che è la vita: è tutto, tutto l'umano...
Questo libro è una tragedia. Una parabola esistenziale totale, che attraversa l'euforia vera, quella del naufragio, e poi la delusione. Uno che inventa Mondo Beat e finisce al Maurizio Costanzo Show... Vedi la copertina? C'è una riga bianca, a metà: è il discrimine vuoto tra realtà (la zona grigia) e follia (la zona colorata). Questa è la tragedia totale di Melchiorre Gerbino. È il carnevale: grottesco e doloroso. Tu apri Notre-Dame di Hugo: inizia con un carnevale, il re è nudo, c'è un folle al posto del re, mostri, storie che esplodono...
È la festa.
La festa è anche la fine della festa. Alla fine del libro, Gerbino mi dice: 'è sfumata la passione, resta solo l'erotismo, ma quello dei Veda, dove le dee fanno l'amore con i pony'. Qualcosa resta. Dopo la fine, si scopre che non è finita. Non c'è fine. La tua trilogia non è semplicemente una mappatura di tre decenni di underground: è una mappatura allegorica dell'umano, tu scegli i personaggi emblematici, totali...
Ci lasciamo, devo andare, anche Philopat deve andare, mette su un cappotto strano, che mi sembra uscito dal Pasto nudo.
E non sbaglio.
Perché I viaggi di Mel è uno dei romanzi più alla Burroughs che io abbia letto. C'è la parentesi nordafricana, dove Gerbino incappa in una sorta di thriller che più burroughsiano non si può. È uno dei molti buchi neri del libro di Philopat: un sospetto diffuso e aereo, colloso, stupefacente, lisergico, intossicato e tossico. È il punto da cui irradia la paranoia di Melchiorre Gerbino: lì inizia il sentimento della cospirazione che ha al centro Mel - una cospirazione immaginaria e vacua, ma anche, evidentemente, autentica, e quindi vera, verificabile.
Una folla di caratteri che sono maschere (maschere anche e soprattutto linguistiche) popola questo delirio che è l'avventura esistenziale di Mel. Momenti straordinari: le testimonianze della madre di Gerbino, con quell'intercalare, "Ehh... Tutte 'e cose", tipicamente trapanese; le testimonianze del padre, con quel suo lessico notarile e carabiniere, angosciante; l'apparizione del pre-freak romano, in un idioletto transteverino irresistibile; il mélange meneghino e italiota dell'amico Clelio, che si occupa della "ialografia dipinta", degli acidi di pittura; Don Salvador, guardia carceraria messicana, che parla come il tenente Garcia di Zorro; Giogi, giovane viaggiatore giapponese, a Tonga.
È impressionante questa galleria coordinata e impazzita di maschere che sono vere, sono persone, sono cumuli di storie che derivano e confluiscono e divergono. Che si tratti della Sicilia dei Cinquanta o della Stoccolma dei Sessanta o della Sterlizia settantina, tutti i luoghi sono uomini e tutti gli uomini sono luoghi: da attraversare, da perforare, da visitare, da sopravviverci dentro, attraverso sequenze ingloriose e adamantine, autentici flash più che flashback.
Va rilevata la consonanza tra le strutture del libro di Philopat e New Thing di Wu Ming 1. Uno sguardo frammentato in molti sguardi, una voce diffranta in molte voci, convergenti e separantisi, tic del racconto che compongono una storia in divenire eppure già divenuta.
A me questo libro, I viaggi di Mel, ha esaltato. Sono restato attonito, dicendomi: ma quando mai io riuscirò a raccontare una storia così?, un personaggio così?
Quando dico "un personaggio così", desidero che si senta. Ecco come inizia il libro di Philopat:
"Esistono uomini che diventano famosi... Altri nascono famosi! Sono Melchiorre Gerbino - il direttore di 'Mondo Beat' - io - ho inventato la contestazione... Vi dirò di più... Due sono i personaggi italiani che hanno influenzato la storia del XX secolo... Benito Mussolini e Melchiorre Gerbino che ne è l'antidoto..." Ecco ti ho preso... Con la stessa forza di una sberla... L'approccio è la cosa più importante... Colpisco di taglio - un bel pallonetto di parole con l'effetto - e mentre segui la strana traiettoria - io ti prendo la nuca con le mani e fisso il tuo sguardo nel mio - con i pollici ti apro le palpebre - con i mignoli ti allargo i timpani... Non puoi scappare... Mi piace raccontare storie - sono siciliano - ho viaggiato tutta la vita - conosco bene gli uomini e le donne... Dinamitardo della natura umana - detonatore di contraddizioni inesplose... Tre giri completi del pianeta... Ho visto - respirato - mangiato frontiere - continenti e mari - a colazione - pranzo e cena... Attingo a piene mani l'acqua di sorgente orale - scaturita senza regole di sintassi tra le genti e i popoli del mondo - memorizzata alla rinfusa e restituita poi nelle valanghe dei miei racconti... Di materiale ne ho abbastanza da inchiodarti per giorni - o forse settimane...
E poi l'appendice di documenti, la storia dei capelloni, e spunta anche una foto di Eros Alesi, l'autore del poema sull'eroina, che il mio maestro Antonio Porta inserì nell'antologia della poesia degli anni Settanta: una poesia lunga, una preghiera all'eroina che, quand'ero ragazzino, mi incantò... E me lo vedo adesso, 2004, Eros Alesi, che sapevo morto, ed è lì, detto "Pasticca", nella storia di Mondo Beat stesa da Melchiorre Gerbino medesimo! Un'appendice straordinaria, una fantasmagoria della storia, una memoria che dura e si perpetua, sempre in divenire, come se io stesso non fossi altro che uno di quelli lì, soltanto sono nato due anni dopo che loro avevano già fatto quelle cose lì.
Essere delocalizzato è sempre un'esperienza esaltante.
È il mio viaggio.
E Mel mi inchioda. Io non viaggio, lui accusa, io mi sento in colpa. Mi sento una merda, uno yogouth borghesino che strapensa tutto il giorno al fatto che non ha un euro, io stesso di origine trapanese e pallido e verdastro come Mel dice che sono gli stronzi. Con così poca vita, con così poca generosità. Questo Gerbino mi inchioda, mi fa stare male. Un libro mi fa stare male...
E mi diverte. La lingua (meglio: le lingue) di Philopat: è l'esilarante, il naif, è il pittore Ligabue della lingua, questo.
E mentre mi parlava, Philopat, gli occhi gli si accendevano, le braccia magre si spalancavano in un'apertura alare continuamente in movimento, le grandi mani giovani e ossute: sognava...
Che esperienza! Ho viaggiato con Mel, io, stanotte!
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