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I viaggi di Mel (recensioni)

Ma poi il capellone perse tutti i capelli - di Fabio Poletti, tratto da "La Stampa", 14 novembre 2004

Al collo ha sempre la pietra nera arrivata dallo spazio che giura di aver raccolto nel deserto tanti anni fa, al posto dei capelli ha una pelata lucida lucida. Praticamente la nemesi per Melchiorre Gerbino, detto Mel detto Paolo, detto Ri-Ri, detto Ciula-ghe-ghe detto un milione di altre cose, l'inventore della protesta dei capelloni, di "Mondo beat", di "Barbonia city" e alla fine pure del Sessantotto che aveva annusato nell'aria già due anni prima, quando aveva inventato il termine "contestatore" in risposta ai fogli di via che gli "contestava" la Questura. Siciliano di Calatafimi occhi come il carbone, il mondo in tasca insieme ai pugni, Melchiorre Gerbino, oggi 66 anni e più volte ospite dell'accogliente salotto di Maurizio Costanzo è il protagonista del nuovo libro di Marco Philopat I viaggi di Mel (Shake - Edizioni Underground), ultimo di una trilogia dedicata alla controcultura italiana cominciata con Costretti a sanguinare. Romanzo sul punk e proseguita con La banda Bellini racconto sui servizi d'ordine nei turbolenti cortei degli anni Settanta milanesi.

"Esistono uomini che diventano famosi... Altri nascono famosi! Due sono i personaggi italiani che hanno influenzato la storia del xx secolo... Benito Mussolini e Melchiorre Gerbino che ne è l'antidoto...", si racconta Mel in una delle tanti notte alcoliche al quartiere Ticinese. Da una parte Marco Philopat con il registratore acceso, dall'altra Melchiorre Gerbino che a parole ripercorre una vita che ne vale due, tante sono le cose che ha fatto. Dall'elettroshock per placare il suo temperamento ribelle quando è ancora ragazzino, al primo viaggio in Svezia, inizio anni 60, all'inseguimento delle bellezze nordiche, un mito nell'Italia del boom. Dalla Scandinavia tornerà in Sicilia con la moglie Ludmilla, un figlio, un inguaribile desiderio di viaggiare che gli farà fare due volte il giro della Terra e un chiodo fisso in testa: è solo l'amore libero che muove i destini del mondo.

"Mel è un individualista, un anarcopportunista, un anticonsumista, un nomade, un pacifista, un dinamitardo della natura umana...", potrebbe andare avanti all'infinito Marco Philopat che ha avuto la voglia e la forza di ascoltare racconti di viaggio impossibili, dove Melchiorre Gerbino, pittore e grande affabulatore racconta la sua prima volta in Australia, Polinesia, India, Sudamerica Manhattan, Filippine, Nepal, Iran Turchia e in ogni dove. "Il mio mestiere è vivere - chiedo vita voglio vita - bramo vita...", racconta Mel che nelle sue circumnavigazioni letterarie approda a Gabriele D'Annunzio. E cita il Vate: "O mondo sei mio! Ti coglierò come un pomo - ti spremerò alla mia sete - alla mia sete perenne...

Il capitolo forse più conosciuto della vita di Melchiorre Gerbino è quello che inizia nell'ottobre 1966 a Milano: "Ci trovammo in sei intorno a un tavolo di una taverna di via Pontaccio, la Crota piemunteisa e lì fu tenuto a battesimo il Movimento, con vino e uova sode. C'erano Vittorio Di Russo, Umberto Tiboni, io e altri tre che non furono da me mai più rivisti e di essi ho dimenticato nome e fisionomia". Nasce Mondo Beat. Prende vita la ribellione dei capelloni. Il primo ritrovo è il mezzanino della metropolitana, fermata Cairoli, pieno centro, un pugno in faccia alla città. Poi la statua equestre a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo, dove la rivista Mondo Beat elegge il suo domicilio. "La collaborazione è aperta a tutti ad eccezione degli onanisti mentali". Il ciclostilato si fonde con un altro giornaletto, Onda Verde: "Non proponiamo niente. Proponiamo solo quello che i giovani propongo. Ciò può essere poco o anche troppo e comunque necessario". Predicano la non violenza, il rifiuto della guerra e il mondo marcio dei "matusa", come vengono chiamati gli adulti. La musica è il rock che arriva dall'America. Come gli ideali: no alla guerra del Vietnam, no alla violenza della polizia.

Ma è solo con il camping in fondo a via Ripamonti - che i media definiscono subito "Barbonia city" - che la vita per i capelloni si fa dura. Sulle riviste appaiono le storie di madri alla ricerca del proprio figlio tra gli "sbandati". Sui quotidiani si plaude ai "1392 zazzeruti fermati in dieci mesi dalla polizia". Qualcuno azzarda titoli ad effetto: "Sotto le tende c'è un girotondo di ragazzine tenere e spudorate". "Arriva un padre angosciato ma la sbarbina Adriana non vuole lasciare capelloni". "Si cercano altre minorenni vittime dei capelloni con la droga". L'irruzione di venti volanti nel giugno del 1967 ferma il mondo dei beat. Il Sessantotto è alle porte. Per Mel è arrivata l'ora di tornare a viaggiare. Dieci anni dopo sarà tra i cannibali delle Nuove Ebridi: "Ma a me non mi toccano perché bianchi sono contati".

 

Giancarlo De Cataldo (autore di Romanzo criminale): Capelloni - Tratto da "La Gazzetta del Mezzogiorno", domenica 12 dicembre 2004

Cominciarono a infestare le strade d'Italia a metà degli anni Sessanta. Prefiguravano l'imminente rivolta giovanile. I benpensanti li osservavano scuotendo le spalle. I benpensanti chiedevano: sei uomo o donna? Il primo, e più famoso, capellone d'Italia si chiamava Melchiorre Gerbino. Figlio della buona borghesia siciliana. Così schizzato da guadagnarsi, in gioventù, l'elettroschock. Emigrato a Milano, fondò una rivista "rivoluzionaria". Si chiamava "Mondo Beat". Durò quattro numeri e liberò quattro milioni di coscienze. Invecchiando, Mel Gerbino ha perso i capelli e molte illusioni. Ma mai la voglia di conoscere e di viaggiare. Il racconto della sua vita e dei suoi viaggi è un romanzo picaresco, erotico, leggiadramente scatenato che Philopat - un signor scrittore che da anni gioca all'anti-narratore - trasforma in un gioioso inno corale che rivendica l'eredità migliore del Sessantotto: la libertà e le scorribande ormonali. Categorie le quali, come ogni ragazzo sa, procedono inseparabili sulla tortuosa strada verso la felicità.

 

Quando eravamo capelloni - di Livia Grossi, tratto da "Corriere della Sera", 18 novembre 2004

"I capelli lunghi non sono anticostituzionali". "Non schedate le nostre coscienze". Un gruppo di ragazzi "barbuti e stravaganti" entrano spontaneamente in questura con le braccia alzate per protestare contro le diffide e i fogli di via. Intanto, in piazza Duomo, sfila un altro corteo di capelloni. Le loro armi sono quelle del pacifismo libertario pre-Sessantotto: "Meglio un beat oggi che un soldato domani" "Noi parliamo di pace e libertà: l'autorità ci opprime!", "Armiamo la polizia con un fiore". "Amore libero".

"Erano gli 'agitatori culturali' della Milano tra il 1966 e il 1968: una città specchio di una società borghese e bacchettona, in cui consumismo e moralismo erano all'apice. Basti pensare che era vietato dormire in due in una stanza d'albergo se non si era sposati!". A raccontare la storia del movimento beatnik è Marco Philopat - studioso di cultura underground dai tempi della Calusca di Primo Moroni - nel suo libro I viaggi di Mel, ultima tappa di una trilogia (Costretti a sanguinare sui punk; La Banda Bellini sul servizio d'ordine milanese degli anni 70).

"È in quegli anni - racconta ancora Philopat - che nella cava di via Vicenza nasce la prima rivista underground italiana, 'Mondo Beat' di Vittorio Di Russo e Melchiorre Gerbino, fondatore quest'ultimo anche della famosa Barbonia City, una tendopoli (regolarmente affittata) in fondo a via Ripamonti, ben presto punto di riferimento per capelloni e 'scappati di casa' di tutta Europa. Qui, oltre alle madri che venivano a cercare i figli, c'erano gruppi di milanesi che si nascondevano tra i cespugli per spiare le bellissime valchirie svedesi, tra cui la compagna di Gerbino cui 'La Notte' dedicò addirittura la prima pagina".

Nella parte iniziale del libro si racconta, per l'appunto, la storia di Melchiorre Gerbino nomade per professione, ospite per ben 70 puntate al Maurizio Costanzo Show (quando ormai era diventato calvo). È una sorta di biografia creativa, con l'autore che si immedesima nei personaggi del racconto decostruendo la figura dell'eroe o presunto tale. La seconda parte offre invece un'interessante documentazione sulla storia di "Mondo Beat" (dalla cui costola nascerà "Re nudo") e di Barbonia City, con foto d'archivio e stralci di giornali. Un libro scritto senza punteggiatura (i maestri sono Nanni Balestrini e Cesare Bermani), che attraverso le avventure dl Gerbino, "un dinamitardo della natura umana", come lo definisce l'autore, interpreta la realtà.

"C'è un filo diretto - spiega Philopat - tra i beat, gli hippy del '68, i giovani arrabbiati degli anni Settanta, i punk e l'attuale movimento pacifista. È il rifiuto della forma verticistica del partito, sostituita da uno spirito libertario che critica qualsiasi figura di leader". Philopat sta già lavorando al prossimo libro (sull'avvento degli hacker), mentre organizza un fitto calendario di feste-presentazioni che si concluderanno il 3 dicembre con una grande festa all'ex Derby di via Monterosa.

 

Shel Shapiro

Cosa resta di tutti quei sogni?

"Dal '65 al '68 i Rokes erano il gruppo di riferimento del mondo Beat in Italia. Cantavamo Bisogna saper perdere e Ma che colpa abbiamo noi. E non avevamo solo i capelli lunghi. I simboli dei ragazzi e delle ragazze di allora erano giacche di pelle, stivali, minigonne. Ci chiamavano capelloni, termine per qualcuno spregiativo, ma che simboleggiava una generazione alla ricerca di nuovi spazi. Veniva identificata con la sinistra, in verità era trasversale, infatti ha disegnato la società che si stava evolvendo. Che cosa ci ha lasciato? Un pugno in faccia. I politici che abbiamo oggi, la spregiudicatezza del presente e l'insicurezza del futuro".

 

Elio Fiorucci

Predicavo l'amore libero...

"Il mio gruppo era capitanato da Ettore Sottsass che aveva un codino lungo lungo. Con Fernanda Pivano aveva dato vita alla rivista 'Pianeta Fresco', un ponte tra gli intellettuali anglosassoni e i giovani alternativi. Io nel '67 più che i capelli avevo la barba lunga, come un santone, e tornavo dai viaggi con le valigie piene di maglie e perline colorate per il mio business che incominciava. Avevo un'aria un po' stralunata, come tutti in quegli anni. Ci consideravamo un laboratorio di idee in una società monolitica. Di che cosa parlavamo? Di non violenza, di diritti civili, di viaggi, di sesso che non era più soltanto fare figli, insomma di libertà".

 

Milano 1967. I beat creano Barbonia City - Tratto da "la Repubblica", supplemento "Musica", 18 novembre 2004

"Esistono uomini che diventano famosi... Altri nascono famosi! Sono Melchiorre Gerbino - il direttore di Mondo Beat - io - ho inventato la contestazione... Vi dirò di più... Due sono i personaggi italiani che hanno influenzato la storia del XX secolo... Benito Mussolini e Melchiorre Gerbino che ne è l'antidoto...".

Inizia così il nuovo romanzo (un mix di invenzione e fatti veri) di Marco Philopat I viaggi di Mel, "epopea di un nomade di professione", dedicato a Melchiorre Gerbino appunto, uno dei creatori nel '66 della rivista di strada "Mondo Beat" e poi giramondo senza sosta. Pubblichiamo due brani che parlano di "Barbonia city", come i giornali chiamarono la tendopoli beat nata a Milano nel 1967. Il primo è tratto dal "diario" di Gerbino (con foto e documenti d'epoca) che è incluso nel libro. Il secondo è parte del romanzo.

 

Maggio 1967

La mattina del 1° maggio entriamo nel terreno che abbiamo affittato e vi piantiamo le prime tende. Io me ne sono procurata una ampia e solida, nella quale alloggeranno anche Gunilla e Nino quando verranno dalla Sicilia. Il lavoro di recinzione a filo spinato del terreno e del corridoio che porta a esso, fatto da "Papà" e da una squadra di ragazzi da lui composta, è stato perfettamente eseguito e "Papà" dirigerà ora la tendopoli affiancato dai ragazzi della sua squadra. La tendopoli sarà aperta a chiunque rispetti le tre regole di Mondo Beat: no alla violenza, no al furto, no alla droga... Oggi, mentre il centro di Milano rumoreggia delle celebrazioni del 1° maggio, noi, stesi al sole e all'aria tersa del nostro prato, ce ne stiamo a mirare le Alpi che si stagliano nitide all'orizzonte...

3 maggio. Stamani al campo arriva "Pasticca" con una tenda, e i ragazzi che già vi sono attendati gli corrono attorno e gli fanno gran festa. "Pasticca" è il rilevatore naturale degli umori e delle tendenze del gruppo, e se "Pasticca" è contento di venire ad abitare alla tendopoli, questa eserciterà certamente un grande richiamo fra i giovani.

Difatti in giornata ne arrivano a gruppi a piantarvi tende e tra loro anche australiani, tedeschi e francesi. Arrivano pure per una visita alla tendopoli ragazzi provos e Onda Verde, e studenti dei licei... Arrivano ragazzi e ragazze da ogni parte d'Italia, e genitori che vengono a cercare i loro figli scappati di casa. Questi genitori vengono accolti bene nella tendopoli, come se fossero essi stessi scappati di casa. Tutti i giovani, prima di essere ammessi nel campo, vengono avvertiti che anche i loro genitori, se si presenteranno, saranno bene accolti.

 

Umberto Timone, fondatore ed ex militante di Mondo Beat

Mi arrestarono - per primo - a Barbonia City... Il figlio di un missino - Cristo - aveva provocato la polizia che ci assediava... Era uscito dal campeggio lanciando sassi alle auto degli sbirri - e prima di rientrare gli aveva urlato contro qualche frase... La paranoia di Melchiorre per i provocatori non l'avevo mai capita - ma in effetti Cristo poteva proprio essere un infiltrato... Quel Cristo - perché di cristi tra di noi ce n'erano tre o quattro...

Il movimento era pieno di ragazzi chiamati Cristo... Dicevamo... La sassaiola aveva messo in allarme la madama - chiamarono i rinforzi - e nel giro di pochi minuti - armati di caschi manganelli e cellulari pretendevano di entrare nel campeggio per scovare il responsabile dei lanci... Molto tranquillamente gli avevo consigliato di non farlo - ma ormai lì intorno era scoppiato proprio un bel rebelòtt...

Si assiepava una folla irrequieta che spingeva per conquistarsi un posto in prima fila - non solo i curiosi che stazionavano ormai da giorni oltre ai recinti del campeggio per vedere i capelloni - le ragazze con il costume a due pezzi e le svedesi - ma anche gli indignati padri di famiglia e soprattutto le mamme affrante... Il clima si era surriscaldato - i questori mi spinsero da una parte ordinando agli sbirri l'attacco... Nemmeno il tempo di dirgli - "Vi accompagno io - altrimenti succede casino" - che due della pula mi avevano preso per le ascelle - sollevato di peso - portato a strattoni nel cellulare... Dal piccolo finestrino posteriore non riuscivo a vedere gli scontri - me li raccontavano a puntate i compagni arrestati in serie... In carcere c'erano voluti quattro giorni per avere la notizia della totale distruzione di Barbonia City...

 

Milano underground ritrova i suoi capelloni - di Alessandro Bertante, "la Repubblica", 3 dicembre 2004

C'è chi dice che quella fu l'unica vera rivoluzione di questo paese. Quando i ragazzi cominciarono a farsi crescere i capelli lunghi (i maschi), a predicare la pace e a professare (più che a fare) l'amore libero. A ripensarci oggi beato quel biennio 1966-1967, biennio beat, con i capelloni che davano scandalo in una Italia benpensante, anticipando le tematiche politiche e culturali della contestazione. La storia tutta milanese di uno dei protagonisti di quella breve ma seminale esperienza, il siciliano Melchiorre Gerbino, viene raccontata da Marco Philopat in I viaggi di Mel (Shake), il suo nuovo romanzo che chiude la trilogia dedicata all'underground milanese, cominciata con Costretti a sanguinare, sui giovani punk inizio anni Ottanta, e continuata con La Banda Bellini, sulle gesta di un famigerato gruppo di militanti politici.
Proprio per rievocare il clima culturale della beat generation, questa sera si terrà una presentazione-festa in un posto non qualunque, al Cantiere, il centro sociale occupato nella palazzina che negli anni Sessanta e Settanta ospitava il "Derby", mitico tempio del cabaret milanese. Si comincia alle 19 con la discussione fra Philopat e i giovani del centro, mentre dopo la cena il gruppo Canto sociale interpreterà canzoni di Jannacci e Svampa, intervallandosi al reading degli attori Massimo Giovara e Silvia Gallerano. Alle 23 verrà proiettato il documentario su Gerbino "Mondo Mel" di Francesco Galli per lasciare poi spazio a dj Cyberone fino a tarda notte.
Il revival festeggia un romanzo che racconta aspetti marginali ma importanti degli anni beat e della storia di Milano: la fondazione di "Mondo Beat", il primo giornale underground italiano, "Barbonia city", lo scandaloso campeggio in via Ripamonti, la "Cava", ritrovo beatnik in via Montenero, la Milano degli artisti e dei contestatori. Philopat scrive con una linguaggio ritmato, veloce ed espressivo che mutuandosi nelle voci in prima persona di decine di protagonisti - Gerbino stesso, la madre, il padre, gli amici, le sue tante donne e i suoi figli - dà vita a un affresco corale di grande forza narrativa. Melchiorre Gerbino, uomo dalla personalità ridondante e contraddittoria diventa il fulcro di una storia vissuta nel mito libertario del viaggio e della conoscenza, rappresentativa dei sogni e delle sconfitte di una intera generazione. Arricchisce il romanzo una circostanziata appendice che raccoglie documenti e fotografie sulla breve stagione dei beat milanesi.

Quando eravamo Beat - di Pietro Cheli, tratto da "Diario", 7 gennaio 2005

Se i teocon vi spaventano, vi procurano ansia e temete per il futuro di questo Paese, è difficile trovare una medicina. Ma potete procurarvi qualche anticorpo che può rendere sopportabile persino la vista del "filosofo" Rocco Buttiglione (per pochi secondi, troppa esposizione è in ogni caso fastidiosa). C'era una volta né tanto né poco tempo fa, giusto una quarantina d'anni, l'Italia che passando attraverso il boom metabolizzava qualche novità. Tra le altre, i capelli lunghi. Capellone, insulto d'antan, oggi non fa più né caldo né freddo, ma c'è stato un tempo, quello di cui sopra, che in ambito piccolo borghese, cattolico, perbenista vibrava come una lama.

Nello spirito di quegli anni ci porta Marco Philopat. Proseguendo un percorso iniziato con Costretti a sanguinare (vivere da punk tra 1977 e 1984) e La banda Bellini (servizi d'ordine e dintorni negli anni dei cortei) - ambedue pubblicati da Shake (non fateveli scappare) ricostruisce le pulsioni, l'energia e i limiti delle avventure controculturali a Milano tra anni Sessanta e Settanta. Uno sguardo laico, in presa diretta (reso con stile scarno, colloquiale dove molti puntini di sospensione contrappuntano il flusso narrativo).

Protagonista è Melchiorre Gerbino (per gli spettatori di Maurizio Costanzo degli anni Ottanta, quel signore che raccontava di vari giri del mondo). Attualmente è molto pelato, noi però in queste pagine lo conosciamo quando la chioma era folta, attraverso un mosaico dove ogni tessera è una voce in prima persona (di lui, dei suoi famigliari, di chi lo ha frequentato), lo incontriamo bambino in Sicilia, nutrito "a testicoli fritti dei galletti castrati capponi", alimentazione che segnerà precoce e insaziabile esuberanza tale da costringere la famiglia all'elettroshock. Mel paradossalmente si rinvigorisce e per assecondare la spinta lascia l'isola, si trasferisce giovanissimo a Stoccolma, paradiso di libertari, da cui parte per Milano con tanto di moglie vichinga e prole.

Nella plaga ambrosiana porta la joie de vivre che diventa scandalo. Nasce la rivista "Mondo Beat": "la collaborazione è aperta a tutti, ad eccezione degli onanisti mentali"; è il 1966 e i due che mancano al '68 sembrano un'eternità. Zii e nonni dei teocon allora dominavano i mezzi di comunicazione: l'antologia di pagine dell'epoca messa in coda al volume con una testimonianza di Gerbino provoca effetti di umorismo involontario (vedi alla voce anticorpi poco sopra). Il perbenismo arriva all'apice con la tendopoli beat ribattezzata "Barbonia city" dove un cronista della "Notte" infiltrato ammette che "si diventa facilmente omosessuali" per non parlare di droghe. (Meglio non far leggere questo libro a Buttiglione, potrebbe credere che certe cose avvengono davvero). L'epoca della "bellezza ribelle" avanza e Gerbino riparte. Marco Philopat segue tutti i suoi spostamenti per il mondo, le sue tante conquiste, i figli. Un viaggio mai finito, una scelta di libertˆ assoluta che una fuga continua. Un libro per viaggiare con lui.

 

I viaggi di Mel - di WUMING 1, tratto da "www.wumingfoundation.com", 18 dicembre 2004

Si sarebbe tentati di pensare a I viaggi di Mel - come al terzo volume della "trilogia dei decenni" - del resto c'è scritto pure in quarta - Trilogia a ritroso - Costretti a sanguinare era gli anni Ottanta - ricordati nel prurito del tessuto cicatriziale - dammi una lametta che mi tagliuzzo le braccia al convegno sul punk - e le palle degli occhi a rotolare sui pavimenti dei tuguri okkupati - più qualche puntata a Londra - Philopat parlava di se stesso da adolescente - La banda Bellini - di cui ci siamo già occupati su Nandropausa - era gli anni Settanta ricordati dal santo beone - il fondatore del collettivo del Casoretto - il più celebre servizio d'ordine del movimento milanese - gli scontri di piazza come chiave per raccontare gli anni dal '68 al '77 - Philopat l'uomo col registratore - poeta/storico orale - Iceberg Slim del ghetto dell'italica memoria - A rigore I viaggi di Mel - dovrebbe essere gli anni Sessanta - dei beatniks - dei "capelloni" - raccontati da Melchiorre Gerbino - fondatore della rivista "Mondo Beat" - uno che se apriva una parentesi - "non riuscivi nemmeno a orientarti - che subito diventava un'altra fiaba - grande quanto il quadro intero" - Ma il libro è un oggetto ibrido una raccolta - di testimonianze vere e immaginate - Philopat si supera e rovescia sulla pagina un linguaggio materico - pieno di mota e di detriti - e regala pezzi di bravura - Milanese DOC - scrive interi capitoli in romanaccio sguaiato - "Qua ce sta 'na paccata de froci" - o in avvocatese della Trinacria - "Si deve ammettere che il provvedimento urgente adottato nei suoi confronti - nella fattispecie l'assunzione all'Ente Nazionale Previsione Infortuni" - Caratterizza le diverse voci con interiezioni - la madre di Gerbino attacca sempre con "Eeehhhh" - Philopat cos'è? Un ventriloquo o un medium? - Il lettore si domanda - epperforza se lo domanda! - come ha costruito il libro - come ha lavorato e quanto tempo ci ha messo - Ci stavano bene i "titoli di coda" cazzo - Ma dicevamo - In realtà si deve ammettere che 'sto libro è fuori dalla trilogia - nella fattispecie la "eccede" - va ben oltre gli anni Sessanta - OK racconta pure quelli - i Sixties della brama di viaggiare - e il mito della Scandinavia e la patonza del Nord - come già ne La meglio gioventù - prima parte della prima parte della prima parte - ma senza l'autocensura da prima serata rai - senza tradurre cock con "pisello" e butthole con "buchetto del culo" - o qualcosa del genere - c'è molto più sesso e droga - Poi s'arriva a Milano e uno si aspetta - un affondo balestriniano - nelle vicende del campeggio Nuova Barbonia - e nell'epopea di Mondo Beat - arrivano calano manganelli spaccano teste corpi nudi in fuga benpensanti che guardano gli sta bene sporcaccioni da oltre il recinto gli sta bene - La vita operosa di Milano è stata sconvolta ieri pomeriggio da una ventata improvvisa di violenza e di furore senza precedenti - Invece Philopat lascia il buco - lo riempirà direttamente Gerbino - uomo dai mille nomi - nell'appendice con tante foto - e c'è un effetto curioso - perché Philopat come sempre storpia i nomi - Gunilla diventa Ludmilla - Valcarenghi diventa Vaccareni etc. - come ne La banda Bellini Erri De Luca = Henry La Bibbia - al contrario Gerbino mette i nomi veri - e a dire il vero ne mette pure troppi - si toglie i sassolini dalle scarpe anzi i macigni - contesta le versioni della storia data da Nanda Pivano in C'era una volta un beat - e da Gianni De Martino ne I capelloni - e "contesta" è un eufemismo - parla di complotti fotomontaggi infiltrazioni - Meglio se si limitava a raccontare nei dettagli - la narrazione ha una tale forza - da umiliare ogni versione precedente - invece così è troppo rancore - Intanto Philopat prosegue e racconta le peregrinazioni - in giro per il mondo per tutti i Seventies - Oceania Africa America latina - le due tormentate storie d'amore - con "Ludmilla" e "Sterlizia" - sempre con le radici in Sicilia - nei pressi di Calatafimi - e sessanta apparizioni al Costanzo Show - una comparsata alla Calusca quando c'era ancora Primo - e lì Philopat ha l'idea - e quasi otto anni dopo eccoti il libro - conclude la trilogia e la porta oltre se stessa - Philopat l'uomo col registratore - poeta/storico orale - Iceberg Slim del ghetto dell'italica memoria.

 

I viaggi di Mel - di Enzo Mansueto, "Corriere della Sera del mezzogiorno-Puglia", venerdì 4 febbraio 2005

Tre appuntamenti nei capoluoghi pugliesi - Lecce, Bari, Foggia - per Marco Philopat. L'occasione è la presentazione del volume conclusivo della trilogia dedicata ai fenomeni controculturali italiani più significativi, con un occhio di riguardo per la sua città: Milano. Marco Philopat, che si autodefinisce "agitatore culturale", prima ancora che scrittore, è stato uno dei più attivi protagonisti della scena punk italiana, quella che, già dal fatidico 1977, ruotava intorno al Virus, lo storico centro sociale al centro del capoluogo lombardo. Quelle vicende, Philopat le ha raccontate nel romanzo documentario Costretti a sanguinare (Shake Edizioni 1997), primo volume, appunto, della trilogia. In quelle pagine c'era anche posto per l'esperienza anarcopunk della Giungla, irripetuto momento di resistenza controculturale barese. Poi è toccato al movimentismo politico degli anni Settanta: La Banda Bellini (Shake Edizioni 2002) narrava infatti le mitiche vicende dell'omonima banda, temutissimo servizio d'ordine del Movimento a Milano, facendo ricorso ancora ad una scrittura narrativa capace di catturare lo spirito del tempo con un icastico effetto di realtà. Con il tasto pigiato su "indietro veloce", ci ritroviamo adesso catapultati nella metà degli anni Sessanta, attorno al 1966, quando i primi "capelloni" invadono le strade italiane. Tra di essi c'è Mel (Melchiorre Gerbino), siciliano, ma fresco di Svezia, dove gli si è spalancato il mondo del sesso libero e delle nuove controculture beatnik. Grazie a Mel - affabulatore, cialtrone, erotomane, storico psichedelico, viaggiatore nelle più disparate dimensioni - nasceranno la prima rivista underground italiana, "Mondo Beat", accanto a Vittorio Di Russo, nella malfamata cava di via Vicenza, e la famosa Barbonia City, una tendopoli, regolarmente affittata, in fondo a via Ripamonti, ben presto punto di riferimento per capelloni e scappati di casa di tutta Europa. In I viaggi di Mel (Shake Edizioni, Milano 2004) si evidenzia ancora una volta l'abilità stilistica di Philopat, capace di rendere su pagina la matericità vitale del racconto orale che, in questo caso, è davvero un flusso corale, impastato e impiastrato di materiali che ci rapiscono e precipitano in uno spaccato d'Italia sommersa, grazie anche a materiali eterogenei e al grosso apparato documentario e iconografico, preziosissimo, che costituisce la seconda parte del libro. Abbiamo chiesto a Philopat, nei giorni scorsi già in Campania, Calabria, Sicilia, alcune osservazioni su questo suo tour meridionale di presentazioni: "Considero il Sud il laboratorio di una nuova forma di aggregazione giovanile. Qualcosa sta accadendo. Al Nord c'è la cappa del mondo del lavoro precarizzato che gela tutto, blocca e paralizza. Non si trovano formule di aggregazione, anche a cercarle. Al Sud si è sempre stati precari e ciò, paradossalmente, rende i giovani meridionali più pronti all'alternativa. Stanno accadendo cose: Cosenza, Scanzano, Acerra... Eppoi, la candidatura di Nichi Vendola da voi, bravo a parlare con la gente, al di fuori dalla sinistra arroccata nel Palazzo. Sono mosso, al di là dell'occasione promozionale, dalla curiosità di vedere da vicino questi movimenti spontanei. E non dimentichiamo che la storia che racconto, quella di Mel Gerbino, è la storia di un meridionale. È una storia che ha a che fare con il racconto orale, a partire dai cantastorie: una tradizione che al Nord, coi Montaldi, i Bianciardi e con l'alto esempio di un Cesare Bermani ha avuto i suoi interpreti autorevoli, ma che qui giù aspetta ancora di essere avvicinata e tradotta".

 

La strana storia dell'inventore di Mondo Beat - di Loredana Lipperini, tratto da "la Repubblica", supplemento "il Venerdì" di Repubblica, 4 febbraio 2005

L'uomo che sostiene di aver inventato la contestazione venne svezzato a testicoli fritti, per aumentarne la virilità. Si procurò da solo i libri di Salgari e di Joyce, che accrebbero la sua curiosità e gli costarono un elettroshock. Fuggì da Calatafimi fino in Svezia, dove si sposò ed ebbe un figlio e da dove si catapultò a Milano per fondare, con Vittorio Di Russo, una rivista di pochi numeri e fama duratura come "Mondo Beat". Quindi fuggì ancora, portando solo spazzolino, dentifricio, un pennello e tre boccette di colore, per dipingere e vendere acquerelli, e un mazzo di tarocchi per incantare le donne. Dopo un'altra figlia, e un giro del mondo, si fermò per un lungo periodo sugli sgabelli del Costanzo Show, dove fece il suo dovere di polemista. La storia di Melchiorre Gerbino andava raccontata: lo fa magistralmente, aprendo le pagine del romanzo allo stesso modo in cui si accende un registratore e accogliendo le voci di protagonista, familiari, testimoni, Marco Philopat, a sua volta agitatore culturale e narratore delle controculture di ieri (il punk, e gli anni Settanta). In appendice, per curiosi e filologi, la Storia documentata di Mondo Beat curata dallo stesso Gerbino.

 

Marco Philopat, un'utopia beat - di Enzo Di Mauro, tratto da "il manifesto", supplemento "Alias", sabato 19 febbraio 2005

Movimento, o piuttosto impulso, rigorosamente destrutturato, adolescente, ribelle, il beat italiano si è consumato subito, sia in musica (disordinato e affollato arcipelago di cover con l'eccezione di qualche sospiro autoctono benché digeribile al pari di un bicchiere di latte scremato) sia nella società, lasciando dietro di se non più di qualche rossore nei ragazzi di allora a ripensare ai loro spesso sfortunati e ingloriosi tentativi di fuga da casa con destinazione Milano (però venivano in molti casi ripigliati dai genitori già in stazione, addirittura quella di partenza, e miseramente perdonati). Raggiungere la capitale del Nord significava unirsi a coloro i quali, a quel tempo, i giornali borghesi chiamavano "capelloni". Significava sferruzzare la chitarra insieme agli altri nel povero eden - detto la Cava - sito in fondo a viale Ripamonti. Le anime vaghe e blande - insomma quei bravi ragazzi - ebbero anche un giornale tutto loro "Mondo beat", che durò poco, lo spazio di un sogno di mezza estate. Il Sessantotto dietro l'angolo spazzò via e al contempo inglobò quel fragile mito. Ma la stagione di quei primi vagiti di scompattata rivolta lasciò testimoni e artefici dispersi e aspersi, e uno in particolare lo ritroviamo nel nuovo libro di Marco Philopat, il quale - con I viaggi di Mel - chiude una trilogia che comprende Costretti a sanguinare, dedicato all'epopea punk, e La banda Bellini intensa rivisitazioni dei duri e tragici anni settanta al gusto di lacrimogeni e non di rado di proiettili assassini. Da Andrea Bellini a Melchiorre Gerbino il passo non è affatto breve, e da qui (anche) la sensazione di maggiore leggerezza, quasi di pausa ventilata e ristoratrice. I viaggi di Mel è (per la prima parte) un romanzo a più voci, dunque con una serratissima sequenza di punti di vista che si inseguono, aggiustano il tiro, correggono e smentiscono. La voce di Mel è solo una delle tante, e non è detto che sia la più credibile. Commovente è quella di sua madre, con la dolente e rassegnata e antica inflessione siciliana. E poi a seguire, il padre (avvocato e per giunta democristiano), il prete, gli amici, le compagne, il figlio (il più spietato). Philopat è uno scrittore mimetico. Ha bisogno di un "eroe" per stanarlo e persino per demolirlo, per mostrarcene le debolezze, le follie, le astuzie, se del caso la falsa coscienza. Come ogni scrittore votato al bene, egli crede che l'inflessibilità sia lo strumento principe della compassione. Da Calatafimi a Stoccolma, da Milano al Marocco, il romanzo viaggia con Mel e tuttavia senza mai arretrare dalla propria funzione di affresco di una stagione-meteora. Nella seconda parte del libro, invece, si ricostruisce - attraverso un prezioso supporto di immagini e di articoli d'epoca - la vicenda di quel gruppo di ragazzi, tra i quali commuove ritrovare il poeta Eros Alesi che morirà di lì a qualche anno per droga e che Antonio Porta ricorderà con affetto, raccogliendone alcuni testi, nella feltrinelliana antologia Poesia degli anni Settanta.

 

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