Shake Cerca libro
Home      Speciali      Dove siamo      Chi siamo      Librerie/rivenditori      Press      Contatti      English      Privacy      Newsletter   
Novità
Eventi
Approfondimenti
Autori
Prof. Bad Trip
Catalogo
Underground
Ebook
Fiction
Cyberpunkline
Black Prometheus
Ri/Cerca
Universale
Piratini
Corpiradicali
Riviste
I libri di Acoma
Tascabili
Torrent Dvd/Cd
Fuori collana
Vhs
Nnoir Sélavy

 

 

 
Estratti da Il giardino dei cannibali

INDICE di Il giardino dei cannibali di Hakim Bey

Clausola precauzionale
Il giardino dei cannibali
Egloga di Benares
La mia vacanza estiva in Afghanistan
Iran... o Persia?
Geroglifici e denaro
Oniricografia. Nel paesaggio di Sogno di Polifilo

INCIPIT DEL PRIMO SAGGIO

Il giardino dei cannibali

Dopo diversi anni in India – e dopo aver letto forse duecento libri sul tantra… passano gli anni, i capelli si fanno grigi – non avevo ancora sentito parlare di Bal Shiv. Che strano.
Proprio questo ottobre avevo trovato una cartolina a colori da Dharmaware, un emporio di cose orientali a Woodstock, nello stato di New York, che raffigurava una divinità in forma di ragazzino florido dalla pelle blu. In un primo momento ho pensato che raffigurasse Bala Krishna, o Krishna ragazzo, un’icona molto comune – ma poi ho notato tutti gli attributi di Shiva: il tridente, la luna impigliata tra i dreadlock, il cobra, il toro Nandi, la pelle di tigre, il lingam di ghiaccio verde, il chilum ecc. Era Shiva da bambino.
Il proprietario del negozio (un sadhu americano anch’egli di nome Shiv) ha passato molto tempo tra i sadhu indiani. Mi ha detto ciò che sapeva su Bal Shiv. In ogni gruppo di sadhu, il più giovane di loro (che a volte ha anche nove o dieci anni) è sempre chiamato Bal Shiv (tutti i sadhu “sono” Shiva in una forma o nell’altra); accende il chilum per l’intero cerchio e viene trattato con grande affetto.
La forma attuale di Bal Shiv potrebbe essere emersa dai culti bhaktico-tantrici del Diciassettesimo secolo, e potrebbe basarsi sulla forma del Krishna ragazzo. Ma in questo ambito la storicità conta molto meno dell’esperienza visionaria. Prima o poi, gli archetipi “reali” chiedono d’essere realizzati. Il paganesimo offre sempre spazio. Nel gergo tecnico della storia accademica delle religioni, l’induismo (come il taoismo) non è propriamente una religione in senso stretto ma una “congerie di culti”. Tanto l’induismo quanto il taoismo (termini super reificati di limitato valore epistemologico) dimostrano la loro vitalità e apertura strutturale dando costantemente vita a nuove divinità. Senza dubbio, questo processo riguarda anche il paganesimo vivente nel vecchio Occidente. E la stessa elaborazione avviene ancora adesso nei culti afroamericani quali la santeria e il candomblé.
L’esistenza di un ragazzino di nove anni coperto di cenere di cimitero, avvolto in serpenti mentre esibisce gli attributi di Bhola Shankar (Shiva quale signore dei fumatori di ganja, dei reietti, dei necrofili e degli spiriti magici), da qualche parte e in qualche tempo ha colpito qualcuno come assolutamente necessaria e ovvia. E non è mai troppo tardi per acquisire un altro guru dal Mondo Non Visto, né per aggiungere un’altra immagine all’altare. Om Bal Shiva, Bom Bom Bhola.

La religione della gazza

Forse non è corretto affermare che la vera religione dell’India è il sincretismo. Ma lo stesso induismo sembra consistere di una sincresia di tradizione indo-ariano-vedica con culti dravidici quali quello dei naga o serpenti, o il culto di Shiva stesso. È già raffigurato sui sigilli del Mohenjo-Daro e di Harappa; poi appare come Rudra, nel Rig Veda, una divinità non ariana votata alla magia nera e alle droghe velenose (quelle intossicanti, a differenza del soma). Secondo i moderni seguaci del culto di Shiva (post-puranico), il dio si è “impadronito” del soma dal dio vedico della guerra Indra; perciò la luna (Soma) è stata intrappolata dalle chiome di Shiva fluenti di nettare che si trasforma nel fiume Gange (Ganga = ganja?). Il soma, la misteriosa pianta psichedelica del Rig Veda, è andata “perduta” molto tempo fa – ma è affascinante notare che oggi i sadhu shivaiti preparano il bhang (cannabis in forma liquida) precisamente nello stesso modo in cui il soma veniva trattato nel Rig Veda e nei suoi Commentari: la pianta viene lavata, pestata nel mortaio con un pestello e infine scolata con acqua attraverso un panno. A volte il Veda descrive il liquido ottenuto dalla preparazione come “verde” o “verde-oro”. Naturalmente, mi rimetto agli esperti che hanno identificato il soma nell’amanita muscaria oppure nella “ruta siriana”, ma mi pare chiaro che il bhang abbia qualcosa a che fare con la funzione del soma.
Nel sufismo popolare indiano, il patrono del bhang è Khezr (Khadir), il famoso Uomo verde o Profeta nascosto, una sorta di guru immortale e spirito naturale ereditato dall’Islam da antiche fonti mesopotamiche.
E il culto della cannabis certamente fornisce all’India uno spazio concettuale, per così dire, nel quale il sincretismo prospera. I dervisci ne sono devoti quanto i sadhu. Quindi, noi hippie del Ventesimo secolo abbiamo trovato subito il nostro posto in una tradizione vecchia forse di diecimila anni, una tradizione che molto tempo fa, durante gli imperi Bactriani e Kushan, ha assorbito le divinità greco-egizie dell’ellenismo (Dioniso riconosciuto in Shiva, per esempio). In seguito, questo gran calderone iniziò ad aggiungere anche l’Islam alla sua zuppa.
Il livello “alto” e articolato del sincretismo nell’India dei Moghul – al pari della famosa dottrina Din-i-Ilahi dell’imperatore Akbar – è sempre stato sostenuto dalla base “bassa” della cultura popolare: tale base era sempre arricchita da immagini e influssi di mistici colti, poeti e patroni principeschi. “Il loro Vedanta è il nostro sufismo e il nostro sufismo è il loro Vedanta” ecco come il principe Dara Shikoh risolse la questione. Dall’innesto e dal feedback reciproco dei livelli popolare e colto sorsero sette indu-musulmane quali la Kabirpanth o la Bengali Bauls.
In India ho incontrato yogi che adoravano il poeta persiano sufi Hafez. In Pakistan, in un santuario sufi, ho incontrato un anziano derviscio che malediva la Partizione [del 1947, tra Pakistan e India] perché “anche gli indù vengono qui a venerare il nostro santo”. Altrove ho scritto di Raihana Ben, aristocratica musulmana che incontrai a Nuova Delhi, la quale seguiva Gandhi e adorava Krishna. Il grande guru psichedelico Ganesh Baba, che incontrai a Darjeeling, mi raccontò che alcuni dei suoi migliori amici erano sufi. (Di seguito troverete dell’altro materiale su Ganesh.) Lo sciovinismo indù e il fondamentalismo islamico sono fenomeni del tardo Diciannovesimo secolo; in realtà si tratta di forme reazionarie di modernismo (come il fascismo, al quale assomigliano molto e dal quale sono stati fortemente influenzati). Può darsi che il sincretismo muoia di fronte all’assalto delle religioni mono-dimensionali, della globalizzazione a zero dimensioni, del lavacro dei media elettronici e della pulizia etnica – ma per me rappresenterà sempre la “vera India”. Gesù Cristo e l’Imam Ali sono entrambi avatar di Vishnu (e appaiono come “idoli” in un tempio di Benares), e anche il pantheon olimpico vive in Hindustan sotto vari travestimenti. IO Bacchus – Bom Bom.

Un estratto da un documentario su questa incredibile setta



Novità      Eventi      Approfondimenti      Autori      Prof. Bad Trip   
Home      Speciali      Dove siamo      Chi siamo      Librerie/rivenditori      Press      Contatti      English      Privacy      Newsletter   
pornload.cc