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Speciale Io e i CCCP

ESTRATTI DAL LIBRO

PREFAZIONE di E. "Gomma" Guarneri

Questo libro è l’esito finale di un fortuito (re)incontro tra me e Umberto Negri, membro fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, dopo quasi 25 anni che ci si era persi di vista, a seguito della sua uscita dalla band. In quel periodo – prima metà degli anni Ottanta - ero molto attivo sul fronte della distribuzione di materiali underground e nell’organizzazione di concerti punk e simili, nella nascente scena dei centri sociali.
Ricordo perfettamente quando – in una casa occupata in C.so Garibaldi a Milano - mi trovai in mano Ortodossia, il primo dischetto rosso dei CCCP: ebbi netta la sensazione che qualcosa era finito e che qualcos’altro stesse cominciando. Finiva il predominio metropolitano sulla cultura alternativa punk (in realtà già in trasformazione). Era l’inizio della riscossa della provincia, che portava nel gioco tutta le sue caratteristiche tipiche. In Italia se hai la provincia dalla tua, un po’ hai vinto (è la tecnica “leghista”). In metropoli si fanno gli esperimenti divertenti e radicali, ma in fin dei conti rivolti a un’élite. In provincia tutto è relazionalmente più difficile, c’è la famiglia con i suoi cento occhi ed emanazioni, hai un sacco di freni, ma se hai coraggio e “passi” lì vuol dire che i tuoi contenuti sono veramente condivisibili.
Infatti i provinciali CCCP Fedeli alla linea, con la chiave giusta, fatta di talento, impegno, intelligenza, sono riusciti a parlare a tutti: dai punk anarchici più radicali agli scrittori come Pier Vittorio Tondelli, dai giornalisti blasonati fino ai più “pescioni” che cadevano nei tranelli delle loro provocazioni, alle casalinghe della pianura emiliana, per finire ai dirigenti e militanti comunisti di ogni età (vetero, neo o post). Sono stati insomma un fenomeno musicale di grandi dimensioni, l’unico in un qualche modo collegabile al punk italiano. Così radicati che ancora oggi - oltre 25 anni dopo i CCCP - le “esternazioni” di Giovanni Ferretti fanno discutere e incazzare. Bisognerebbe infatti chiedersi perché Ferretti sia così rilevante. Non entro nel merito delle sue posizioni attuali (potrebbe fare di tutto, in fin dei conti anche Bob Dylan si è convertito due o tre volte) ma il suo atteggiamento mi sembra lo stesso messo in scena al Leoncallo nel 1984, in un esemplare concerto organizzato da me e dal mio “socio” di avventure Atomo, che vide la partecipazione teatrale prima, dopo e durante l’evento, di alcune componenti del movimento quali:

1) il radicalissimo Comitato di gestione del Centro sociale, look e mentalità rigidamente anni Settanta, che era un po’ attratto dalla simbologia kommunist della band ma anche un po’ rigido e sospettoso nei confronti della band stessa e del suo pubblico;

2) i punk anarchici – martellati dal Comune a colpi di sgomberi - che vedevano male il fatto che i CCCP lavorassero con l’Arci e le istituzioni, e che si facessero in sostanza gli affari propri;

3) uno stuolo numeroso di “neo-autonomi” desiderosi di dar sfogo alle loro profonde pulsioni cantando in coro Spara Jurij agitando i tre ditini a pistoletta, che produssero un effetto caciarone a là Pogues (dopo aver passato anni a dare addosso ai punk, accusandoli di pensare solo a “pogare”);

4) Qualche migliaio di curiosi che per la prima volta mettevano piede al Leoncavallo dato il gran clamore mediatico del gruppo, in stile La grande truffa del Rock ’n’Roll.

Insomma il Leoncavallo era pieno di gente e di contraddizioni, che furono surfate in maniera egregia da Ferretti & Co che, tra lanci di pomodori, balli sfrenati degli Autonomen, bandiere rosse agitate per scherzo o per convinzione, dominarono totalmente la scena. Anzi, sembrava fossero totalmente a loro agio in quel casino.
Nei successivi due anni, al banchetto delle autoproduzioni, ho venduto credo almeno un migliaio di copie dei dischi dei CCCP, che Jumpy (Helena) Velena ebbe il genio di produrre. Il mio amico artista sitù Giacomo Spazio, confezionò addirittura una maglietta manica lunga a tema spartachista con scritto in alto CCCP in cirillico, falce e martello, e anche quella che fu un best-seller di lunga durata. Insomma un sacco di gente fu tirata in mezzo in quel vortice di musica, simbologie, valori condivisi e di prese per il culo. E ci divertimmo molto.
È stata la legge dell’underground che mi ha fatto incontrare Umberto dopo tanto tempo, circa tre anni fa. Dopo un po’ di insistenza - è un tipo riservato - sono riuscito a fargli fare un podcast audio per la mia www. gomma.tv, in cui raccontava il suo punto di vista sulla band, una storia fino ad allora raccontata solo da Giovanni Ferretti e Massimo Zamboni e in maniera non omogenea. Quel file audio è stato scaricato diverse migliaia di volte e finalmente Umberto ha tirato fuori un patrimonio di fotografie straordinarie, per la maggior parte da lui eseguite e mai viste da nessuno: 400 scatti in bianco e nero sulla nascita e i primi anni di vita dei CCCP, sulla scena e le persone che vi gravitavano intorno, su Berlino, Amsterdam o la campagna intorno a Reggio Emilia nei primi anni Ottanta. Fotografie artistiche, ricercate per taglio e tonalità, testimoni di un immaginario complesso, che dimostrano che dietro al progetto del gruppo c’erano tante energie al lavoro.
Grazie alla seconda legge del’underground, che è quella di essere sempre con il senso del tempo sballato, giacché il capitalismo è sempre puntale, per due anni abbiamo usato, quando ci faceva piacere, le nostre risorse, uno scanner e un registratore per cercare di far uscire una storia da quelle fotografie.
Da quel piacevole sforzo è nato questo libro che è una storia dei CCCP e al contempo una fetta di storia italiana degli anni Ottanta. Piccola ma significativa.
I CCCP per me sono stati importanti come amici e come musicisti. E buttarmi dentro a questa storia, come aiutante di Umberto Negri, è stato entusiasmante. Spero che questo lavoro appassioni anche i lettori.

Avvertenza: Le macchie e i graffi e sulle foto sono originali e non creati ad arte per creare un effetto punk.



Dall’introduzione di Umberto Negri

Io sono uno che non butta via niente. Nella soffitta della casa di Reggio Emilia ho ancora i quaderni della prima elementare. Un giorno ho rimesso le mani sul raccoglitore dei negativi in bianco e nero, dopo averlo abbandonato per venticinque anni in un angolo della libreria e, compulsivamente, ho scannerizzato circa 1300 scatti, 37 rullini dal 1982 al 1986. Tra questi ho selezionato quelli che in qualche modo riguardavano i CCCP Fedeli alla linea. Tutti fanno foto. E la maggior parte di queste immagini sono uguali tra loro, indistinguibili. Ma ci sono occasioni che rendono alcuni scatti unici. E le mie foto dei CCCP potrebbero fare parte di questa categoria. Le ho portate con me per anni perché costituiscono una parte rilevante della mia identità, così come mi sono tirato dietro tutto il materiale del Tuwat - il centro sociale dei punk anarchici di Carpi - i volantini e le vecchie audiocassette, registrate in modo approssimativo durante i concerti e in sala prove.
Nello scattare queste immagini avevo pretese estetiche ed espressive. Quando le ho fatte ero alla ricerca della “foto pe rfetta”. Sono rimasto stupito dal fatto che, guardandole oggi, molte sono belle così come sono, senza cioè bisogno di essere modificate, reinquadrate, croppate: va bene l’inquadratura di quel momento.
All’epoca avevo una concezione dello scatto come primo momento di un processo molto lungo: facevo le foto, sviluppavo i negativi in casa - causando a volte anche dei danni - e le stampavo nella mia stanza trasformata in camera oscura. Negli anni Ottanta il mio “fare foto” significava confrontarmi con le riviste, particolarmente “Photo” e “l’Illustrazione italiana”, che sfogliavo per ore nella Biblioteca municipale di Reggio Emilia.
[…]

Dal cap. 2

Fellegara è una frazione rurale di Scandiano, a 10 chilometri da Reggio Emilia. Ferretti aveva trovato finalmente un posto dove stare, una vecchia casa colonica isolata in mezzo a campi sterminati. Una casa povera, da contadini, non ristrutturata con un gros so androne aperto sul retro, fienile, piano terreno con cucina e grande camino, primo piano con camera da letto padronale dove dormiva Giovanni e oltre il pianerottolo un salone adibito a sala prove e tre camere da letto al piano superiore. Non c’era il riscaldamento, solo il camino e qualche stufa, muri sottilissimi e finestre che era come se non ci fossero e d’inverno il freddo era allucinante. La sala prove però aveva due finestre sulla campagna e si poteva suonare guardando il paesaggio fuori e tenendo a qualsiasi ora il volume al massimo, dato che la prima casa era a un chilometro di distanza. Fellegara è diventata un po’ un simbolo del gruppo che stava nascendo. E si stava trasformando in un bel luogo, Ferretti l’aveva arredata con delle pretese estetizzanti. Aveva creato un ambiente raffinato utilizzando materiali poverissimi, vecchi mobili, tubi in pvc drappi, specchi dorati. Era un bel set fotografico, forse più dandy che punk.
[…]

Lì nella sala prove, una delle prime volte che ci sono andato (ma mi piace pensare che fosse la prima) ho cominciato insieme a Zamboni a improvvisare uno di quei riff martellanti e ossessivi che caratterizzavano la nostra esperienza dei Frigo, Ferretti aveva un testo nuovo da musicare: “Consumami distruggimi è un po’ che non mi annoio...”
Nella foto compare questa specchiera, che girava da una stanza all’altra. Ferretti spostava continuamente i mobili in casa, per creare delle ambientazioni oltre il punkettone, più new wave... pseudoraffinate.
[…]

Bastava mettere due chitarre insieme e saltava fuori un pezzo. Vado lì a provare e subito nasce Emilia paranoica. L’idea di provincia, la cosiddetta “provincia avanzata”. Ci credevamo anche noi, c’era questa idea che l’Emilia fosse all’avanguardia, fosse avanti, fosse super, fosse speciale: si mangia meglio, si vive meglio... ma non era poi così vero. Anche in Emilia c’erano infinite contraddizioni, un sacco di gente emarginata, che si faceva le pere, vite vuote passate pellegrinando da una discoteca all’altra, altre vite, non meno vuote, passate lavorando 15 ore al giorno 7 giorni la settimana, un’egemonia del PCI che si proclamava puro e diverso, ma poi si chiacchierava di arricchimenti con le speculazioni edilizie
[…]

Dal cap. 3
A Norimberga, la polizia non ci lascia fare autostop e dormiamo su una panca fuori dall’autogrill, ma da quel momento il viaggio diventava facilissimo, perché da lì iniziava l’autostrada che portava a Berlino attraverso la Germania Est, ed era una consuetudine consolidata caricare gli autostoppisti. Passata con ansia la frontiera, arriviamo finalmente nella città del Muro, e andiamo nella bellissima casa occupata dove sono ospitati Massimo, Giovanni e Zeo.
Nel caldo dell’estate berlinese il gruppo si è rinsaldato. Avevamo voglia di suonare ma non avevamo né strumenti né contatti. Ci siamo trovati in una festa dentro a un complesso occupato, e lì miracolosamente ci hanno permesso di andare sul palco e prestato gli strumenti, con molta diffidenza visto precedenti esperienza negative con gruppi italiani. I tedeschi se ne stavano andando via tutti pensando “tanto ora suona il solito gruppo punk di italiani”. Abbiamo attaccato con Emilia paranoica e tutti sono tornati dentro a ballare come dei matti e a divertirsi. Lì ho capito che la storia andava, che funzionava davvero.
Avevamo un potenziale fortissimo, che funzionava anche con chi non ci conosceva e non capiva le parole. Ho capito che stavamo facendo una cosa vera, che non eravamo un fenomeno di provincia.
[…]

Erano i primi anni ottanta: stava nascendo il famoso riflusso, con tutti gli scampati dalle idee rivoluzionarie che cercavano di riciclarsi all’interno delle istituzioni. Quelli di Lotta continua che entravano nel Partito socialista, le migliori menti della generazione che cercavano un nuova collocazione.
In Germania sembravano dieci anni indietro.
Portavano i capelli lunghi, occupavano le case, avevano le comuni. Andando in giro sentivi veramente la storia, la respiravi, la guerra era finita da trent’anni e sembrava fosse successa il giorno prima. Vicino al KuKuCK, Kunst und Kulturzentrum Kreuzberg, “Centro dell’Arte e della cultura di Kreuzberg” una delle case occupate più belle ed appar i scenti, c’era un interno quartiere in cui c’erano le strade, i marciapiedi, i nomi delle vie ma non c’erano le case.
Zero. Solo qualche mattone ammassato qua e là.
[…]

A Berlino quell’estate abbiamo anche cominciato a ragionare sul vero nome del gruppo, e ci piaceva CCCP C’era però il problema di un altro gruppo tedesco che si chiamava Cccp, eravamo indecisi, poi abbiamo trovato un compromesso: ci chiamiamo Cccp ma ci aggiungiamo qualcosa. Quel qualcosa ch e sar e bbe us cito qua l che mes e d opo, nell’ a ut u nno tra Fel l e gar a e il Tuwat di Carpi. Siamo rimasti a Berlino una settimana, p o i ognuno è a n dato per l a sua st rada e io sono tornato in Italia, Ferretti e la Lori ad Amsterdam, gli altri non so.
[…]

Dal cap. 4
Siamo partiti senza avere nessun contatto con l’organizzazione, ma d’altra parte a Santarcangelo usava così: tutti gli anni in giugno c’è il festival del teatro di piazza e chiunque può esibirsi, si andava lì e si rappresentava il proprio spettacolo... Uno spazio libero insomma. Siamo arrivati lì con un furgone messo a disposizione dai ragazzi del Tuwat, che ci avevano seguito in massa, con la scritta Cccp fatta a spray, pieno di strumenti e roba varia. Era la primavera subito successiva all’inverno creativo dei Cccp, quello dell’82-83, avevamo ormai rinunciato a cercare un batterista e avevamo programmato la batteria elettronica.

… Festival di Bologna, Bande nel parco, una situazione pesante perché non era un nostro concerto, eravamo immersi in una situazione di vera musica anni ’80. Siamo arrivati come dei mostri e ci hanno fischiato alla grande. Ce ne hanno dette di tutti i colori, eravamo in un bellissimo parco sulle colline bolognesi. Erano quelle situazioni in cui noi davamo il meglio in assoluto. I Cccp in Italia andavano bene quando metà del pubblico li offendeva, con Ferretti che urlava indietro di rimando dicendone di peggio, rispondeva duro li massacrava con la sua superiorità linguistica. In quelle situazioni lo adoravo. Ne uscivamo carichissimi.

Dal cap. 5
Può sembrare impossibile ma non conoscevamo proprio nessuno del giro punk. Stavamo a Reggio Emilia, mica a Londra, e volevamo presentare un progetto che nessuno, tranne i pochi amici, capiva. Un linguaggio diverso. Comunque finimmo a registrare il demo in una sala di incisione che faceva liscio: un suono orrendo. Poi abbiamo contattato varie etichette, a Bologna e a Modena, ma tutti ci guardavano come dei pazzi scatenati, come domatori di pulci che si prenstino alla Scala; in quel periodo sembrava si potesse fare solo musica settoriale: c’era chi faceva la dance, chi il liscio, ma noi non rientravamo in nessuna di queste categorie e quindi non sapevamo da che parte andare a parare. Al momento, di prenderci su e andare, che so, a Milano, non ci era neppure venuto in mente. In realtà poi non siamo stati noi ad andare in cerca, ma paradossalmente è stato il disco che ha cercato noi. Durante un concerto al castello di Carpi ci è venuta a vedere Hèlena Velena, che al tempo si chiamava Jumpy ed era il leader dei Raf Punk, gruppo punkettone bolognese con sede al Cassero anarchico di Bologna, e titolare di una sedicente etichetta Attack Punk records che produceva dischi strani, colorati, di tutti i colori possibili e immaginabili, azzurri trasparenti, che ci propone di fare un disco. Noi contentissimi, non ci abbiamo pensato due volte.
[…]

Dal cap. 6
Il giorno dopo mi telefonano da “Panorama” per fissare un’intervista.
Un fotografo dell’ “Espresso” parte da Milano e si precipita a casa mia per avere delle foto da poter pubblicare, mettendo i miei in confusione. L’“Unità” contatta direttamente Ferretti. L’ultima sera del convegno vado da solo in questo cinema, gli altri non possono e vengo incantonato da una troupe del TG 3 che mi spara in faccia un faro e mi fa un’intervista per il telegiornale.
Una cosa pietosa, visto che non ero certo io il portavoce del gruppo.
Poi, dopo qualche settimana, esce l’artico sull’“Espresso”, ed è una vera bomba: a firma Tondelli, con una foto a due pagine a colori di noi tre sul balconcino di Santarcangelo.
In realtà Tondelli poi ci disse che l’articolo, che accreditava una specie di fantomatico movimento filosovietico, era pronto da tempo ma non riusciva a farlo pubblicare.
[…]

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