Shake Cerca libro
Home      Speciali      Dove siamo      Chi siamo      Librerie/rivenditori      Press      Contatti      English      Privacy      Newsletter   
Novità
La proposta
Eventi
Approfondimenti
Autori
T Shirt/Shop
Prof. Bad Trip
Catalogo
Underground
Ebook
Fiction
Cyberpunkline
Black Prometheus
Ri/Cerca
Universale
Piratini
Corpiradicali
Riviste
I libri di Acoma
Tascabili
Torrent Dvd/Cd
Fuori collana
Vhs
Nnoir Sélavy

 

 

 
Prefazione a Silenzio di John Cage

Prefazione a Silenzio di John Cage

Scrivo articoli e tengo conferenze da più di vent’anni, e spesso hanno una forma insolita (specie le conferenze) perché ho adottato metodi compositivi analoghi a quelli che usavo per comporre. Quasi sempre mi sforzavo di dire quanto avevo in mente in una maniera che l’esemplificasse, che permettesse, nei limiti del possibile, a coloro che mi ascoltavano di sperimentare quello che dicevo invece di limitarsi ad ascoltarlo. Questo significa che, essendo io impegnato in tutta una serie di attività diverse, cerco di inserire in ciascuna di esse alcuni aspetti che per convenzione sono invece limitati a una o più altre attività.
E, infatti, è capitato che più o meno nel 1949 ho tenuto la mia Conferenza su niente all’Artist’s Club sull’Ottava strada di New York (presso il circolo artistico fondato da Robert Motherwell, predecessore di quello più famoso comunemente legato ai nomi di Philip Pavia, Bill de Kooning e altri). Questa Conferenza su niente è stata scritta con la medesima struttura ritmica che utilizzavo nello stesso periodo per le mie composizioni musicali (Sonatas and Interludes, Three Dances eccetera). Una delle sue articolazioni strutturali consisteva nell’iterazione, fino a quattordici volte, di un’unica pagina in cui era ripetuto il ritornello “Se qualcuno ha sonno che vada a dormire”. Mi ricordo che a questo punto Jeanne Reynal scattò in piedi e cominciò a strillare, poi disse, mentre io proseguivo imperterrito: “John, ti voglio un gran bene, però non lo reggo un minuto di più”. E tolse il disturbo. Poco dopo, durante il dibattito, diedi una delle sei risposte preparate in anticipo indipendentemente dalla domanda. Era un riflesso della mia passione per lo zen.
Al Black Mountain College, nel 1952, organizzai una serata con i quadri di Bob Rauschenberg, i balletti di Merce Cunningham, filmati, diapositive, registrazioni fonografiche, apparecchi radio, le poesie di Charles Olson e M.C. Richards recitate dalla cima di una scala a pioli e il piano di David Tudor, insieme naturalmente alla mia conferenza Juilliard che si conclude così: “Un complesso d’archi, un tramonto, ciascuno agisce”. Il pubblico era seduto al centro di tutto questo fervore di attività. La stessa estate, mentre ero in vacanza nel New England, mi capitò di visitare la prima sinagoga d’America, scoprendo così che la congregazione era seduta esattamente come avevo disposto il pubblico al Black Mountain.
Con il senno di poi, ho capito di essere sempre stato interessato alla poesia. Al Pomona College, per rispondere alle domande sui Lake poets, i poeti lacustri, iniziai a scrivere alla maniera di Gertrude Stein, cioè usando una tecnica ripetitiva e incoerente. Mi diedero il massimo dei voti. La seconda volta che ci provai mi beccai un’insufficienza. Alla Conferenza su niente ha fatto seguito oltre una mezza dozzina di pezzi scritti in maniera poco convenzionale, compresi alcuni ottenuti applicando l’alea e uno che era più che altro una serie di domande lasciate senza risposta. Quando M.C. Richards mi domandò perché non mi decidessi a tenere un bel giorno una conferenza convenzionale, didascalica, aggiungendo che era la cosa più scioccante che potessi proporre, risposi: “Io non tengo queste conferenze per stupire la gente, ma per una pulsione poetica”.
A mio modesto parere, la poesia non si differenzia dalla prosa soltanto perché è formalizzata in un modo o nell’altro. Non è poesia a causa del contenuto o per la sua ambiguità, bensì perché permette agli elementi musicali (il tempo, la sonorità) di entrare nel mondo delle parole. In questo modo, tradizionalmente, un’informazione – per quanto ingombrante potesse essere (per esempio i sutra e i shastra indiani) – poteva essere tramandata tramite la poesia. Così era più facile da afferrare. Forse Karl Shapiro pensava a questo quando ha scritto in versi il suo Essay on Rime.
Dando alle stampe queste conferenze così formalizzate sono incappato in qualche problema, e alcune delle soluzioni a cui sono giunto sono puri compromessi tra quanto auspicavo e quanto era fattibile. Le conferenze Dove andiamo? e Che cosa stiamo facendo? ne sono un perfetto esempio. In questi e in altri casi, all’inizio c’è una nota che spiega le modalità da usare nel caso di una lettura ad alta voce.
Ovviamente, non tutti i testi hanno una forma insolita. Molti sono stati scritti per essere pubblicati, cioè visti invece che uditi. Parecchi altri sono stati redatti e presentati come una normale conferenza didascalica (quindi senza sconvolgere il pubblico, da quanto ho potuto constatare). Questa raccolta non comprende tutti i miei scritti, ma rispecchia quelli che sono stati, e continuano a essere, i miei interessi principali.

Spesso i critici gridano al “dada” dopo essere stati a un mio concerto o aver ascoltato una mia conferenza. Altri deprecano il mio interesse per il buddismo zen. Una delle conferenze più stimolanti a cui sono mai stato è stata quella di Nancy Wilson Ross alla Cornish School di Seattle. S’intitolava Buddismo zen e dada. In effetti è possibile tracciare un parallelismo tra i due fenomeni, però sia il dada sia lo zen non sono qualcosa di tangibile e prefissato. Mutano costantemente e, in posti e tempi diversi, invitano all’azione in maniera abbastanza diversa. Quello che è stato il dada negli anni venti, oggi, con l’eccezione delle opere di Marcel Duchamp, è soltanto arte. E non voglio che incolpino lo zen per quanto faccio, anche se dubito fortemente che senza il mio rapporto con questa dottrina (la partecipazione alle conferenze di Alan Watts e D.T. Suzuki, la lettura di libri sul tema) avrei fatto quel che ho fatto. Mi dicono che Alan Watts abbia avuto da ridire sul rapporto tra le mie opere e lo zen. Se ne parlo qui è solo per sgravare lo zen da qualsiasi responsabilità per le mie azioni. Però io tengo duro. Mi capita spesso di ricordare che oggi il dada ha in sé uno spazio, una vacuità che all’inizio gli mancava. E che cos’è oggi, nell’America di metà ventesimo secolo, lo zen?
Ringrazio il compositore Richard Winslow, le cui tendenze musicali sono parecchio diverse dalle mie ma che sette anni fa, in quanto docente di Musica alla Wesleyan University, ha assoldato David Tudor e me per un concerto e mi ha palesato senza alcun preavviso, mentre passeggiavamo, la sua abitudine di mettersi a cantare sottovoce. Da quel giorno ci ha invitati altre due volte alla Wesleyan anche se i nostri programmi erano immancabilmente rumorosi, percussivi e pieni di pause, e le mie idee erano immancabilmente antiaccademiche e anarchiche. Winslow mi ha aiutato a ottenere la borsa di studio presso il Wesleyan Center for Advanced Studies che mi è venuta molto utile durante l’ultimo anno accademico nonostante l’aria condizionata. E ha convinto la University Press a pubblicare questo libro. Il lettore potrà criticare la sensatezza di questo appoggio, però dovrà ammirare quanto me il coraggio e l’altruismo di Winslow.

(copyright ShaKe, 2010, vietata la riproduzione senza autorizzazione)

Novità      La proposta      Eventi      Approfondimenti      Autori      T Shirt/Shop      Prof. Bad Trip   
Home      Speciali      Dove siamo      Chi siamo      Librerie/rivenditori      Press      Contatti      English      Privacy      Newsletter