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Estratti da "Jimi santo subito" di Enzo Gentile

IL FAVOLOSO MONDO DI JIMI Introduzione al libro di Enzo Gentile e JIMI DIXIT

 “Blues is easy to play, but hard to feel” J. Hendrix

La carta e l’inchiostro dedicati a Jimi Hendrix sembrerebbero sconsigliare chiunque, anche il fan più incrollabile, ad aggiungere ancora qualcosa di scritto. Tutto, o quasi, si è detto, e tanti sono i libri di ottima fattura in grado di scandagliare palmo a palmo la vita e l’arte di un musicista tra i più influenti, e resistenti, del secolo scorso. Eppure in questa “trappola” ci infiliamo volentieri. Perché? Innanzitutto per amore, un sentimento cieco, ma che ci sente benissimo. Poi, perché osserviamo con un certo stupore come il fattore H, la presenza di Hendrix sul mercato, sia tuttora significativa e in continua crescita, tanto da spingere a continue citazioni non appena si presenti l’opportunità, e pure di più.

Dalla pubblicità alle colonne sonore (un passo mirabile nell’ultimo film dei fratelli Coen, A Single Man, è contrappuntato dalla fragorosa Machine Gun), dal costume alla moda, dove i colori, le fogge, lo stile hendrixiano – hippie, ma non solo – imperano sospinti da una amabilissima felicitas: ovunque si parla e si respira una sorta di strisciante eredità naturale di Jimi.

Dato che non può trattarsi solo di revival o nostalgia, e neppure il merito è unicamente ascrivibile alla brillante azione di marketing, sarà bene e utile cercare di spiegare e, prima ancora, di capire le ragioni di questo mosaico. Jimi come pietra filosofale del rock ultimo venturo?

La portata del fiume hendrixiano è aumentata considerevolmente nel tempo e la ricorrenza del quarantennale della morte sembra ideale per un bilancio, per una fotografia panoramica. Del ragazzo che iniziò a suonare grazie alla chitarra bianca Supro Ozark regalatagli dal padre si sa molto e la sua biografia è stata sezionata ripetutamente, scrupolosamente: risalendo alle origini meticce (nelle vene della madre scorreva sangue cheyenne, azteco e irlandese), agli alti e bassi negli studi, al periodo come paracadutista durante il servizio militare, prima dei volonterosi tentativi nella musica, ci si cala in una avventura densa e frastagliata, che condurrà a un’esplosione assordante nel mondo del rock. “Volevo fare con la chitarra quello che faceva Little Richard con la voce” ammise per chiarire le intenzioni maturate quando, poco più che ventenne, comincerà ad assaggiare le emozioni del palco. E per fornire delucidazioni sul cammino intrapreso da lì in poi, aggiungerà che presto si sarebbe sentito “addicted to music”, drogato all’ultimo stadio di musica. Questa efferata abnegazione, il sacrificio quotidiano di immolarsi al blues e alla chitarra, fino a lobotomizzarla “effettuosamente”, lo avrebbe condotto a un’esistenza fulminea, precipitosa, per esiti forti e chiari anche a distanza di tanto tempo. Una ricognizione nei referendum tra gli appassionati e le classifiche stilate da riviste e siti rock non consentono dubbi. Tra i più grandi artisti della storia Hendrix è al terzo posto (dopo Beatles e Rolling Stones) per “VH 1”, che lo piazza sempre terzo nella categoria hard-rock (a seguire Black Sabbath e Led Zeppelin) e al 51° come personaggio più sexy di tutti i tempi. E Jimi, che è primo, sempre, inevitabilmente, nei sondaggi tra i chitarristi, con il suo Are You Experienced? è terzo nella classifica degli album; i singoli Purple Haze e All Along the Watchtower sono rispettivamente 23° e 34° tra i brani passati alla storia. Ma è solo la punta dell’iceberg, con i numeri suffragati anche da omaggi istituzionali: l’ingresso nella Rock’n’roll Hall of Fame nel 1992 e la stella nella Hollywood Walk of Fame due anni dopo.

Così, sospinti da un affetto popolare, dall’adorazione dei colleghi (sapevate che Lemmy dei Motorhead e Ace Frehley dei Kiss sono stati al suo servizio come roadies?), dall’encomio della critica, anche i suoi dischi continuano a uscire, vendendo una cifra ufficiosa di 3-4 milioni di copie all’anno, acquistati da ogni tipo di pubblico: sì, perché la linfa vitale che attraversa la musica di Hendrix osserva, libera, assorbe, agguanta a ogni latitudine, compreso il jazz, verso il quale si stava avvicinando, come dimostrano le session con Roland Kirk e le trattative con Gil Evans e Miles Davis, che purtroppo non ebbero il tempo per andare in porto. Anche se il divino di In a Silent Way nell’autobiografia racconta di una giornata spesa suonando insieme, nella sua casa di New York…

Questi e mille altri rivoli, con la ricostruzione di un’esistenza tanto breve quanto preziosa, serviranno a valicare e scoprire i tanti versanti dell’uomo e dell’artista. Il tutto “with a little help from my friends”: critici, saggisti, studiosi, che hanno voluto fornire ciascuno un’inquadratura specifica, angolazioni originali e punti di vista personalissimi per partecipare al viaggio. Prossima tappa, la Electric Church…

 “When I die I want people to play my music, go wild and freak out and do anything they want to do.” (J. Hendrix)

JIMI DIXIT

Giornalista: “Perché suoni la chitarra con i denti?”
Hendrix: “Non suono con i denti, suono con le orecchie.”
G. : “Cosa pensi della polizia americana?”
H.: “Hanno delle uniformi grandiose, dei bei manganelli.”
G.: “Perché ti pettini così?”
H.: “Ogni capello rappresenta una vibrazione positiva.”

“Quanto alle mie origini indiane ho cercato sempre di non badarci, ma a volte gli insegnanti mi ferivano. Come quando dicevano che gli indiani sono cattivi. Mia nonna mi raccontava bellissime favole indiane, mi faceva anche dei vestiti e quando li indossavo a scuola tutti si mettevano a ridere. Esistono certamente degli indiani pieni di soldi, ma la maggior parte vive nelle riserve, in condizioni pessime. Abitano in baracche tutte uguali e spesso finiscono per diventare degli sbandati: bevono e si abbruttiscono senza poter sperare in nulla di buono.”

“Conservo un bellissimo ricordo del mio passato come paracadutista: è un’esperienza molto intima, non ci sono rumori, si sente solo il vento. Sei solo con te stesso, puoi sussurrare o gridare come vuoi. So che è stata una follia, ma ne valeva la pena: quando alla fine vedi che il paracadute si è aperto riesci solo a ringraziare Dio.”

“Mio padre e mia madre litigavano spesso e io ero sempre sul chi vive, pronto ad andarmene in Canada in punta di piedi. Mio padre è di spirito molto conservatore e religioso, a mia madre invece piaceva divertirsi e farsi bella. Beveva molto, però, e in quei momenti, quando era sotto l’effetto dell’alcol, non si curava più di se stessa. È morta quando io avevo dieci anni, ma devo dire che è stata una madre in gamba.”

“Mio padre sapeva ballare e suonare i cucchiai. Il mio primo strumento musicale è stato un’armonica a bocca, quando avevo circa quattro anni. Poi c’è stato il violino. Mi sono sempre piaciuti gli strumenti a corda e i pianoforti. Poi mi sono appassionato alle chitarre: era lo strumento che si vedeva in giro dappertutto.
Non c’era casa che ne fosse priva. Quando avevo quattordici o quindici anni ho cominciato a suonare la chitarra e mi ricordo che il mio primo concerto si è tenuto in un arsenale, un locale che apparteneva alla Guardia nazionale, e che ognuno di noi aveva guadagnato qualcosa come trentacinque centesimi. Allora mi piaceva soltanto il rock’n’roll; suonavamo le canzoni di gruppi come i Coasters.”

“I primi ingaggi vennero con artisti come Wilson Pickett, Little Richard, Isley Brothers e a loro non andavano affatto a genio tutte quelle distorsioni. Mi tenevano in disparte, in sottofondo, ma io non facevo altro che pensare a quello che mi sarebbe piaciuto fare. A quel tempo entravo in un gruppo e ne uscivo a tutta velocità. Per la maggior parte si trattava di complessi musicali di rhythm and blues, materiale che mi piaceva, ma questo non voleva dire che mi sentissi di suonare quella roba tutte le sere.”

“Quando ho cominciato non avevo preferenze, mi piaceva di tutto, da B.B. King a Muddy Waters, da Bach a Eddie Cochran. Prima di arrivare in Inghilterra mi interessavo in modo particolare a quello che stava facendo Bob Dylan. La prima volta che lo sentii, pensai che non si poteva fare a meno di ammirare un tipo capace di cantare in modo così stonato.”

“Tante volte mi dico che mi piacerebbe saper cantare bene. Ma lo so benissimo che non so cantare, provo soltanto a sentire l’effetto delle parole. Mi sforzo in tutti i modi per ottenere quella nota giusta, ma è dura. Mi ritengo piuttosto uno che fa spettacolo, non un cantante.”

“Io sono americano. Voglio che mi conosca la gente del mio paese e mi interessava scoprire se ce l’avrei fatta negli Stati Uniti. L’Inghilterra mi piace, ma non ho veramente una casa che possa dire mia in nessun posto. La mia casa è il mondo intero. In questo paese non ho mai avuto una casa. Non voglio mettere radici, perché può darsi che di colpo mi senta irrequieto e desideroso di andarmene. Mi farò una casa mia solo quando sarò sicuro che non voglio più spostarmi. L’altra ragione per lavorare negli Stati Uniti è che laggiù posso guadagnare venti volte meglio e in questo non ci vedo niente di male. Anche noi dobbiamo mangiare come tutti gli altri.”

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