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Il popolo del blues (recensioni)

LeRoi Jones (Claudia Bonadonna, "Pulp", marzo-aprile 1999)

Transita in questi giorni nelle sale italiane l'osannato Slam, il film-verità di Marc Levin. Storia di consueta negritudine, ingiustizia e riscatto di un pacifista - cittadino del ghetto che vince la violenza del sistema con la forza della poesia. Saul Williams, autore prima che attore, già vincitore un biennio fa del campionato di slam del Nuyorican Café di New York, è il convincente protagonista. Slam è poesia eruttata, flusso ininterrotto di parole, di libere associazioni, di coscienza. È l'urgenza espressiva di una comunità in cerca di libertà. È il potere energetico del fonema (in principio era il ritmo!). È estetica blues. E la mente corre ai vecchi maestri del genere, ai precorritori della liturgia di lirica e beat. Ai Last Poets, rivoluzionari profeti di strada a tempo (antesignano) di rap. A Langston Hughes, che si lasciò tentare dal jazz, a James Baldwin. A LeRoi Jones. Di questi versificatori, il veterano agitatore delle coscienze nere di tutti gli anni '60 e oltre, noto col successivo nome di Amiri Baraka (secondo la pratica afroamericanamente avvertita di ribattezzarsi, in uso presso i coevi intellettuali del Black Liberation Movement), è stato appassionato cultore e divulgatore. La sua storia, fatta di rivendicazione politica, culturale e passione jazz, ci spiega perché. LeRoi Jones nasce nel 1934 a Newark, nulla industriale ai confini del New Jersey, da una famiglia di origini mediobasse (la cronaca gli accredita una madre operaia e un padre corriere). Si rivela fin da subito studente di talento guadagnando una serie di trasferimenti verso università sempre più eccellenti e, appena diciannovenne, la laurea. Tre anni di servizio militare gli ritardano la marcia verso New York, dove arriva sul finire degli anni '50, in piena era beat. Meta: il Greenwich Village. Della sua generazione scriverà: "Siamo nati durante la Depressione, siamo cresciuti durante la seconda Guerra Mondiale, e siamo diventati adulti, all'università o altrove, durante la Guerra di Corea. Insomma, una catastrofe a ogni decennio della vita". Fatale la voglia di riscatto. Che passa inevitabilmente attraverso la scrittura: raccolte di poesie (Preface to a Twenty Volume Suicide Note e The Dead Lecturer, quest'ultimo insignito di traduzione italiana, ma ormai scomparso nei fuori catalogo Mondadori), romanzi (The System of Dante's Hell) e qualche veloce commedia. Una di queste, Dutchman, gli porterà fortuna: il "Village Voice" le assegnerà l'Obie, sorta di Oscar per le migliori rappresentazioni off-Broadway - qualche anno più tardi, nel 1967, la sua riduzione cinematografica conoscerà l'attenzione della Biennale di Venezia. Jones ama la libertà anarchica del verso beat e la sua irruenza, che instrada l'espressione della sua indignazione di nero. Bizzarramente, il terreno d'incontro tra questa forma d'arte intellettualmente bianca e le sue urgenze di afroamericano in cerca di definizione extraterritoriale sarà il jazz. Già Kerouac teorizzava - via Ginsberg, che regalò alla sua scrittura "della mente" la dizione di "prosodia bop" - la necessità di improvvisazione ("la sfida della jam session") e ritmo. "Sì, jazz e bop, nel senso di uno che respira e suona una frase al sassofono finché gli finisce il fiato, e quando finisce il fiato la sua frase, quello che aveva da dire è finito. È così che io separo le mie frasi, come separazioni di respiro della mente": jazz - nero - dunque come fondamento estetico dell'avanguardia bianca. E jazz - perduto, pericoloso, anticonformista - come collante sociale dell'alternativa comunità artistica del Greenwich Village. Che accoglie il verbo radicale del giovane Jones. A lui mettere in pratica la potenzialità musicale dei suoi testi: il risultato sono le frequenti donazioni ad artisti free jazz. La tagliente e visionaria elegia di Black Dada Nihilismus è musicata dal New York Art Quartet recitata da un Jones particolarmente intenso: "Nero/ urlo e cantilena/ nera, urlo, sorde, non/ di questa/ terra strida. Dada, come/ sbava, bruttezza, che/ a palazzo s'impara, colorata/ santa merda io li/ dico in peccato o/ perduti/ arrostiti maestri dei perduti/ nichilsicari". È il suo pezzo più celebre la rivendicazione di un olocausto silenzioso. Ma più che formulare una nuova poetica, Jones vuole ricomporre le fila di un sapere scompaginato dalla storia. È un catalizzatore di anime, che aspira a creare e diffondere cultura. Lo fa dapprima con la rivista beat "Yugen", che gestisce insieme alla moglie Hettie Cohen, e poi con l'apertura della "Black Arts Repertory Theatre School": un ventata di musica, poesia, arte e spettacolo nel cuore di Harlem con lo scopo "infrangere le illusioni del corpo politico americano e rendere consapevole il popolo nero del significato della sua vita". È il 1964. Jones mette in piedi un'assemblea di gestione insieme a Charles e William Pattersons, Askia Toure, Clarence Reed, Johnny Moore e altri artisti afroamericani di buona volontà. Reperisce fondi che guadagna da una burocrazia inconsapevole (usa L'Harlem-Youth Act varato dall'amministrazione Johnson) e comincia a fornire corsi sia pratici che teorici. Lo scopo è creare un canale di comunicazione tra l'artista e la sua gente e dare ad essa la possibilità di esprimere e sperimentare la propria "artisticità". Il progetto è ambizioso, ma la continua precarietà economica e i dissidi interni di direzione ne minano la longevità. La comunità si divide. Ed Bullins e Marvin X ne trasportano una parte in California, a Oakland, legandola sempre più strettamente alla causa delle Black Panthers; Jones la ribattezza Spirithouse e la porta con sé nel suo ritorno a Newark. Ha già assunto il consapevole nome di Imamu Amiri Baraka, il suo allontanamento dalla cultura bianca, ovvero dal beat, è completo. Malcolm X è appena stato assassinato. Baraka fa proprio il credo nazionalistico nero. Si accompagna ad una i nuova moglie, Sylvia Robinson, poi Amina. Con lei amministra il suo nuovo sogno comunitario, che fa alloggiare in un vecchio palazzo della vivace Stirling Street. Non di sola propulsione artistica si tratta questa volta. La Spirithouse organizza anche gruppi di lavoro in tema di autodifesa, economia, storia africana e afroamericana, e coltiva i culti religiosi dell'Africa centrale, soprattutto quelli di tradizione yoruba. Più che una scuola è uno spazio sociale. Di questo ritorno alle origini, o meglio alla comunità d'origine, Baraka parlerà come di un movimento tormentoso. Al pari di ogni nero, vive il contraddittorio impulso a servire individualità e collettività, a tutelare cioè il comune patrimonio culturale afroamericano, ma a non farsene partigiano difensore, ad acquisire dunque una credibilità "accademica" che gli permetta di esportare il messaggio anche in un consesso bianco. Questo ovviamente non gli impedisce di impegnarsi su tutti i fronti del Black Movement. Anzi di esporsi pericolosamente. Quando, nel luglio del 1967, Newark è devastata da una sanguinosa rivolta (il copione è tristemente noto: saccheggi, incendi, più di venti morti e centinaia di feriti in seguito alle proteste per l'arresto e il pestaggio da parte della polizia bianca del tassista nero John Smith), viene accusato di aver trasportato armi. Il processo si svolge polemicamente, Baraka si professa vittima politica del sistema. Viene condannato a tre anni di reclusione. Il 1970 lo saluta uomo nuovamente libero. Tiene un profilo basso sul fronte dell'attivismo politico (si sposta verso un'ottica più marcatamente marxista) e prosegue tutt'oggi - con tenacia la sua attività di docente, saggista e conferenziere.
Blues people, Il popolo del blues (secondo la dimenticata versione italiana di Einaudi, che oggi la ShaKe riscatta da un letargo durato infelicemente più di trent'anni) è un classico - il classico - che reinterpreta l'evoluzione della cultura afroamericana in funzione dell'evoluzione musicale, "perché la musica è la natura della nostra cultura", ed è l'espressione più direttamente riconoscibile di "uno sviluppo psicologico comune". La musica dunque cambia con la gente, con le sue condizioni materiali, con il suo peso politico (verrebbe da dire contrattuale) rispetto alla controparte bianca. "La nostra cultura - spiegava Jones in un'intervista - esiste entro una specifica cornice musicale. E la ragione per cui questa è specifica nasce dal fatto che è in netto contrasto con la cornice più ampia. In quest'ultima la gente può vivere ma non rendersene conto: parlo degli americani. Ma per gli afroamericani la nostra specifica musica emerge cosi tanto sull'altra ed è tanto più sentita sull'altra in quanto il fare musica è una delle poche possibilità che i neri hanno". La musica è la storia genetica del popolo blues. Come l'afroamericano è il risultato della sintesi forzosa (hegeliana) tra il padrone: l'uomo secolarizzato occidentale, e l'antenato: l'africano "spirituale", così la sua musica esprime questa continua tendenza al cambiamento, anzi all'adattamento. All'infinita combinazione degli opposti: il beat, suono e non suono; il respiro: dentro e fuori. I ritmi cangianti, come rappresentazione "dell'esistenza simultanea di diversi luoghi di vita". Ci dice cosa sia l'esistenza nera e il modo in cui essa si ripensa (e si rappresenta nel conseguente mutamento di stile): "il cambiamento qualitativo di un elemento in un altro è la dialettica stessa dell'esistenza". È una conoscenza del sentire, che Jones rivendica come altra rispetto al monoteismo razionale (rock'n'roll, lo chiama) della cultura occidentale. "Non vogliamo nessun Nietzsche a dirci che la sensazione ostacola il pensiero. La massima intelligenza sta nel ballo". È un linguaggio di libertà, di "rivelazione, evoluzione, rivoluzione". Come ebbe a dire Thelonious Monk, "andare oltre sarebbe complicato". Chiamatela pure estetica blues.

E sugli scaffali torna il Popolo del Blues (Alberto Campo, "la Repubblica, supplemento Musica", 6 maggio 1999)

Da tempo introvabile nell'edizione originale stampata da Einaudi più di trentanni or sono, torna a essere infine reperibile il fondamentale saggio sulla musica afroamericana scritto da Amiri Baraka - all'epoca ancora LeRoi Jones - nel 1963. Presentato in una nuova traduzione e introdotto da una prefazione appositamente redatta dall'autore, il popolo del blues vale come testo di riferimento per chiunque intenda studiare non solo l'argomento specifico ma - più in generale - le vicende musicali del secolo. Accurato nell'impianto storico, che dalle radici africane della "black culture" risale sino all'era del free jazz attraversando l'epopea dello schiavismo e dell'emancipazione dallo stesso, il testo analizza il blues e ciò che da esso è derivato nell'unico modo possibile: eludendo cioè le secche della filologia ed esaminandone viceversa la storia sociale. "Il blues è prima di tutto un sentimento, una conoscenza sensoriale, un'entità non una teoria, in cui il sentimento è la forma e viceversa", chiarisce Baraka nella prefazione. E a garanzia dell'autenticità dell'indagine c'è la biografia personale di chi l'ha condotta: poeta "beat" al fianco di Allen Ginsberg e poi anche scrittore, ma soprattutto fiero militante nel Black Liberation Movement. Una leggenda vivente, o appena poco meno.

Il popolo del blues (Guido Festinese, "World Music", ottobre 1999)

Finalmente torna disponibile in Italia un testo davvero classico per affrontare il complesso scenario delle musiche afroamericane. Blues People apparve nel 1963, in un momento rovente per la storia sociale, politica e culturale della gente dei ghetti: divampava la rivolta contro il razzismo, le avanguardie del jazz di Shepp, Coltrane, Sun Ra, Coleman e quant'altri vogliate ricordare davano contenuto ad un grido di ribellione non più contenibile nelle forme dello swing e del rhythm and blues assorbite dal business dei bianchi e rivendute anche ai neri. Molti testi importanti hanno fatto seguito a Blues People, ma questa opera resta centrale per aver abbozzato una sostanziosa analisi materialistica delle forme del cambiamento che hanno portato la gente del jazz alla coscienza. Il concetto cardine è che il blues è la prima musica secolarizzata degli africani non più schiavi, la prima estetica di cittadini neri sfruttati (e coscienti di esserlo) che riesca a mantenere un fitto panneggio di riferimenti alle radici africane, alla visione animistica del mondo, alla dialettica vivificante delle forme sottesa a tutte le note dall'Africa. Ma le radici africane non sono tutto: la storia delle migrazioni nere, dell'inurbamento per necessità è storia anche di un'altra musica, di un altro blues retroterra fondamentale per gli sviluppi boppistici e free. Il testo italiano è arricchito da una nuova prefazione scritta appositamente dall'autore, ancora una volta centrata sulla differenza "antropologica" tra il pensiero musicale nero e quello della civiltà occidentale. In attesa che qualcuno si decida a tradurre anche il testo di Baraka su John Coltrane - rammentiamo che egli è tuttora ben attivo nella produzione poetica, saggistica e drammaturgica: l'indifferenza editoriale per uno dei più grandi e scomodi intellettuali neri ci spiega quanta strada sia ancora da percorrere.

 

Blues un'anima politica (Laura Reggiani, "Amica", 21 maggio 1999)

Ci sono libri che esulano dall'anno in cui vengono pubblicati e che per i connotati politici, sociali e culturali che li hanno ispirati restano, senza decadenze, nel tempo. È il caso di Blues People, manifesto letterario-musicale pubblicato negli Stati Uniti nel 1963, scritto da LeRoi Jones, alias Amiri Baraka, mente tra le più vivaci e provocatorie di quel periodo. Poeta, scrittore, letterato, insegnante, antropologo, ma anche coraggioso attivista politico, LeRoi Jones nasce a Newark il 7 ottobre 1934. Si fa presto conoscere per un libro di poesie, Preface to a Twenty-Volume Suicide Note e per due lavori drammatici, The Baptism e The Toilet. Dopo aver vissuto alcuni impetuosi anni al fianco di Allen Ginsberg e degli intellettuali della beat area, e aver fondato il Teatro dei Neri ad Harlem nel 1968, cambiato il suo nome in Amiri Baraka, torna a Newark per promuovere la Black Community Development and Defense Organization, organismo di difesa dei diritti degli afroamericani e dello sviluppo della cultura musulmana. Divenuto un classico (tra l'altro fu il primo, approfondito saggio sul blues realizzato da un nero), dopo essere stato a lungo fuori catalogo, Blues People viene ora ripubblicato in una nuova edizione italiana da una audace casa editrice, la Shake Edizioni Underground con il titolo di Il popolo del blues - Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz. "Il blues è una forma profana afroamericana, rurale urbana. Ritengo che il peso di questa musica, per lo schiavo e per l'individuo del tutto privo di diritti, differisca radicalmente dal peso che assume nella psiche della maggior parte dei neri americani contemporanei. Quindi, l'estetica del blues non ha solo valore storico ma anche sociale. E deve riguardare il come e il cosa sia l'esistenza nera e il modo in cui si riflette su se stessa". Le parole di Amiri Baraka sottolineano lo spirito di ricerca e di rivoluzione delle teorie estreme portate avanti dallo scrittore in tutta la sua vita di intellettuale e di militante. Ovvero, il blues non affonda le sue radici solo nei lamenti degli antenati africani incatenati ma, come l'evoluzione della razza, si evolve a seconda di quello che lo circonda. "Mutando i suoi connotati in ogni determinato tempo e realtà collettiva". Entrato a pieno titolo nella storia sociale americana, il blues, sporco di quell'istinto emotivo degli inizi, si è poi trasformato in nuove formule, dal jazz al bebop al free. Espressione non solo artistica dei mutamenti della realtà sociale, si è evoluto variamente. Dovendo da un lato sfuggire ai tranelli di quella classe nera imborghesita che, ritagliatasi qualche potere, voleva ripulire il suo status; dall'altra, prendendo le distanze dai bianchi e dalla loro onnivora cultura pigliatutto che, volendosi impadronire del ritmo e dei migliori talenti musicali del tempo, avrebbe potuto spazzar via le identità dei nuovi neri d'America e le loro radici. Ma il soul dell'anima ha resistito. Anche perché, come dice Baraka nel suo libro, "il blues è, prima di tutto, un sentimento, una conoscenza sensoriale, un'entità, un'emozione, non una teoria". Di più, certo, e di diverso.

Il popolo del Blues (Marcello Lorrai, "Nigrizia", febbraio 2000)

Che alla disamina della vicenda del jazz si presti un approccio di tipo sociologico parrebbe oggi quanto mai ovvio. Non lo era affatto nel '63, quando questo libro uscì oltreoceano, e continuava ad essere una novità quando nel '68 il libro fu pubblicato in edizione italiana da Einaudi. Testo epocale, Il popolo del blues fu anche (che si sia dovuto aspettare il '63 ci ricorda qualcosa sui rapporti razziali nella società statunitense) il primo libro di storia di una musica eminentemente neroamericana scritto da un nero, il saggista, commediografo, poeta e agitatore LeRoi Jones (che più tardi avrebbe preferito il nome di Amiri Baraka). Ancorando fortemente il jazz alla sua radice africana, LeRoi Jones individua nel blues inteso come incarnazione di una sostanza di vita reale del popolo neroamericano, fatta di socialità, di lotta e di tensione al cambiamento - la base di un'estetica nera e la chiave di lettura decisiva della storia del jazz. Seguendo il "popolo del blues" dalle catene della deportazione fino ai furori del free jazz anni sessanta, LeRoi Jones offre un saggio di sociologia del jazz che però costituisce anche un'eccellente prova di sociologia dell'esperienza neroamericana vista attraverso lo specchio del jazz (dunque estremamente consigliabile anche a chi non fosse interessato allo specifico di questa arte). Se alcuni giudizi di valore su determinati momenti del jazz possono oggi apparire superati, rimane però valida l'impostazione di fondo: la valorizzazione della matrice africana e il rifiuto della riduzione del jazz a mera successione di episodi stilistici. Da tempo introvabile nell'edizione Einaudi, il libro torna in una nuova (non sempre felicissima) traduzione, corredata da una interessante prefazione scritta da Baraka appositamente per questa riproposta italiana.

 

Il popolo del blues incanta ancora (Francesco Màndica, la Repubblica, supplemento Musica, 4 dicembre 2003)

Poeta, scrittore, saggista, animatore culturale, Amiri Baraka (ovvero LeRoi Jones dopo la conversione all'Islam) con questo testo, finalmente ristampato, ha fissato i canoni per una storia del popolo afroamericano attraverso il blues e il jazz. Dalle Work Songs dei campi di cotone alla diaspora nera causata dal Ku Klux Klan (1866) alla rivoluzione culturale del be bop di Charlie Parker e Thelonious Monk (1939) fino alle avanguardie anni 60. Per Baraka il jazz non ha una sola patria (New Orleans) ma tante a Nord e Sud degli Usa. Un libro-manifesto per l'identità nera.

La mia rivoluzioneafro-comunista (Mauro Zanda, "il manifesto", giovedì 8 aprile 2004)

Parla il poeta Amiri Baraka, di passaggio a Roma per la rassegna "New York is Now!". L'urgenza di rovesciare Bush, le canzoni ancora attuali di Curtis Mayfield, il ritorno dei giovani all'Islam, l'America nera priva di una vera leadership, le contraddizioni interne alla scena hip hop, la mente perversa di chi ha inventato la slam poetry... "Vedo affacciarsi una nuova Harlem Renaissance"

Seduto di fronte ad un buon bicchiere di vino rosso, fisico minuto, scoppola e fazzoletto al collo, Amiri Baraka ricorda con piacere i suoi numerosi passaggi romani ai tempi in cui l'amico Renato Nicolini animava l'estate romana. Stavolta le direttrici della vita e dell'arte lo riportano nella città eterna per un concerto speciale in cui - voce e poesia - si ritrova ad accompagnare la nuova scena del jazz radicale newyorkese in una stimolante rilettura delle canzoni di Curtis Mayfield.
Poeta, saggista, scrittore, critico musicale e drammaturgo, Baraka deve la sua fama internazionale soprattutto a un testo, Blues People (ristampato in Italia da Shake), considerato alla stregua di bibbia della cultura popolare afro-americana. Un libro pubblicato originariamente nel 1963 che, a quarant'anni di distanza, possiede ancora intatta la portata innovativa della sua prospettiva critica, con una prima parte fortemente caratterizzata da un approccio antropologico e una visione d'insieme che oggi non faticheremmo ad accostare a quella anti-anti-essenzialista proposta di recente da Paul Gilroy in The Black Atlantic.
Personalità febbrile e poliedrica, Amiri Baraka (all'anagrafe LeRoi Jones) nasce come poeta beat negli anni '50 al fianco di Allen Ginsberg, ma ben presto avrebbe rivisto le sue posizioni artistiche in senso più militante: "Non ero che un bohémien di colore, e non potevo più esprimermi in quel modo. Sarei divenuto forte abbastanza da dire ciò che c'era da dire per tutti noi: per i neri certo, ma anche per tutti coloro che cercavano giustizia". Fu così che a metà degli anni '60 abbraccia il nazionalismo nero e partecipa attivamente alla rivolta di Newark per la quale nel 1968 verrà condannato al carcere con l'accusa di trasporto d'armi. A partire dal 1975 rivedrà anche le sue posizioni separatiste, sposando con fervore la dottrina marxista e restando fino ad oggi - per sua stessa definizione - un irriducibile afro-comunista.

Perché proprio le canzoni di Curtis Mayfield?
L'idea è stata del bassista William Parker, ma ho partecipato volentieri. Il suo messaggio è ancora attuale e tutt'altro che concluso. Canzoni come People Get Ready, Keep On Pushing, We The People Who Are Darker Than Blue riflettono perfettamente la stagione del movimento per i diritti civili. Quella rivoluzione culturale va portata a termine oggi come allora, bisogna rovesciare personaggi dell'ultradestra come Bush o Berlusconi in favore di una politica di stampo socialista.

Come ha reagito la comunità afro-americana di fronte alla nuova crociata anti-Islam portata avanti dopo l'11 settembre dall'amministrazione Bush?
La comunità nella sua stragrande maggioranza è contraria. Non ho mai visto come negli ultimi due anni un ritorno ai costumi dell'Islam da parte dei neri. Anche i ragazzi hanno avuto questo tipo di reazione; molti di loro adesso sfoggiano dei copricapo mussulmani che, anche fosse solamente una moda, è comunque sintomatico di un clima ben preciso.

Un paio d'anni fa il cantante Harry Belafonte ha bollato Colin Powell come un moderno schiavo domestico. Eppure quelle dichiarazioni sollevarono un vespaio di polemiche anche tra gli intellettuali neri. Qual è la sua posizione?
Non credo si possa definire Colin Powell uno Zio Tom, semplicemente perché è parte integrante di quella stessa classe di potere. Un membro espresso direttamente dalla nuova casta imperiale degli Stati Uniti d'America che, se è un servo, lo è nella misura in cui parte della borghesia serve un'altra parte della borghesia. Lui e Condoleeza Rice rappresentano un trick per le élite afro-americane, sono figure meramente rappresentative, facce nere messe lì in bella vista per legittimare lo status democratico e multirazziale di un gotha che possiede invece radici profondamente razziste e fondamentaliste. Prendi la storia dell'Affirmative action (corsie preferenziali atte a garantire pari opportunità d'accesso allo studio per le minoranze etniche, ndr): è stato tutto un gioco delle parti, con Bush apertamente contrario, in linea con la componente più reazionaria del Partito repubblicano e Rice che invece si è schierata a favore, così da tenere buona la borghesia nera. Stanno privatizzando tutto, ora si sono concentrati sulla spesa sociale, una cosa da abbattere definitivamente e poter poi reinvestire gli utili in borsa.

Un altro intellettuale afro-americano di spicco, Cornell West, sostiene che mai come in questi anni l'America nera viva un profondo vuoto culturale in termini di leadership.
Sì, sono d'accordo. I leader attuali sono dei falsi leader, più preoccupati a dare delle risposte al ceto medio nero che non ai poveri e ai diseredati. Ci sono un'infinità di problemi che ancora oggi in Usa affliggono la nazione dalla pelle scura, e sai qual è la linea di questi sedicenti leader? Che il problema principale risiede nell'attitudine sbagliata degli stessi neri. Una vera follia.

La parola ha sempre rappresentato un elemento cardine nella complessa cosmogonia afro-americana. Da qualche anno si è affacciato un nuovo stile di poesia improvvisata, lo slam. Che idea s'è fatto al riguardo?
Per me la slam poetry non ha alcun valore artistico. Tentare di introdurre il capitalismo nella poesia attraverso questa cultura del chi vince e chi perde è qualcosa che poteva nascere solo dalla mente perversa di alcuni bianchi di Chicago. D'altro canto esistono un sacco di nuovi incredibili talenti in giro, vedo una nuova Harlem Renaissance che si affaccia, poeti come Sekou Sundiata o mio figlio Ras, che ha fatto cose straordinarie assieme a Lauryn Hill.

L'hip hop è ancora la forma espressiva più importante per capire le molteplici contraddizioni in seno all'America nera?

Senza dubbio, anche se tutto è vincolato dal grande mercato. Oggi i neri controllano solo apparentemente le proprie edizioni musicali; a ben guardare è sempre tutto in mano ai grandi gruppi economici e se la tua proposta non è funzionale al sistema sei automaticamente tagliato fuori dalla grande distribuzione. Ti faccio una domanda: nell'ultimo decennio le figure predominanti uscite dall'universo hip hop sono state 2-Pac e Notorious Big, entrambi morti. Chi controlla oggi i loro diritti discografici?

Quando il jazz resiste (Luigi Onori)

All'Auditorium, tra poesia e ritmi african-american Il popolo del blues Improvvisazione, performance e parole fulminanti: da Baraka a Parker fino a Brown: in sala, il trionfo degli artisti neri

Gli applausi non si spengono nella sala settecento dell'Auditorium. Le Inside Songs of Curtis Mayfield di William Parker e Amiri Baraka hanno toccato il cuore e la mente di pubblico e musicisti; quest'ultimi escono tutti insieme sul palcoscenico in un abbraccio corale, ricambiando gli scroscianti battimani.
L'ultima serata della rassegna "New York Is Now!" (4-6 aprile, organizzata da Radiotre e Musica per Roma) si chiude suggellando il successo - artistico e di presenze - della manifestazione. È un importante risultato per le strutture coinvolte e per la direzione artistica (Pino Saulo e Flavio Severini), la dimostrazione che un festival di qualità (ottimo anche il catalogo, curato tra gli altri da Letizia Renzini ed Antonia Tessitore) e di tendenza possa avere un seguito consistente e significativo dal vivo e in radio. Il jazz che ha la sua spina dorsale african-american e si nutre della tensione/tendenza alla ricerca ha in tre giorni fatto ascoltare musiche diverse nel livello e nella poetica, ha mostrato coerenza e porosità, un legame profondo con il passato e la capacità di essere attuale, la propria vocazione libertaria ed egualitaria. "New York Is Now!" ha dato una sostanziosa lezione a quanti ritengono il jazz esaurito nella sua parabola artistica o lo riducono ad estenuato quanto patinato glamour: Parker e compagni pongono al centro la complessità e l'articolazione della musica nera, il suo impatto su tutta la cultura americana (ed europea, per non dire mondiale), il suo essere alternativa e oppositiva, il suo esistere come progetto ma soprattutto come arte performativa e collettiva. Lo ha affermato, del resto, Amiri Baraka nel corso di una seguita conferenza stampa in cui si è parlato non solo de Il popolo del blues, riedito da Shake che ha una splendida collana (Black Prometeus) in cui ha visto la luce anche il seminale Mumbo Jumbo di Ishmael Reed. Baraka - stanco ma lucido e tagliente - non ha tracciato un confine netto tra scrittura ed oralità/improvvisazione ma ha sottolineato l'importanza della performance, della pratica più che della teoria. Invitato a recitare i suoi versi, ha sfoderato un paio di fulminanti low ku (gioco di parole in contrapposizione agli orientali e filosofici haiku): "Se Elvis Presley è il re/ Chi è James Brown? / Dio?". Lo scrittore ed artista nero ha irriso al 2003 anno del blues ("I neri non lo hanno saputo..."), musica che ha definito resistenziale, parlato di politica schierandosi contro Bush e Berlusconi, sottolineato come la discriminazione razziale sia tutt'altro che finita negli Usa e altrove. Alle parole ha dato corposa sostanza nel concerto.
Il 6 sera tre recital, in diretta radiofonica su RadioTre, come nei precedenti appuntamenti, hanno offerto un approccio multiplo alla materia sonora. Ha iniziato in piano solo Dave Burrell, musicista 64enne attivissimo, collaboratore storico di Archie Shepp, che ha vissuto ad Harlem, Cleveland e nelle isole Hawaii. Nel primo lungo brano ha fuso due sue composizioni (Revelations e un pezzo dedicato a Jimmy Garrison) alternando un legnoso puntillismo a passaggi più distesi; ha poi eseguito uno standard giustapponendo un approccio accordale alla destrutturazione del tema; ha chiuso con un brano eseguito in stile stride straniato, tra Monk e Mal Waldron.
Dieci minuti scarsi di stacco per far posto alle tessiture timbrico-elettronico-ritmiche dei Beat Kids, guidati dal batterista Guillermo E. Brown (membro, tra l'altro, del quartetto di David S.Ware). È sua la personalità più spiccata mentre acerbi sembrano Latasha Natasha Diggs (voce ed elettronica), Yosuke Yamamoto (vibrafono, flauto, elettronica) e Keith Witt (contrabbasso). Lavorano alla creazione di atmosfere elettroacustiche che hanno il jazz come riferimento lato, sulla manipolazione/stratificazione: suoni, voci, ritmi si combinano in pannelli colorati ma manca lo scarto vincente, nonostante le intuizioni di Brown.
Musica embrionale, che cerca e si confronta con i suoni d'uso e di riciclo dell'oggi. In trent'anni di carriera William Parker ha sempre costruito progetti basati sulla propria musica ma dal 1998 ha cominciato ad elaborare un omaggio a Curtis Mayfield che non ne fosse la celebrazione retorica quanto mettesse in luce il suo essere "un profeta, un predicatore, un rivoluzionario, un umanista ed un griot". Parker ha ripreso alcuni brani (People Get Ready, We People Who Are Darker Than Blue, il tema del film Superfly...), li ha arrangiati per un gruppo formidabilmente interno alla musica nera con i fiati di Lewis Barnes, Sabir Mateen e Darryl Foster, il piano di Burrell e la batteria di Hamid Drake più il proprio contrabbasso. Ha, poi, coinvolto Amiri Baraka, contemporaneo di Mayfield, ed egli ha creato nuovi testi, mettendo in luce ciò che è inside (interno, non detto ma presente) alle canzoni del musicista di Chicago; la bella voce di Lena Conquest ha cantato liriche e poesie. La spiritualità e la coscienza politica di Mayfield sono, così, rivissuti nel vortice di improvvisazioni free, nei versi di Baraka, nel r&b sanguigno, in una musica densa e pastosa.
Al confronto la seconda serata (5 aprile) è apparsa la più astratta e cerebrale delle tre: il trio del pianista Craig Taborn (con Drew Gress e Gerald Cleaver) si è alternato tra rarefazione e reiterazione della materia sonora mentre il libero duo tra il sax alto Rob Brown e la batteria di Cleaver ha esaltato soprattuto il primo, ottimo discepolo di Anthony Braxton e Roscoe Mitchell. Il quartetto Nu Bop del pianista Matthew Shipp ha avuto nel pirotecnico polistrumentisca Daniel Carter un elemento destabilizzante che ha terremotato le trame a volte ridondanti del gruppo con Parker e Brown. Che il jazz sia morto è davvero un luogo comune.

La resistenza di Baraka all'ignoranza. Intervista al poeta intellettuale afroamericano: dal blues al beat all'antagonismo a Bush (Francesca De Sanctis, "l'Unità", 8 aprile 2004)

Chissà perché quando pensiamo a una persona che ha alle spalle una vita piena di "battaglie", di libri, di note musicali... immaginiamo sempre un uomo grande e grosso. E invece, Amiri Baraka, che di lotte ne sa qualcosa, è minuto, magrolino. Ma i suoi occhi incavati nel viso settantenne sono vispi e intelligenti. L'albergo che lo ospita a Roma, lo ha registrato con il suo nome originario, LeRoi Jones. Ma i suoi saggi e le sue poesie sono firmate Amiri Baraka, anche Il popolo del blues, un classico per eccellenza sulla musica afroamericana, scritto a metà degli anni sessanta, pubblicato da Einaudi e poi, per lungo tempo, introvabile in Italia. Ora viene riproposto nella collana Blackprometheus dalla Shake Edizioni con una nuova prefazione. Il popolo del blues è stato presentato l'altra sera alla NoteBook, libreria dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, dove il poeta e attivista politico ha affiancato il jazzista William Parker in una performance dal titolo The inside Song of Curtis Mayfield, interpretazioni poetiche "dal di dentro" che grazie alla voce di uno dei più grandi esponenti della cultura afroamericana regalano nuove visioni e conferiscono nuove densità ai testi di Mayfield.
"Il popolo del blues racconta la teoria dello sviluppo della musica blues, dal punto di vista sociale, politico, economico - ricorda Amiri. Oggi c'è un ritorno agli anni '50-'60 e quindi la necessità di raccontare di nuovo la storia della musica nera". E Baraka la racconta con passione, spiegando l'intreccio che c'è tra il blues, il jazz e la vicenda dei neri, dallo schiavismo alle lotte per l'emancipazione fino ai diritti civili. "Il blues è sempre stato l'espressione della cultura nera intrecciata alla cultura occidentale, che inevitabilmente l'ha modificato", dice Baraka, che ha utilizzato tutti i mezzi di cui disponeva - dalla scrittura all'impegno politico - per gridare al mondo che non devono esserci differenze tra le razze.

Baraka, nel 1965 lei ha fondato "The Black Arts Reportory Theatre School" perché credeva nel teatro come arma nella lotta per la liberazione della sua gente. Secondo lei il teatro può ancora svolgere questa funzione?

Certo, può ancora farlo. Purtroppo la borghesia controlla il mondo attraverso i video, la televisione, la radio, i libri, la scuola, che sono tutte forme di teatro, attraverso le quali il mondo cambia secondo la volontà della borghesia. Tuttora, quindi, siamo controllati, per questo dobbiamo lottare.

Questo significa che uno scrittore non è sempre libero?
Si può essere liberi in una cosa e non in un'altra. La borghesia ti fa credere in quello che vuole...

Dunque, come può un poeta, un artista, un intellettuale andare contro questo sistema?
Deve gridare forte quello che vuole dire. Negli Stati Uniti il candidato democratico rivale di Bush ha creato una stazione radio alternativa, ma anche quella è borghesia. C'è una borghesia di destra e una borghesia di sinistra. Abbiamo bisogno di una nuova sinistra, antiborghese e antimperialista. Negli anni passati venivo spesso a Roma. Quando la sinistra era al potere in Italia era molto meglio per tutti. Ora c'è Berlusconi che è amico di Bush! Guardiamo l'Iraq, il Nicaragua, la Spagna... il mondo sta retrocedendo: ci sono iracheni morti, americani morti, spagnoli morti. Ma qual è lo scopo di tutto questo?

Il suo impegno politico si è sempre intrecciato con l'attività culturale, tra l'altro ricchissima. Per esempio, negli anni settanta ha fondato la Totem press, la prima casa editrice ad aver pubblicato Jack Kerouac, Allen Ginsberg e gli altri scrittori della Beat generation. Come è avvenuto l'incontro con loro?
Quando ero nell'Aviazione militare americana, dal l954 al 1957, iniziai ad interessarmi alla letteratura... Poi ho cominciato a frequentare il Greenwich Village e così ho conosciuto Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Edward Dorn, Charles Olsono. Kerouac era una figura creata dai media: si spostato sempre più a destra con le sue idee, e poi gli piaceva andare in giro e bere molto vino. Era molto divertente, ma non aveva le idee chiare, non aveva una profonda comprensione del mondo. Al contrario, Ginsberg era un intellettuale che sapeva quello che voleva, conosceva tutta la poesia occidentale. E stato molto importante per me l'incontro con lui.

Sempre negli anni sessanta è iniziata anche la sua lotta contro i bianchi. Poi però è passato dal nazionalismo nero al marxismo, nel 1974. Come è avvenuto questo passaggio?

Ho lasciato il mio paese, Newark (New Jersey), per andare ad Harlem e poi sono tornato di nuovo nel New Jersey per organizzare la gente e aiutarla a vincere le elezioni. Nel 1970 fu eletto il primo sindaco di colore di Newark, Ken Gibson. Da allora ho cominciato a capire che esistono le classi e lotte sociali: da semplice nazionalista nero pensavo che bastasse mettere i bianchi insieme ai neri e non ci sarebbe stato nessun problema. Ma non era così esistono le classi. Ed io facevo parte parte di una classe piccolo-borghese. Ho cambiato le mie idee perché bisognava combattere per superare queste differenze di classe...

Cosa è cambiato rispetto ad allora?
Le cose sono tornate indietro anziché andare avanti. Bisogna resistere e continuare a lottare.

Cosa lascerà alle generazioni future?
Tutti i miei lavori, la mia poesia, i miei saggi, tutto ciò che ho scritto, le idee che ho esposto nei miei libri: si può solo fare ciò che uno vuole fare, ma è difficile superare l'ignoranza, ci vorrà del tempo.

Amiri Baraka, al secolo LeRoi Jones - poeta, autore di teatro, attivista politico - è uno degli artisti americani più influenti ai nostri giorni. È nato a Newark, nel New Jersey, nel 1934. Si è laureato alla Howard University nel 1953, in letteratura anglosassone. Nel 1961 ha pubblicato il suo capolavoro poetico, Preface to a Twenty Volume Suicide Note. Ha fondato la casa editrice Totem press, la prima a pubblicare i lavori di Allen Ginsberg, Jack Kerouac e gli altri beat. Con loro ha vissuto la straordinaria e prolifica stagione del '68 e la parabola dei settanta (venne anche in Italia, al festival poetico di Castelporziano, dove fu uno dei pochi a essere applaudito). Fondatore del Black Arts Reportory Theatre di Harlem, si è impegnato in quasi tutte le lotte libertarie negli States, prendendo soprattutto parte all'organizzazione dei diritti degli abitanti di colore. I suoi titoli più celebrati sono The Autobiography of LeRoi Jones, Dutchman and the Slave, Black Music and Blues People. Autore di una poesia che, nell'atto vocale, ha il suo effetto più sconvolgente, Baraka ha saputo anticipare le tendenze rap e hip-hop che, al giorno d'oggi, stanno influenzando la letteratura americana in maniera determinante.

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