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Taz (recensioni)

Pirati dell'utopia, Benedetto Vecchi, "il manifesto", 17 luglio 1993

Prendere un frammento di storia, collegarlo ad un altro e cercare il filo rosso che li lega con una intenzionalità fortemente "politica". E' quello che stanno facendo la rivista Decoder e la cooperativa Shake, nate nell'esperienza del centro sociale Conchetta di Milano, nella loro recente attività editoriale. Un primo appuntamento nella ricostruzione di un pensiero radicale sul presente è stato con una raccolta di scritti di Malcolm X corredata da una aggiornata bibliografia sul leader nero (Con ogni mezzo necessario). Quel ragazzo rosso di Harlem accentua, documentandola, l'interpretazione dell'opera di Malcolm X come un tentativo organico di elaborare una politica convincente per i neri d'America, che sfuggisse alla tenaglia tra il riformismo disarmato dei diritti civili e la scelta della avanguardie armate. Era il separatismo nero, che prevedeva l'esodo dalla società del potere bianco, perseguibile con ogni mezzo necessario. Un'estensione arbitraria dell'esodo ai movimenti sociali nelle metropoli capitaliste porta a dire: nessuna presa del palazzo d'inverno, bensì defezionare dalle norme che reggono la società. Una zona libera
Ora, dopo Malcolm X, è la volta di un testo difficile, da prendere in mano per leggerlo più volte, diffidando delle prime sensazioni di smarrimento. Il volume - Taz. Zone temporaneamente autonome - ha un titolo che suona come un invito ad entrare in una "zona temporaneamente autonoma". L'esodo dalla società capitalista è possibile, anzi c'è un filo rosso che lega esperienze tra loro diverse, dalla Tortuga dei pirati nel XVI secolo ad alcune sette del protestantesimo radicale che lo conferma. Tutte queste esperienze sono inoltre accumunate da una caratteristica: la costituzione di comunità separate che rifiutano, di volta in volta, lo status quo, evitando, per quanto è possibile, lo scontro diretto con il potere. Nell'introduzione è scritto che una zona temporaneamente autonoma è "un luogo liberato, dove la verticalità del potere viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti". Ma anche questa definizione è imprecisa e sminuisce la radicale alterità delle "zone temporaneamente autonome", perché esse sono esperienze in grado di sparire se la pressione repressiva diviene troppo forte, per riformarsi in un altro posto e in epoche differenti, cambiando nome e identità.
Un preambolo è però necessario: la cooperativa Shake e la rivista Decoder nascono all'interno di un centro sociale, quello di Conchetta di Milano, ed è formata da uomini e donne che hanno dato linfa vitale al cyberpunk italiano. Sono loro che in Italia hanno trasformato in movimento politico-culturale le idee di William Gibson e Bruce Sterling, ancorandole alle esperienze degli hacker e dei giovani dei centri sociali. Punto di partenza obbligato è stata la convinzione che la pervasività della tecnologia mutasse radicalmente la scena sociale e il modo stesso di percepire la realtà, Il cyberspazio, per loro, non è una astrazione, né un fenomeno di moda, bensì il modo in cui si è scandita la vita sociale nelle società moderne. Il medium sociale di tutto ciò è la "rete", cioè la connessione dei computer che si scambiano informazioni economiche, politiche, militari e quant'altro. Ma è in questa "rete" - che non coincide solo con la tecnologia informatica - che maturano comportamenti sovversivi dell'ordine sociale. Sempre nell'introduzione è scritto che l'autore di questo volume, il maestro sufi Hakim Bey, riesce a "considerare 'dall'alto' la storia dei movimenti come un unicum, al di là delle diverse generazioni che l'hanno costruita", sia che si tratti di "pirati seicenteschi, di anarchici nihilisti e stirneriani, di hippy, di punk, di break-dancer e di cyberpunk".
È di ogni movimento la ricerca delle sue radici nella Storia, ma in questo caso l'intenzione non è ricercare gli antenati del fenomeno cyberpunk nei pirati o nel messianesimo delle chiese riformate. Hakim Bey, e con lui i curatori del volume, vogliono offrire un approdo teorico, e quindi politico, ai movimenti sociali che percorrono le società del dopo Muro.
Comunità, rete e sollevazione sono le tre parole su cui ruota tutto il libro. Per Hakim Bey, le comunità di cui parla sono comunità intenzionali, sia che si parli degli alcolisti anonimi che dei gruppi di intervento sull'Aids come Act Up. Niente a vedere quindi con gli orridi minimi comun denominatori dati dal sangue, dal linguaggio e dalla religione. Nel passato le "zone temporaneamente autonome" potevano occupare una zona di territorio sconosciuta o ai margini del mondo colonizzato. Oggi, non ci sono continenti sconosciuti o isole non segnalate nelle mappe. Ma più la precisione cartografica si avvicina a rappresentare dettagliatamente il territorio, più sono numerosi gli ambiti sociali che sfuggono al controllo. La molla che spinge a costituire "comunità intenzionali" è, secondo Bey, sempre la stessa: "andare a Croatan", come accadde a Roanoke, uno dei primi insediamenti negli Stati uniti, quando i suoi abitanti preferirono migrare nei territori inesplorati d'America per sfuggire allo status di servi dell'Inghilterra. In altri termini, abbandonare il terreno in cui l'oppressione è massima e sfuggire alla rete del controllo.
Le "zone temporaneamente autonome" possono essere molte e un collegamento tra loro è auspicabile. Ma il modello della rete non convince il maestro sufi, preferendogli la metafora della tela: "dobbiamo considerare - scrive Bey - la tela primariamente come un supporto, capace di portare informazioni da una Taz all'altra, di difendere la Taz rendendola invisibile o dandole denti, a seconda di cosa la situazione richieda". Il modello politico che viene proposto è quindi composto da "isole" autonome, che sviluppano il loro ordine del discorso, mantenendo contatti con le altre Taz.
Infine la terza parola magica di Bey: sollevazione. Termine interscambiale con insurrezione o sommossa, ma migliore di rivoluzione. Non perché la rivoluzione sia disprezzabile, sostiene Bey, ma perché, storicamente, le rivoluzioni hanno mangiato i loro figli, diventando esperienze indifendibili. In questa parte del volume irrompe la cultura anarchica stirneriana, che non ha mai creduto nella costruzione di stati operai o di dittature del proletariato. E' meglio quindi l'esperienza della Comune di Parigi o dei soviet tedeschi nel 1919 o la Barcellona del '36.
Difficile recezione
Fin qui il volume, sebbene ci sia una parte degli scritti molto interni alla discussione del movimento underground americano che rendono difficile la sua recezione. Ma il pregio di Taz è appunto l'essere un libro fortemente politico, quasi un manifesto per il movimento cyberpunk. Non è certo il caso di discutere sulla genealogia culturale di alcune posizioni - l'anarchismo nihilista o la meditazione trascendentale - quanto di analizzarne l'efficacia politica. Bene, la "strategia della sottrazione" può avvenire in una situazione di forte mutamento sociale o di fronte ad un attacco del nemico. Diversamente, la sottrazione può diventare un espediente monco e sterile se non riesce a "sovvertire" i rapporti sociali da cui una Taz prende le distanze.
La ricerca della flessibilità e efficacia delle forme d'azione politica non può, per esempio, eludere il rapporto con l'amministrazione statale. Uno scoglio, questo, che può essere aggirato se si vuol garantire la stabilità della comunità intenzionale a cui si è dato vita. la comune, ricordata nel volume di Bey, è forse il modo migliore per conseguire questo risultato. Marx però, come epitaffio di alcuni scritti dedicati alla Francia, scrisse che la Rivoluzione può imparare dalla sconfitta. Oggi, si potrebbe introdurre questo volume affermando che una Taz è una Taz, cioè una proposta contingente plasmabile e superabile nel tempo. Certo, non l'unica forma politica all'interno del cyberspazio. In fondo, la transitorietà delle forme politiche è parte della storia dei movimenti sociali. Può essere così anche per le "zone temporaneamente autonome".

T.A.Z. - Zone temporaneamente autonome, Vittore Baroni, "Rumore", settembre 1993

Certi libri sono capaci di cambiarti la vita. Venti e passa anni fa, ad esempio, opere come Do It! di Jerry Rubin o Play Power di Richard Neville, in cui si condensavano i multiformi stimoli di rivolta della controcultura sixties, sono stati punti di riferimento per una frangia internazionale di giovani "non allineati", che non avevano avuto modo di partecipare direttamente agli eventi cruciali del sogno hippie (Rubin si è poi trasformato da agitatore "yippie" in affarista yuppie, ma quella è un'altra faccenda). Nei '60, il collante più usato per tenere insieme le diverse manifestazioni del dissenso pacifista antiautoritario era rappresentato dalla musica rock, i grandi festival all'aperto rispecchiavano la fede in un forte movimento comunitario, in una nuova era di pace-amore-musica nascosta appena dietro l'angolo. Come sappiamo, le cose sono poi andate diversamente, ed oggi la musica ha perso quasi del tutto la credibilità necessaria per svolgere un suo ruolo di "esperanto" delle sottoculture, o meglio si è frazionata in una molteplicità di linguaggi specializzati e di minore impatto sociale. Da qualche tempo però, un nuovo collante delle energie underground ha preso le forme del cosiddetto fenomeno cyberpunk: è la cultura delle reti computerizzate aperte e degli hackers/Robin Hood informatici, dell'informazione in tempo reale alla portata di tutti, della rivalutazione di smart drugs e dell'esplorazione di "realtà virtuali", della prefigurazione in generale di nuove possibilità di resistenza dissidente in una società ipertecnologica.
T.A.Z. è una sorta di equivalente per i '90 dei volumi che ho ricordato in apertura, un manuale che organizza in modo organico molti dei temi e delle problematiche legate alle comunità cyberpunk, ed encomiabile è il lavoro di traduzione ed adattamento svolto dalla Shake (che ha provvisto il libro di un ricco apparato iconografico, assente in origine).
Il personaggio che si cela dietro lo pseudonimo di Hakim Bey, pensatore anarco-situazionista collaboratore assiduo di Semiotext(e) e altre testate sotterranee statunitensi, grande esperto di misticismo e dottrine Sufi, è a differenza di vecchi santoni come Rubin, Leary o Hoffman, sempre pronti a gettarsi a capofitto nella mischia dei media, un tipo schivo e riservato, che vive senza fissa dimora e preferisce non apparire in pubblico. Dei tre gruppi di saggi contenuti nell'opera, quello dedicato alle T.A.Z., ovvero "Zone Temporaneamente Autonome", è di gran lunga il più originale e stimolante, anche se non mancano motivi di interesse nei "Comunicati dell'Associazione per l'Anarchia Ontologica" (manifesti assortiti di guerriglia poetica urbana, fra cui segnalo una lucida e serrata critica "contro la riproduzione di immagini di morte" da parte di settori dell'avanguardia artistico-musicale) e nei vari scritti sulla teoria del Caos (ovvero un visionario elogio del vitalismo primordiale, in cui l'autore mette a frutto le proprie cognizioni esoteriche). Con il concetto di T.A.Z., "un luogo liberato, dove la verticalità del potere viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti", ovvero invisibili e, sfuggenti "isole nella rete" capaci di porsi in essere per poi svanire prima di essere identificate e raggiunte dalle forze del potere, ricostituendosi nuovamente in un diverso punto della mappa planetaria, Bey cerca di individuare un senso unitario nelle sempre più circoscritte occasioni di opposizione radicale, compiendo anche una ampia ricognizione sui più attinenti precedenti storici delle T.A.Z.: dai pirati del settecento a vari esperimenti di comunità utopiche antiche e recenti. Altro concetto chiave del saggio è quello di "nomadismo psichico", l'abbandono di ogni rigidità etnico-nazional-ideologica in favore di una continua ricerca di nuove e più soddisfacenti possibilità di organizzazione umana. Provocatorio e spregiudicato, Bey è tutt'altro che un freddo teorico computer-dipendente, anzi non risparmia dubbi e critiche nei confronti della stessa comunità cyberpunk, così come di altre espressioni controculturali contemporanee. Evitando di proporre ricette e soluzioni, come faceva la sua controparte sixties, lo scrittore preferisce limitarsi a smuovere le acque indicando alcune direzioni possibili del cambiamento, esaltando l'insurrezione continua in luogo di una rivoluzione soggetta ad essere presto istituzionalizzata. In un mondo cinico e disilluso come quello attuale, forse questo volume non cambierà molte esistenze, ma potrà comunque indurre a riflettere sulla necessità di una "intensificazione della vita quotidiana": e se credete che si tratti solo di fumosa teoria, provate a richiedere il bollettino Dreamtime Talkingmail del Dreamtime Village (tre dollari a Rt. 2 Box 242 W, Viola, Wisc 54664 USA), un articolato esempio di "nuova comunità mutante" molto simile alla T.A.Z., operante già da qualche stagione.

T.A.Z., Zone temporaneamente autonome, A.C., "Virtual", dicembre 1993

Hakim Bey è lo pseudonimo di un misterioso personaggio, maestro sufi, "terrorista poetico" e "anarchico ontologico" come lui stesso dice di sé, si che si è fatto conoscere come uno dei protagonisti teorici della controcultura americana degli anni Ottanta. Questa è una raccolta dei suoi scritti più importanti, fra cui spicca quello che dà il titolo al libro. T.A.Z. è l'acronimo di Temporary Autonomous Zone, Zona Temporaneamente Autonoma, e dà un'idea di quale sia la proposta di Hakim Bey per sfuggire all'alternativa fra il morbido totalitarismo dello Stato dello Spettacolo e della Simulazione e i ripetuti fallimenti delle Rivoluzioni. Alla rivoluzione, che non appena viene resa permanente si trasforma in un altro stato, altrettanto oppressivo, Bey contrappone l'insurrezione, la sollevazione, momento magico che libera energie di festa e non di distruzione, e che non pretende di durare, ma di creare le condizioni per una ritirata in quegli "interstizi frattali" che la Storia ufficiale lascia sempre dietro di sé. Bey parla di "nomadismo psichico", di "bande" contrapposte alla famiglia, di "isole nella rete" (che è il titolo di un romanzo di Bruce Sterling), e traccia una storia convincente di tutte quelle comunità clandestine e parallele che nell'età moderna hanno praticato esperienze di vita su basi diverse da quelle convenzionali, dalle società di pirati del XVIII secolo alle attuali comunità telematiche. Discute il posto che può avere il computer in uno scenario del genere, utilizza i concetti delle teorie scientifiche del caos per riuscire a superare la falsa contrapposizione Tecnica/Anti-tecnica. È una lettura affascinante e stimolante (nonostante certe pesantezze della traduzione). Indispensabile per capire la ricchezza delle teorie e delle pratiche che fioriscono oggi attorno all'esperienza del cyberpunk.

"Taz", Robertino, "Un", 29 maggio 1994

TAZ è, innanzitutto, un libro dalla simpatica copertina psichedelica e pieno di belle illustrazioni pubblicato da ShaKe edizioni underground (quelle di Decoder) e scritto da tal Hakim Bey di cui poco si sa, salvo che è un maestro Sufi (e di non di surf, ahinoi) che ha fatto il poeta in India da cui è stato espulso per motivi politici, che attualmente vive errabondo tra un albergo della Chinatown di New York e una roulotte in una palude del New Jersey e che ha pubblicato un bel po' di cosette negli ultimi quindici anni sulle meglio rivisie libertarie e di controcultura del Nord America.

TAZ è, poi, l'acronimo di "Temporary Autonomous Zones", le "zone autonome temporanee" che costituiscono - direbbe un recensore serio - l'oggetto del libro. Dalle "utopie pirate" del XVI secolo ai puritani giunti in America e scomparsi poi in una misteriosa tribù pellerossa, da Kronstadt e Barcellona ai moderni sogni delle controculture giovanili e alla repubblica dannunziana di Fiume, Hakim Bey ha una buona memoria e si scorda ben poco.

È un libro di storie, ma non di Storia, alieno da ogni prurito passatista, che lega tra loro esperienze lontane nelle epoche e nella geografia, come "isole nella rete", spazi di liberazione reale, anche se temporanea, precaria, destinata a finire nello spazio di un'insurrezione o, magari, di un raduno. Memore del vecchio motto dell'IWW "il seme della nuova società prende formaall'interno del guscio della vecchia", ma senza nessuna ortodossia da difendere, il nostro non attribuisce alle zone autonome il valore di un esperimento, ma ci scopre tutto il gusto della libertà "qui ed ora".

TAZ è, dunque, un gigantesco festival - se fosse un romanzo si potrebbe dire che è la storia di un incontro spesso sognato e mai visto. "If kids are united...", come cantavano gli Shame69: oltre tutti i limiti spaziotemporali sir Richard Burton a braccetto di Emma Goldman, Rabelals al caffè con Jack Kerouac e Raoul Vaneigem, eppoi rivoluzionari, ribelli, capelloni, elegantoni, selvaggi, raffinati, sperimentatori di vite e di mondi possibili, tutti insieme spericolatamente, con le iperbole dei surrealisti che finiscono sui graffiti della metro e la durezza degli slogan rivoluzionari che si confonde alla serenità dei detti mistici.

E se fosse un romanzo, bisognerebbe anche dire che è scritto da dio, che fulmina i nostri pensieri con la stessa forza di certe cavalcate punk di qualche tempo (quelle robe toste tipo "Johnny Was" degli Stiff Little Fingers, per intenderci).

TAZ, pero, non e un romanzo. Lo si potrebbe chiamare "un saggio", se non fosse che non è mai pacato, che non cerca nessuna rispettabilità e che e diviso in tre parti (il cui ordine nell'edizione italina è invertito rispetto a quello originale), "TAZ: zone temporaneamente autonome", "Comunicati dell'associazione per l'anarchismo ontologico" e "Caos", che non hanno nessuna apparente connessione logica tra di loro (e spesso anche tra un paragrafo e quello successivo), ma che seguono lo stesso filo nero della "rivolta della vita quotidiana", invitando alla fuga definitiva da "un mondo senza rischio e senza eros". "Siete già i monarchi della vostra pelle - la vostra inviolabile libertà attende solo di essere completata dall'amore di altri monarchi: una politica di sogno, urgente come l'azzurro del cielo".

TAZ è, comunque, una teoria che non si preoccupa di definire cosa sta a teorizzare. Forse parla semplicemente di "un certo tipo di 'enclave libera' che non e solo possibile ai nostri giorni, ma anche esistente" e probabilmente è anche "utopica nel senso che prevede un'intensificazione della vita quotidiana, o come avrebbero potuto dire i Surrealisti, la penetrazione della Vita da parte del Meraviglioso". "La TAZ è un'arte della vita in continua ascesa, selvaggia ma gentile - un seduttore, non un violentatore un contrabbandiere piuttosto che un pirata sanguinario, un danzatore non uno scatologista".

TAZ è, allora, una dichiarazione di soggettivita radicale, "dire che 'non saro libero finché gli umani non sono liberi' significa semplicemente sprofondare in un tipo di stupore-nirvana, abdicare la nostra umanità, definirci sconfitti". Urla il desiderio di "vivere in questo mondo, non nell'idea di un altro mondo, qualche mondo visionario nato da falsa unificazione (tutto verde o tutto metallo) che può essere solo un'altra torta in cielo (o, come la mette Alice 'Marmellata ieri o marmellata domani, ma mai marmellata oggi')" e ci ricorda quante volte già allegramente e dolcemente siamo sfuggiti al dominio di una legge o di un padrone.

"I raduni tribalisti stile Anni Sessanta, i conclavi forestali degli eco-sabotatori, le conferenze anarchiche, i circoli gay, night-club, banchetti, i vecchi picnic libertari - dovremmo capire che tutte queste sono già 'zone liberate' o almeno potenziali TAZ". È una teoria che parla più spesso di bellezza che non di giustizia o altre virtù teologali, ma che non si lascia fregare da quello che Hakim Bey chiama "fascismo estetico" (più o meno il tipo di atteggiamento mentale che ha fatto diventare Charles Manson una specie d'eroe della controcultura). È la rivendicazione dei sogni e delle voglie come centro e come motore del proprio agire e pensare, alla fine di ogni buona intenzione. "Distruggere i simboli dell'Impero in nome di nient'altro che il desiderio di grazia del cuore".

TAZ è, sicuramente, un libro poco serio, pieno di giudizi affrettati e con qualche strafalcione storico, che tende al poetico e la mistico, che dirà poco di nuovo ai più scafati e per nulla rassicurante per chi voglia ritrovarvi le sacre ragioni dell'ideologia. È una scheggia eretiea e appassionata che parla la lingua dei sogni più pazzi e che non ricerca nessuna razionalizzazione, lontana mille miglia dalla più piccola possibilità di essere presentabile in societa.

E mai come ora mi sembra che abbiamo bisogno di pensieri sulla vita, l'universo e tutto quanto, che profumino d'avventurosa gioia di vivere, che magari facciano anche un po' arrabbiare, ma che comunque non sappiano di asettico, di saggio universitario, di dar lustro alle muffe...

 

TAZ, il mordi e fuggi del Leonka, A. Los., "La voce", 21 settembre 1994

Lo Stato ha la Rete, il movimento la Tela. Lo Stato, anche se possiede e controlla la Rete, cioè le informazioni, è lento. La Tela è veloce, agile. Il movimento occupa degli spazi, virtuali, reali, pezzi di territorio, di coscienza, approfittando della impossibilità dello Stato di controllare tutto. Quando lo Stato inizia ad interessarsi alla occupazione, questa cessa per riformarsi poco più in là. La teoria che sta dietro questo progetto si chiama T.A.Z., The themporary autonomous zone, Zone temporaneamente autonome. E si trova in un libro dallo stesso titolo scritto negli Stati uniti sotto lo pseudonimo Hakim Bey (Shake edizioni). Il libro viene presentato come "l'elogio del nomadismo psichico", ma è qualche cosa di diverso dalle teorie del viaggiatore immobile. Ed ha una valenza che va al di là della letteratura cyberpunk (punk della cibernetica, ribelli della tecnologia informatica), nella quale per altro si inscrive.
Nell'ambiente delle occupazioni il libro viene letto con interesse perché può arrivare a delineare nuove strategie di logoramento a favore del movimento. "La TAZ - si legge - è come una sommossa che non si scontri direttamente con lo Stato, un'operazione di guerriglia che libera un'area (di tempo, di terra, di immaginazione) e poi si dissolve per riformarsi in un altro dove, in un altro tempo, prima che lo Stato la possa schiacciare. Poiché lo Stato è occupato primariamente con la Simulazione invece che con la Sostanza, la TAZ può 'occupare' queste aree clandestinamente e portare avanti il suo scopo festivo per un po' in relativa pace. Forse certe piccole TAZ sono durate intere vite perché passarono inosservate, come enclavi hillibillies perché non si intersecarono mai con lo Spettacolo, non apparirono mai fuori di quella vita reale che è invisibile agli agenti della Simulazione".
Senza dare più di tanto peso alle riflessioni di Hakim Bey, un paio di conseguenze pratiche a questa teoria si possono indovinare. La prima riguarda la replicabilità all'infinito di una occupazione. Prima che la situazione di via Watteau si sbloccasse, gli autonomi avevano esposto proprio questa teoria: via di qui andremo ad occupare un'altra area. E si vantavano di averne censite diverse. Prese e abbandonate senza pagare un prezzo alto di arresti e feriti in scontri con la polizia (il Leoncavallo assomma sui suoi adepti un numero di svariate centinaia di denuncie), avrebbero obbligato il sindaco Formentini a prendere in considerazione pena al contrario, lo sfinimento, l'ipotesi di concedere una sede al Leoncavallo. La seconda riflessione riguarda la pericolosità di una situazione di questo tipo se riprodotta nella realtà: e appare evidente che la polizia preferirebbe mille volte affrontare una serie di TAZ che un solo scontro violento come quello di via Turati. Una sprangata virtuale, è chiaro, è meglio di una reale (i bastoni, lunghezza un metro e 40 erano stati comprati al Bricocenter al prezzo di 5.500 lire l'uno).
Per tornare nella galassia delle TAZ, l'autore cita tutta una serie di esempi nella storia: dalle repubbliche dei pirati, alla occupazione di Fiume da parte di D'Annunzio, i Soviet di Monaco del 1919... Le parole d'ordine degli abitanti di una TAZ sono terrorismo poetico, sabotaggio artistico, caos, boicottaggio della cultura poliziesca, no al lavoro.

Hakim Bey e la non ideologia delle taz, "www.rivistaindipendenza.org"

E'  un dato di fatto che il movimento più o meno correttamente definito cyberpunk abbia dato, in particolare modo nel nostro paese, un grosso scossone al panorama della controcultura, del sapere sociale non omologato.
Dalle intuizioni che hanno politicizzato le fascinose ricostruzioni social-fantascientifiche di William Gibson è giunto un fiume di linfa vitale, indispensabile per fare uscire, dal coma profondo in cui era caduto, un ambito culturale costretto ormai da un decennio a riciclare stancamente teorizzazioni sessantottine e riverberi della furiosa stagione del '77.
Alcuni degli intellettuali più lucidi e meno ortodossi della sinistra italiana, un nome per tutti Francesco Berardi "Bifo", vi hanno attinto a piene mani, cercando di ricostruire proprio intorno al cyberpunk una nuova identità antagonista capace di indicare, attraverso l'attenzione verso le nuove tecnologie, segnatamente quelle informatiche e della comunicazione, una possibile strada di ribellione e non acquiescenza rispetto allo spesso spietato ridisegnarsi dei bisogni sociali indotti dalla loro adozione su vasta scala nella società-mondo. A questo lucido entusiasmo per il bambino appena nato, che prometteva tanto per il futuro, ha dato un fondamentale contributo un autore fino a pochi anni sostanzialmente sconosciuto o la cui frequentazione intellettuale era riservata ad un tutto sommato ristretto circolo gravitante intorno all'area dell'anarchismo libertario ed eretico nordamericano. Ci riferiamo all'ormai famosissimo, perlomeno in Italia, Peter Lamborn Wilson, meglio noto con l'esotico pseudonimo di Hakim Bey. Espulso dall'India per motivi politici, ora vagante fra un albergo di Chinatown, l'Irlanda e una roulotte nelle paludi nel New Jersey, Bey è forse l'ultimo autentico guru della cultura antagonista. Un ruolo cui hanno sicuramente contribuito le sue passioni, intellettuali sicuramente più che ideologiche, poco in linea con la cultura di retroterra marxista. Profondo conoscitore delle culture islamiche meno ortodosse, la sua fama ha conosciuto una vera e propria esplosione mediatica a partire dai primi anni Novanta, poco dopo la pubblicazione di quello che è certamente il suo libro più noto, l'ormai quasi mitico "TAZ" [Shake, Edizioni Underground, 1993].
Nonostante gli anni trascorsi si tratta di una fortuna che sembra tutt'altro che destinata ad esaurirsi, visto che del concetto di Zone Temporaneamente Autonome, TAZ appunto, hanno addirittura iniziato ad appropriarsi anche gli antagonisti dell'ultimissima ora, uno per tutti il rapper mainstream che risponde al nome di Lorenzo Cherubini, in arte (sic) Jovanotti.
Come sostiene lo stesso Bey: "La TAZ, da semplice comodo provvisorio acronimo, è diventata un alibi per l'assenza di strategia e abbonda oggi sulla bocca dei trendies e dei mediatisti" ["A ruota libera", Castelvecchi, 1996].
Definire una TAZ non è semplice, visto che la sua nascita come dirompente intuizione politica parte proprio dall'esigenza di spiazzare, depistare, confondere, i media capitalisti. Quegli stessi sempre pronti a gettarsi avidamente su ogni manifestazione di socialità non omologata per normalizzarla, trasformandola in puro trend, in moda assolutamente innocua rispetto allo status quo. Semplificando una TAZ può essere vista come un'isola, non necessariamente fisica, di territorio liberato dalle logiche di dominio economico e mentale capitalista. Un rifugio, come le isole del Mar dei Caraibi lo erano per i pirati, per sfuggire ai condizionamenti e ai diktat mentali ed economici imposti dall'Impero delle Merci. Uno spazio mentale, più che un posto, dove fuggire, allontanandosi dalle necessità indotte e dai condizionamenti, spiazzando così il nemico scomparendo dalla sua vista.
Una TAZ può apparire, e rapidamente dissolversi, sulla rete Internet come in un Centro Sociale Occupato, in una comunità di agricoltori biologici come fra gli squatter di una metropoli. È temporanea per non essere distrutta o normalizzata, ma anche scelta ideologica di rinuncia al confronto diretto col Capitale. Una contrapposizione considerata perdente in partenza, vista la sproporzione delle forze in campo. Vietcong psichici che tendono agguati lungo i sentieri della giungla mediatica, rifugiandosi nelle sue pieghe per apparire altrove quando lo scontro diventa impari. Nomadi senza patria, che rifiutano identità costrittive per perdersi nel magma dell'umanità che rifiuta ogni appartenenza: questi e mille altri possono essere o diventare i pionieri, i fondatori, i cittadini, virtuali o meno che siano, delle Zone Temporaneamente Autonome.
Una scelta politica, quindi, ma che allo stesso tempo rifiuta la politica com'è comunemente intesa, quale pratica specialistica d'interazione col tessuto sociale che ci circonda. Nelle TAZ questo tessuto è ricostruito su basi del tutto nuove, e con la presunzione di non ricreare all'interno di esse le medesime logiche di dominio e di gerarchia che sottintendono la società capitalistica da cui ci si è allontanati.
Cosa accade, però, quando un'idea certamente nata come aperta agli altrui contributi - la sincera fede anarco-libertaria di Bey non può farla concepire altrimenti - è trasformata in un dogma non discutibile o è estremizzata fino quasi alla parodia, andando ben oltre le reali convinzioni di chi l'ha per primo seminata, diffusa? Accade quello che è accaduto in Italia, dove le fascinose teorizzazioni di Hakim Bey hanno avuto un tale successo da produrre non solo una lunga serie di epigoni (e questo potrebbe essere considerato un fatto positivo), ma da riuscire a trasformare le TAZ da punti di partenza a punti d'arrivo di ogni possibile pensiero antagonista. La non politica, la fuga, come unica concezione dell'impegno militante.
"Piccole comunità in fuga, questa è l'idea che io propongo per il futuro" - è Bifo a sostenerlo - e ancora: "Comunità senza territorio, dunque nomadi. Comunità senza appartenenza, dunque elettive" ["Come si cura il nazi", Castelvecchi, 1993].
Il giusto rifiuto della rigidità di ogni sistema sociale, basato esclusivamente sul concetto di identità, è trasformato a forza in disprezzo per ogni forma di valorizzazione della differenza, assimilata, di fatto, alla xenofobia e al razzismo. Scrive sempre Bifo: "Secondo me abbiamo una forma di razzismo ogni qual volta crediamo che le differenze passino tra un'appartenenza e l'altra (tra diverse comunità, tra diverse culture, tra diverse nazionalità o etnie), piuttosto che renderci conto che le differenze passano tra una persona e l'altra" ["Come si cura il nazi", ibidem].
È evidentemente la confusione fra la differenza considerata dal punto di vista di un naziskin, con la rivendicazione di specificità di chi, oppresso, è privato coercitivamente della propria. Mettendo sullo stesso improbabile piano l'irlandese cattolico che lotta per sopravvivere in un sistema coloniale che lo opprime, con il soldato inglese che, certamente diverso (le centinaia di anni di storia del suo popolo ben difficilmente avrebbero potuto non renderlo tale), impone questa differenza con gli strumenti della violenza imperialista. Equiparando l'indio del Chiapas che rivendica con forza la sua identità altra, al latifondista che lo affama e lo perseguita.
Questa disinvolta forzatura delle tesi dell'autore di TAZ diventa ancora più inquietante se si considera che esse sono (per fortuna, aggiungiamo...) tutt'altro che un monolite di linearità, come a volta si è voluto far credere. Le stesse sono state, ad esempio, totalmente assimilate, nell'ambito del Movimento che fa riferimento all'area dei Centri Sociali Occupati, alla cultura cyberpunk, quando lo stesso Bey è tutt'altro che tenero nei confronti delle nuove tecnologie informatiche, tanto da essersi meritato addirittura, da alcuni titolati esponenti di quell'area, il quasi epiteto di primitivista. In "A ruota libera", una raccolta che comprende saggi scritti fra il '93 e il '95 è lui stesso ad affrontare il problema con estrema chiarezza. "Ora, quando io parlo di 'ritorno al paleolitico' mi ritrovo ad oscillare verso le posizioni primitiviste - di conseguenza gli estropici mi hanno accusato di essere un nostalgico affetto da tecnofobia e incline a reazioni luddistoidi. Quando invece parlo del potenziale uso di Internet nell'organizzazione di una TAZ, riprendono il sopravvento i miei vecchi entusiasmi S-F e sembro quasi un estropico - di conseguenza i primitivisti mi hanno accusato di essere 'soft' nei confronti della tecnologia, sedotto dal tecno-ottimismo, dall'illusione che la separazione possa superare la separazione". La pubblicazione di questo volumetto, avvenuta in Italia alcuni anni dopo l'esplosione di popolarità delle TAZ nell'ambito della sinistra antagonista, ha oltretutto creato un problema che, curiosamente, investe in prima persona quella che è la diffusione orizzontale dei saperi, considerata almeno potenzialmente la più potente attrattiva offerta dalla cultura della Rete.
Il messaggio delle TAZ è stato, infatti, nei primi anni Novanta, filtrato attraverso l'esperienza dei Centri Sociali e, come dicevamo, assimilato alla discussione apertasi sui mutamenti sociali indotti dalle nuove tecnologie. A ciò si sono aggiunte una serie di riflessioni teoriche da parte di alcuni intellettuali militanti, come il già citato Francesco Berardi. Hakim Bey è divenuto perciò citatissimo, trasformato in una vera e propria icona della controcultura. In questa costanza di apologia nessuno si è curato di verificare come e quanto fossero mutate le sue opinioni col trascorrere degli anni, rispetto magari ad una loro verifica avvenuta attraverso l'interazione con una società, quale quella occidentale, che aveva di slancio superato la staticità, frutto malato della Guerra Fredda, dopo la caduta del Muro di Berlino e l'acclarato trionfo dell'Impero Unico del Capitale.
Nonostante gran parte dei suoi scritti più recenti fossero rintracciabili su Internet, questo non ha impedito che in Italia si discutesse esclusivamente delle tesi di "TAZ", considerandole, di fatto, il verbo di Hakim Bey. La pubblicazione di "A ruota libera" e quella più recente di Millennium [Shake, Edizioni Underground, 1997] hanno completamente cambiato le carte in tavola, facendoci conoscere le sue attuali posizioni politiche, con buona pace, visto il ritardo con cui ciò è avvenuto, di quello che dovrebbe essere il maggiore pregio della circolazione in rete delle notizie e delle idee: l'immediatezza della loro diffusione. La capacità di seguire in tempo reale l'evoluzione del pensiero di un autore e lo svolgersi del dibattito rispetto a quelle che sono le tesi che propone. In questo caso sembrerebbe invece essere avvenuto un corto circuito mediatico, una cristallizzazione dell'informazione, o un suo filtraggio attraverso le griglie di un costrutto ideologico cui evidentemente qualcuno si era fin troppo affezionato.
In realtà, invece, come vedremo più avanti, il papà delle TAZ ha dimostrato di non voler dormire, come ogni buon rivoluzionario, sugli allori virtuali di un ampio consenso al proprio lavoro, considerandolo nient'altro che un work in progress, suscettibile come tale di poter essere smentito o trasformato dall'impatto su di esso operato dalla realtà storica e sociale. E di essere oltretutto molto più eclettico e aperto alla diversità dei suoi più o meno altolocati epigoni nostrani. Pur avendo un background culturale di matrice marxista, Bey ha filtrato attraverso la sua personale visione esperienze di esoterismo libertario, come quella dei Sufi, da cui l'accusa di "sufismo prêt-a-porter", o di eversione sociale, come può essere intesa quella dei pirati, di cui parla in "TAZ". Il frullato che ne viene fuori, per quanto a volte bizzarro - uno dei saggi di "A ruota libera" è dedicato alla dimostrazione dell'esistenza del malocchio - può sicuramente risultare indigesto a molti di coloro i quali non accettano i deviazionismi, le eresie, soprattutto rispetto ad argomenti che una certa sinistra paludata da sempre considera tabù, uno per tutti il nazionalismo.
In Millennium viene riscoperto il concetto di rivoluzione, la possibilità di contrapporsi in maniera organizzata all'arroganza dello strapotere neoliberista. Dice Bey: "Credo che dobbiamo riconsiderare tutte le nostre priorità, dobbiamo capire che la militanza è nuovamente un concetto importantissimo". Le TAZ continuano ad essere considerate utili a questo scopo, ma non prioritarie - "oltre la zona temporaneamente autonoma, al di là dell'insurrezione, c'è la necessaria rivoluzione, la 'jihad'" - e si propone, quando ciò è possibile, la loro trasformazione in PAZ, Zone Permanentemente Autonome. Realtà collegate fra di loro da BBS o da altre reti, per creare mediante il linkage di economie locali o marginali, un tessuto economico alternativo che gli permetta di sopravvivere nello scontro con il mercato globale.
Centrale diventa poi, nella proposta di Hakim Bey, il concetto di differenza rivoluzionaria, di valorizzazione della diversità contrapposta all'omogeneizzazione della stessa imposta dalla globalizzazione forzata. "La differenza - sostiene - è che la diversità non deve necessariamente essere egemonica o fascista. E questa sarà una cosa estremamente difficile da capire per la vecchia sinistra, perché la vecchia sinistra stessa aveva tra i suoi ideali, quello di un'unica cultura mondiale - secolare, razionalistica, (...) totalmente illuminata, senza ombre, industria, proletariato, avanti verso l'avvenire, fondamentalmente egemonica verso le differenze". Questa attenzione e questo rispetto riguarda anche le religioni. "Ma sembra chiaro che senza religione non ci sarà rivoluzione radicale; - afferma - la Vecchia sinistra e la (vecchia) Nuova Sinistra non possono certo farcela da sole". E parlando di religioni lo sguardo è orientato in primo luogo verso l'Islam non oscurantista, quello del già citato sufismo, del socialismo sciita di Alì Shariati, quello cosmopolita della Bosnia multietnica o del "Sentiero Verde" del colonnello Gheddafi. "Se una vera coalizione anticapitalista dovrà mai apparire a questo mondo, non potrà fare a meno dell'Islam", sostiene Bey in Millennium.
Ma l'interesse è diretto anche verso alcune componenti del cristianesimo, e non solo per quelle, è il caso dei sacerdoti che si riconoscono nella Teologia della Liberazione, che in America Latina hanno da sempre sostenuto la causa dei poveri e degli oppressi. "Nei prossimi anni possiamo attenderci di vedere, tanto all'interno quanto all'esterno della chiesa, forme di revival di 'cristianesimo celtico', votato alla resistenza contro l'inquinamento dell'ambiente sia fisico, sia immaginale, e perciò impegnato nella lotta anticapitalista". Quella proposta nel suo ultimo lavoro è una grande coalizione che, pur conscia delle differenze presenti al suo interno, possa battersi, con qualche possibilità di contrastarlo efficacemente, contro il neoliberismo dilagante. Non è un caso perciò che una delle esperienze citate più spesso sia quella zapatista, epigoni urbani compresi, che alla forte rivendicazione di identità etnica affianca un messaggio universalistico di liberazione sociale. In quest'ambito vengono citati anche il Tibet, il movimento dei nativi americani e, con grande convinzione, una possibile e futura Irlanda repubblicana, vista come un potenziale detonatore nel cuore dell'Europa capitalista.
Le piccole nazioni che propongano modelli libertari e socialisti sono considerate da Hakim Bey fondamentali ai fini della ricostituzione di un fronte anticapitalista internazionale. Con le sue parole: "Un federalismo proudhoniano basato sulle particolarità non egemoniche in una mutualità 'nomadologica' o rizomatica di solidarietà sinergica, questa è la nostra struttura rivoluzionaria". Si tratta quindi di un esplicito apprezzamento per un nazionalitarismo politicamente qualificato che continua ad essere osteggiato, quando non apertamente accusato di dar vita comunque a forme di governo reazionarie, da buona parte di quella sinistra più o meno antagonista, che magari considera "TAZ" un proprio imprescindibile testo di riferimento ideologico.
Un equivoco politico, un limite di comprensione, al chiarimento del quale questo giornale da anni ritiene di dare il proprio qualificato contributo. Trovare al proprio fianco, in questo non facile processo, una personalità come Hakim Bey, non può che farci molto piacere.

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