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American Punk Hardcore (recensioni)

American Punk Hardcore - di WM1, tratta da “www.wumingfoundation.com”

Ho letto questo libro l'estate scorsa, vacanza in Dalmazia, perplessa contemplazione della Croazia, paese in cui tornavo per la terza volta in pochi anni, un posto dove la rockstar più famosa (Marko Perkovic Thompson, metti da noi un Ligabue) va sul palco indossando simboli ustascia e saluta a braccio teso, nel tripudio di decine di migliaia di spettatori, che a loro volta hanno in testa la bustina nera degli ustascia e addosso spille e spillette con svastiche e slogan ultra-nazionalisti. Se qualche voce isolata protesta o semplicemente borbotta, trattasi ovviamente di complotto - epiteto valido per ogni occasione - "anti-croato". Complotto, ehm, ebraico. Poi dicono che Babsi Jones esagera.

In quei giorni leggevo American Punk Hardcore nell'edizione originale americana (che si chiama soltanto American Hardcore), la quale ha una copertina un pelino più respingente di quella italiana: Danny Spira dei Wasted Youth sbraita nel microfono mentre sangue e saliva gli scendono dalla bocca e smerdano collo e petto. Ogni giorno mia figlia, che all'epoca aveva due anni e tre mesi, montava su una sedia, indicava il libro sul tavolo e con una smorfia di disapprovazione dichiarava: "Fa chifo quetto. No piace!", e come darle torto? Quella copertina è uno statement, è il libro che ti dice: "Sai quanto me ne fotte a me se mi compri o no?!". Mooolto punk. La ShaKe deve averlo percepito come un problema e ha optato per uno scatto d'epoca del fotogenicissimo Henry Rollins, che piace alle fighe (ma soprattutto ai fr... Ops!) mentre Danny Spira mah, chi lo sa. Di certo non piace a mia figlia.

Il sottotitolo è "Una storia tribale", perché qui si narra la storia, anzi, si narrano le mille e mille storie del movimento HC (periodo 1980-1986) suddividendole in epopee locali, grandi e piccine. La parte del leone, ovviamente, la fanno la scena di Los Angeles e sobborghi (i capostipiti Black Flag, i Minutemen etc.), quella di Washington DC (Minor Threat & Co., ma anche Bad Brains) e, in minor misura, quella di New York (più ambigua ed esposta a processi di "fascistizzazione": partono anche da lì certi rivoli che diverranno acquitrino a Zagabria). Tuttavia, non c'è scena microscopica cui non venga dedicato almeno un paragrafo. Se in un posto due band di ragazzini incisero un demo, beh, qui se ne parla di sicuro, tanto che ci sarebbe stato bene l'indice per codici di avviamento postale, tipo:

[...]

02909. Vicious Circle, Rash of Stabbings, Idle Rich, Positive Outlook

45401. Toxic Reasons

83701. Septic Death, Blind Acceptance, Dissident Militia *

[...]

Steven Blush, vecchio fan ed ex-organizzatore di concerti, si è fatto un culo quadro per mettere insieme questo libro: ha intervistato decine di persone, scartabellato tra quintali di fanzines, riascoltato cassette e vinili e recuperato locandine la cui tiratura originale a fatica avrà superato le venti copie.

American Punk Hardcore ha una struttura "ibrida", c'è sì il montaggio di brani di interviste come in Please Kill Me (caposaldo del genere "storia orale sul punk", quello a cui mi sono ispirato per il mio New Thing), o come in We Got The Neutron Bomb, ma l'autore non rinuncia affatto a intervenire in prima persona, anzi! Si infila tra le testimonianze e fa il controcanto (le sue parti sono in grassetto, almeno nell'edizione originale). Eccolo, compare all'improvviso e sproloquia, si scatena, trancia giudizi su questo o quel personaggio. Un esempio: H.R., il cantante dei Bad Brains (nella foto), è "uno dei più grandi frontmen del rock, ma è anche uno dei più grandi cazzoni, di quelli che non vorresti mai conoscere: un fallito misogino, omofobo, razzista e malato di mente che ha deluso praticamente chiunque abbia avuto a che fare con lui. In diverse occasioni ha inculato i suoi stessi compagni di band".

Poi dicono che non è neutrale Wikipedia.

Il capitolo finale è "Into The Unknown", poche pagine di "bilancio", epigrammi su quell'esperienza di autoproduzione, autogestione e comunità reticolare. Quello che ci ha lasciato, quello che ancora importa.

Gli anni che accompagnano il passaggio di millennio (la prima edizione del libro risale al 2001) sono la Grande Parodia, il "supermarket degli stili": nel rock s'impone "una versione dell'hardcore annacquata e pedissequa", e la ripetizione seriale dell'immagine punk smussa ogni spigolo rimasto. Dice l'artista grafico Winston Smith: "Se metti un punto esclamativo dopo ogni singola parola, il punto esclamativo a fine frase non ha più significato". Controprova all'italiana: Se! Non! Cambie-rà! Lotta! Du-ra! Sarà! Zero impatto, minaccia ormai vacua, significato perso per strada. La merda non cambia granché, lotta dura se ne vede poca.

Dice Mike Ness dei Social Distorsion: "Quando entro in un posto e tutti quanti hanno capelli sparati e portafogli agganciato a una catena, mi viene da pensare: io questo lo facevo per essere diverso. C'è gente che pensa di averla inventata, quella roba, ed è una cosa che non sopporto : ehi, io ho preso le botte perché tu potessi farti i capelli blu, o quel cazzo che vuoi. I diciassettenni di oggi hanno tutto il diritto di fare le cose che facevo io, ma qualcuno glielo dica, che non è nulla di nuovo".

E Pat Dubar degli Uniform Choice: "Se oggi vai a un concerto, non devi aver paura che quaranta sbirri facciano irruzione coi lacrimogeni e ti spacchino di mazzate. L'hardcore non era fico, anzi, era talmente anti-fico da essere rischioso. Eravamo pochi e sparpagliati, quindi bersagli perfetti."

Mike Watt, ex-bassista dei Minutemen (oggi suona coi rinati Stooges) riassume il senso di quell'attività: "L'hardcore era: 'Vaffanculo, faremo a modo nostro'. Aveva a che fare con la responsabilità. Quelli dell'hardcore a un certo punto decisero di fare da soli... ed è come l'abbiamo fatto."

E per questo noi, generazione dei fratelli minori, non li ringrazieremo mai abbastanza.

 

di Silvio Bernelli, tratto da "l'Unità", 28 maggio 2007

 Stati Uniti, primissimi anni ’80. Esplode il fenomeno hard core punk: musica ad alto impatto emozionale, coscienza politica e l’attitudine a sfornare dischi autoprodotti, fanzine fatte in casa, idee e guai. Poco a che vedere insomma con il punk inglese di Sex Pistols e Clash, tanto amato, soprattutto negli anni successivi, da case discografiche, riviste di moda e sfigati di ogni sorta.E non è un caso che se il punk rimaneva un fenomeno sostanzialmente britannico, e come tale esportato e imitato in tutto il mondo, l’hard core americano sapeva parlare un linguaggio autenticamente internazionale, capace di dialogare e accettare spunti e innovazioni anche dai Paesi europei. L’Italia, è bene ricordarlo, fu in prima linea nella scena hard core mondiale. Furono quindi molti i ragazzi italiani che vissero sulla propria pelle le emozioni di quella scena. Una realtà che Steven Blush ricostruisce in American Punk Hardcore. 450 pagine di interviste ai protagonisti dell’epoca, fotografie di concerti infuocati, e più di uno spunto di riflessione sulla società americana degli anni di Reagan e l’alienazione della gioventù bianca dei sobborghi residenziali.

Con uno stile ritmato e spigoloso, capace di restituire al lettore la presa diretta dell’epopea hard core, Blush racconta la storia della scena americana di cui egli stesso è stato protagonista come organizzatore di concerti e manager di band. Scorrono così tra le pagine di American Punk Hardcore le vicende dei Germs di Los Angeles: anello di congiunzione tra la generazione del punk e quella dell’hard core, autori del capolavoro discografico G.I. e tra i protagonisti del film-cult di Penelope Spheeris The decline of western civilization. La loro breve parabola termina tragicamente con la morte per overdose d’eroina del cantante Darby Crash. Molti anni più tardi il chitarrista Pat Smear tornerà in pista con le superstar Nirvana. Diversissima la storia dei Black Flag di Hermosa Beach, California, di cui Blush narra i primi concerti al fulmicotone, i numerosi cambi di formazione, i tour attraverso gli Stati Uniti che arrivano a contare 200 concerti l’anno, e infine lo scioglimento al termine di una controversa fase creativa. Ancora più singolare la vicenda dei Bad Brains: quattro rasta di colore, leggermente più vecchi degli adolescenti che mediamente suonavano hard core, che però, paradossalmente, diventano forse la più apprezzata band americana. Con ogni probabilità, i loro spettacoli dal vivo sono stati i migliori concerti «rock» della storia. Inedita anche l’avventura dei Minor Threat di Washington DC. Sfornano un paio di 45 giri leggendari, un album, suonano relativamente poco dal vivo eppure assurgono allo status di mito per centinaia di migliaia di kids in tutto il mondo. Per di più, inventano una filosofia anti-droghe destinata a una lunga e dibattuta fortuna, lo Straight Edge, e fondano la Dischord Records. Il suo modello di casa discografica totalmente indipendente avrebbe fatto scuola su entrambi i lati dell’Atlantico.Oltre alle storie delle band, Blush getta uno sguardo profondo e mai compiaciuto sui vari fenomeni degenerativi del mondo hardcore: l’abuso di droghe, la violenza ai concerti, la nascita delle gang di strada, l’esasperazione dei comportamenti autodistruttivi. A fronte di queste ombre, Blush sottolinea come il movimento hard core aveva saputo buttare sul piatto un’ideologia autenticamente indipendente e la costruzione di un circuito alternativo basato non sul denaro, ma sulla consapevolezza e sulla solidarietà. Un’idea di affermazione del sé lontanissima dal successo del music business che, proprio grazie a questo atteggiamento, ha saputo rimanere intatta negli anni, costituendo una sorta di riserva di valore, un’etica capace di parlare anche ai ragazzi di oggi.Un’altra annotazione interessante riguarda gli scontri continui, e in alcuni casi cruenti, a cui i membri del movimento hard core erano costantemente costretti da benpensanti, poliziotti e teppisti sobillati dai mass media più conservatori. Si trattava delle stesse forze che, in America come in ogni altra parte del mondo, tentavano di soffocare le poche realtà libere che si erano trovate a fronteggiare i difficili anni ’80. Grande affresco di un’avventura irripetibile, insomma, ecco qual è la sensazione finale che si ricava al termine delle fittissime pagine di American Punk Hardcore.

Se siete cresciuti pensando che la libertà incarnata dall’hardcore fosse la vostra personalissima bandiera, questo libro è semplicemente imperdibile. Se invece dell’hard core non sapete nulla, potete leggere il libro di Blush per scoprire cosa vi siete persi, anche in Italia.

 

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