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Il pensiero filosofico di Marx di Mario Dal Pra - L'introduzione di Dario Borso

Introduzione di Dario Borso

Nell’anno accademico 1958-59 Mario Dal Pra tenne alla Statale di Milano un corso su Marx, i cui appunti tempestivamente uscirono, preceduti da una breve premessa imperniata su due lunghe citazioni.1 La prima dal § 1 del cap. I di Praxis ed empirismo di Giulio Preti, che per intero recita:

Tra la filosofia della praxis nella forma assunta oggi dal marxismo ufficiale e l’empirismo logico in tutte le sue forme e varietà non corre buon sangue; per convincersene basta uno sguardo alla notevole quantità di scritti polemici che da Materialismo ed Empiriocriticismo di Lenin ad oggi sono stati pubblicati e continuano a pubblicarsi.

Tuttavia, che la situazione non sia definitiva (anche se, nelle forme specifiche che ha assunto, il contrasto è reale e profondo, essendo contrasto prima ancora di atteggiamenti psicologici, di emozionalità, di «caratteri» umani, che di convinzioni filosofiche) stanno parecchie cose a provarlo. In primo luogo, bisogna osservare che l’attuale filosofia ufficiale dei partiti comunisti – il cosiddetto «materialismo dialettico» – ben lungi dall’esaurire tutte le forme possibili di filosofia della praxis non esaurisce neppure tutte le forme possibili di filosofia marxiana. Per esempio, il giovane Marx, dalla dissertazione di dottorato all’Ideologia tedesca e alla Sacra Famiglia, aveva cominciato ad elaborare una forma altamente interessante di filosofia, che poi non ha più continuato o ha continuato solo parzialmente, abbandonandone i documenti alla «critica roditrice dei topi». Ora, questa filosofia del giovane Marx, per quanto semplicemente abbozzata, era indubbiamente una forma di filosofia marxiana (e non soltanto per il mero fatto che il suo autore si chiamava Karl Marx) e una forma, assai spinta, di filosofia della praxis, simile per molti riguardi (anche se per moltissimi altri dissimile – e profondamente dissimile) al pragmatismo di John Dewey.

Anche il pragmatismo (e non soltanto per il semplice fatto di chiamarsi così), soprattutto quello della tradizione che da Dewey e Mead risale al Peirce, è indubbiamente una filosofia della praxis. Per lo meno se con questa parola si intende una filosofia come un orientamento attivo, fattivo e volontaristico verso il mondo, che pretenda non di interpretare il mondo, bensì di modificarlo. Anzi: poiché, se si tenesse distinta un’attività rivolta all’interpretazione del mondo da un’attività rivolta alla modificazione del medesimo, fatalmente si dovrebbero scindere un momento speculativo ed un momento tecnico del sapere, e allora, direi pure fatalmente (per lo meno, in forza di una quasi trimillenaria tradizione), la filosofia verrebbe assegnata al primo momento; per questo, una filosofia della praxis deve essere una concezione tale che l’interpretare vi sia già concepito come un modificare, e il modificare esso stesso come l’unico valido e garantito interpretare. Insomma, una filosofia in cui «il vero è il verificato», come dice proprio Dewey: e in cui la parola «verificato» non indica una passiva e comunque statica adaequatio, ma un atteggiamento attivo verso il reale, o meglio il risultato di operazioni compiute nel reale e sul reale. Questo è ciò che voleva Marx nelle sue Tesi su Feuerbach, quando contrapponeva una concezione attiva della sensibilità alla concezione, che egli per lo meno riteneva essere di Feuerbach, di una sensibilità come mera impressione statica del reale sul soggetto umano. Questo, prima di tutte le altre possibili analogie e di tutte le altre effettuali e possibili differenze, è il punto di profonda concordanza che si viene a stabilire tra la filosofia di Marx e il pragmatismo – quel punto per cui ad entrambi i modi di pensiero compete l’epiteto di «filosofia della praxis».2

 La seconda citazione, a supporto della prima o se si vuole a fondamento, da Freedom and Organisation di Bertrand Russell:

 Il materialismo di Marx fu di un tipo speciale, per nulla simile a quello del secolo XVIII. Quand’egli parla della «concezione materialistica della storia» non dispone mai l’accento sul materialismo filosofico, ma soltanto sulla causalità economica dei fenomeni sociali. La sua posizione filosofica […] è quella che è poi divenuta familiare al mondo filosofico attraverso gli scritti del Dewey, sotto il nome di pragmatismo o strumentalismo. Ignoro se il Dewey sappia di essere stato preceduto da Marx; ma è certo che le loro idee riguardo allo stato metafisico della materia sono virtualmente identiche. In vista dell’importanza attribuita da Marx alla sua teoria della materia può mettere il conto di esporre più completamente il suo pensiero.

Il concetto di «materia», nel vecchio materialismo, era collegato con il concetto di «sensazione». La materia era considerata come la causa della sensazione, e in origine anche come il suo oggetto, almeno nel caso della vista e del tatto. La sensazione era considerata come qualcosa in cui l’uomo è passivo, e unicamente riceve impressioni dal mondo esterno. Questa concezione della sensazione come passiva è però – sostengono gli strumentalisti – un’astrazione irreale, cui nulla corrisponde di effettuale. Guardate un animale che riceve impressioni in relazione ad un altro animale: le narici si dilatano, gli orecchi si contraggono nervosamente, gli occhi sono rivolti al punto giusto, i muscoli si tendono, preparandosi per i movimenti appropriati. Tutto ciò è azione in gran parte tale da migliorare la qualità informativa delle impressioni, in parte tale da condurre ad una nuova azione in relazione all’oggetto. Un gatto che vede un topo non è affatto un ricettore passivo di impressioni puramente contemplative; e come è un gatto rispetto a un topo, così è un operaio tessile rispetto a una balla di cotone. La balla di cotone è un’occasione per l’azione, è un qualche cosa che deve essere trasformato. Il meccanismo per il quale deve essere trasformata è, esplicitamente ed evidentemente, un prodotto dell’attività umana. Secondo Marx, grosso modo, tutta la materia deve essere pensata come noi istintivamente pensiamo un meccanismo: è una materia greggia che dà l’occasione per l’azione, ma nella sua forma completa è un prodotto umano.

La filosofia ha derivato dai Greci un concetto della contemplazione passiva, e ha supposto che la conoscenza sia ottenuta per mezzo della contemplazione. Marx sostiene che noi siamo sempre attivi, anche quando siamo più vicini alla «sensazione» pura: noi non percepiamo mai semplicemente quello che ci circonda, ma nello stesso momento che lo percepiamo lo alteriamo sempre. Questo rende necessariamente inapplicabile alle nostre relazioni effettuali con il mondo esterno l’antico concetto di conoscenza. In luogo di conoscere un oggetto nel senso di riceverne passivamente un’impressione, possiamo conoscerlo solo nel senso di riuscire ad agire con successo su di esso. Ecco perché la sostanza di ogni verità è pratica. E poiché noi alteriamo l’oggetto quando agiamo su di esso, la verità cessa di essere statica e diviene qualcosa che continuamente cambia e si sviluppa. Tale la ragione per cui Marx chiama «dialettico» il suo materialismo, perché contiene in sé, come la dialettica di Hegel, un principio essenziale di mutamento progressivo.

Io credo che si possa mettere in dubbio se Engels abbia compreso a pieno le idee di Marx sulla natura della materia e sul carattere pragmatico della verità; senza dubbio, era convinto di essere d’accordo con Marx, ma in realtà si avvicinava di più al materialismo ortodosso. […]

È degno di nota che Lenin, il quale non ammette nessuna divergenza tra Marx ed Engels, adotti nel suo Materialismo ed empiriocriticismo un punto di vista più vicino a quello di Engels che a quello di Marx.3

 

L’ibridazione tra pragmatismo e marxismo, Preti l’aveva già abbozzata un decennio prima di Praxis ed empirismo, in un saggio inedito del 1947-48 che Dal Pra avrebbe pubblicato molto tempo dopo.4 Quel saggio era importante poiché segna il distacco da Antonio Banfi: semplicemente, il marxismo del maestro per Preti puzzava di Gentile.5 E su Gentile l’allievo si era espresso mesi prima, in una voce di dizionario dedicata a La filosofia di Marx (1899), e più specificatamente al secondo saggio del testo gentiliano, che come noto commenta le Tesi su Feuerbach:

Marx credette di andare oltre il Feuerbach, ma in realtà, secondo il Gentile, non fece che un’indebita e contraddittoria miscela di idealismo e materialismo. Per Marx la realtà non è, come per il materialismo, un «dato», ma un «prodotto» dell’attività umana; però tradisce quest’affermazione, secondo il Gentile prettamente idealistica, nel materialismo, affermando che questa prassi non è spirituale, ma sensibile, non è pensiero ma istinto. Da ciò deriva logicamente la concezione materialistica della storia, con i difetti rilevati nel primo saggio, che la «praxis», principio di storicità, non può accoppiarsi alla materia, che è inerzia. Così l’affermazione rivoluzionaria, con cui si chiude il frammento della critica di Marx a Feuerbach, che la filosofia ha sinora interpretato il mondo, ma ora bisogna rifarlo, implica, secondo Gentile, una mentalità materialistica in contrasto con lo storicismo: per quest’ultimo, infatti, la storia è un processo necessario, e non si può fare e disfare a proprio talento. Con questo scritto, che ripete in maniera più filosofica gli argomenti crociani, il Gentile à fornito i luoghi comuni della critica spicciola del marxismo per parecchi decenni; interpretando dogmaticamente un pensiero eminentemente critico e agile, ne à solidificato in un sistema gli spunti fluidi e capaci di molte interpretazioni e applicazioni. In tal modo è stato facile al Gentile di trovare contraddizioni nel pensiero di Marx anche dove non ce ne sono, e di contrapporre a una filosofia rivoluzionaria la pacifica santificazione «storica» del fatto compiuto. Pure, una mentalità come quella gentiliana era già stata criticata da Marx nella Sacra Famiglia, opera di cui il Gentile non tiene conto, e che anzi sembra ignorare.6

 Il 1948 è l’anno in cui Preti e Dal Pra da conoscenti diventano amici, anzi compagni.7 Così il 5 dicembre Dal Pra tiene una conferenza a Como su L’uomo e la storia nel pensiero di Carlo Marx e all’inizio del 1949 pubblica a puntate nell’«Avanti!» un saggio sul marxismo,8 dove la sintonia con Preti è palmare.

Nel 1950-51, per interessamento di Banfi tengono entrambi un incarico universitario, Preti a Pavia e Dal Pra a Milano. Così partecipano entrambi alle uniche due pubblicazioni collettanee dell’Istituto di Storia della filosofia della Statale diretto da Banfi stesso, Problemi di storiografia filosofica (1951) e La crisi dell’uso dogmatico della ragione (1953), sollevando qua e là obiezioni alle totalizzazioni dogmatiche di un certo marxismo.9 Dove sono più liberi, ossia sulla «Rivista critica di storia della filosofia» di Dal Pra, imbastiscono, in perfetta corrispondenza cronologica alle due pubblicazioni, due numeri monografici, uno su Dewey10 e uno su Russell11. A illustrare la situazione, sono le lettere pavesi di Preti a Dal Pra. La prima è del 28 dicembre 1951:

 1- Non ho voglia di fare l’articolo per il II volume delle pubblicazioni dell’Istituto. Non mi interessa il tema, troppo lontano oramai dai miei interessi e dalle mie opzioni attuali; oramai per me la «ragione» (in senso kantiano-hegeliano-banfiano) è soltanto, come la fantasia e la religione, uno dei pesi morti che ritarda lo sviluppo della cultura, affidata secondo me soltanto all’intelligenza (riflessione pragmatica sull’esperienza sensibile). L’unico uso «critico» della ragione è quindi soltanto di concludere che della «ragione» (sfera delle idee, in senso kantiano) si può fare a meno.

2- Per quanto riguarda il Marx, bu!, come si fa a fare un Marx, per giunta con le vostre direttive strettamente monografiche? (A parte il fatto che io sono anti-monografico per eccellenza: quello che nei filosofi mi interessa è quello che c’è di avventuroso, non il sistema a cui disgraziatamente possano pervenire; inoltre di vitale ci sono le correnti, i movimenti, non i pensatori, che nel loro insieme sono sempre noiosi).

 La seconda è del 10 gennaio 1952, in risposta a una lettera dalpraiana di cinque giorni prima:

 mi sembri un po’ dispiaciuto: non vorrei che tu volessi attribuirmi polemiche che non erano nelle mie intenzioni.

Questo soprattutto per quello che riguarda il programma o criterio della collezione: io non volevo dire che non va bene. Soltanto, e unicamente, che non andava bene per me, cioè per i miei abiti mentali, i miei gusti, il mio modo di lavorare, etc. E ti spiegavo invece quelle che sono le mie tendenze e i miei gusti: cioè io non amo il pensatore in quanto tale, ma i movimenti, intesi come esperienze, avventure intellettuali. La tua critica, diciamo «nominalistica», non regge molto: perché un conto è seguire un pensatore in tutte le sue opere, le sue vicende, le sue eventuali contraddizioni, e un conto è estrarne (se vuoi, «astrarne») un certo tema, inseguito magari in una sola opera, magari semplicemente episodico nella vita di quel tale pensatore, e metterlo a confronto con altri modi, diversi o simili o uguali, di inseguire lo stesso tema. […]

Comunque, vedo che nella «Storia universale» di Bocca ci sono anche movimenti: io posseggo, oltre il tuo Scetticismo, l’Illuminismo inglese di Garin, e lo Storicismo tedesco di Giusso. A modello di questi ultimi due potrei farti una Sinistra hegeliana, per cui ho già molti appunti e che, modestia a parte, verrebbe bella e ricca di pensiero (comprenderebbe capitoli su D. F. Strauss, B. Bauer, L. Feuerbach, K. Marx, F. Engels, e, sullo sfondo di questi, altri minori). Se la cosa ti va in linea di massima, ti prego di scrivermi subito, che io subito mi metterò al lavoro; se no, pazienza: sono certo che la nostra amicizia non verrà turbata da così poco.12

 Ad ogni modo, Dal Pra procede per conto suo nella «Rivista critica», dove escono in successione: L’identità di filosofia e prassi nell’attualismo gentiliano (I 1951, pp. 8-21); Socialismo e metafisica (III 1951, pp. 144-147); recensione di Rodolfo Mondolfo, Il materialismo storico in F. Engels (III 1952, pp. 333-334); Socialismo e fatalismo (IV 1953, pp. 508-511). Il punto nodale è la filosofia della prassi, per cui in sintesi può dirsi: Dal Pra rovescia l’accusa di Gentile a Marx, nel senso che Gentile ha capito sì l’importanza della prassi, ma come Hegel l’ha idealizzata-ipostatizzata; Mondolfo ha ragione contro il materialismo engelsiano-dialettico, ma tende a teoricizzare la prassi stessa; chi non cede al teoricismo, ed anzi lo svela come risvolto cieco della passività sociale, è il Gramsci dei Quaderni, sono i fabiani inglesi, di cui vengono elogiati i Nuovi saggi.13

La metà degli anni Cinquanta vede i due finalmente in cattedra: Dal Pra a Milano, Preti a Firenze. La prima mossa di Dal Pra è cooptare Preti nella direzione della «Rivista critica», dove si assiste per opera di entrambi a un intreccio stringente tra affinamento degli strumenti neoempiristici e applicazione loro ai territori storiografici della logica anti-aristotelica.14 La seconda mossa è smarcarsi ulteriormente dal marxismo-leninismo: significativo è il suo intervento al XVII Convegno nazionale di filosofia svoltosi a Napoli il 18-22 marzo 1955, in polemica con la relazione introduttiva di Banfi;15 come significativa la lettera del 28 luglio 1955 di Preti a Dal Pra, che gli aveva passato la relazione:  

 Ho letto le follie del Venerabile. Follie non soltanto dal punto di vista politico; ma inaccettabili anche teoreticamente. Anche se è vero (cosa che non sarei disposto ad ammettere) che le tendenze attuali della cultura borghese sono tendenze che riflettono una profonda crisi della società (ma occorrerà poi chiarire il senso di questa metafora del «riflettere»!), non vedo comunque come si possa uscire da una crisi se non passandovi attraverso. Non vedo un «punto spermatico» fuori della società e quindi non corrotto dalla medesima crisi. Anche il proletariato, se pure non è un mito (e da che cosa è stata dimostrata l’equazione «proletariato» = «comunismo»?) è una classe di questa società, non ha altra cultura che la nostra (o peggio, i residui arretrati della nostra) ed è coinvolto nella crisi. Comunque, ti rimando il malloppo.

 Banfi morì il 22 luglio 1957 dopo tre settimane di agonia. Aveva fatto in tempo a tuonare da «Rinascita» in marzo contro gli insorti ungheresi e i dissidenti italiani, e ad andare in aprile per l’ultima volta in URSS. Al ritorno deve aver letto Praxis ed empirismo del vecchio allievo. Non si ha conoscenza di sue reazioni, mentre note sono quelle comuniste, astiose fino allo sberleffo. Preti trovò modo di replicare da «Passato e presente», dove trovò in Emilio Agazzi un difensore sottile.16  Dal Pra, per parte sua, rifiutando la mischia intervenne di lato, con una recensione a due saggi sul giovane Marx di Alfredo Sabetti,17 che parte citando il paragrafo iniziale di Praxis e empirismo, dove

la filosofia del giovane Marx viene indicata come pragmatismo, come risoluzione della filosofia speculativa in filosofia della prassi. Tuttavia, più tardi, Marx avrebbe abbandonato questi suoi interessi filosofici e sarebbe passato alla formulazione della teoria del rapporto fra struttura economica e soprastrutture ideologiche, colla conseguente riduzione della filosofia a ideologia e pertanto colla eliminazione della filosofia quale elemento autonomo dello sviluppo storico.

A questa ipotesi di Preti, Sabetti sa solo opporre la tesi di un Marx già da subito canonicamente orientato:

di qui la necessità di mostrare che gli studi filosofici di Marx, che precedono la formulazione del materialismo storico, formano un tutto continuo con quel risultato, che vengono gradualmente preparando e maturando; per lo storico che non condivida il presupposto del S. non esiste questo «vero Marx» e i vari momenti della sua attività speculativa vanno studiati senza l’a priori di una finalità immanente, di una «astuzia provvidenziale»; noi riteniamo che uno studio ideologicamente più libero del pensiero di Marx possa risultare sia storicamente che teoricamente più aperto.

Con ciò si profila per Dal Pra un impegno che è anche un pegno: sviluppare un’indagine storiografica volta a testare le intuizioni dell’amico. Un Marx illuminato da Preti insomma, ovvero sfrondato di molto: via Stalin, via Lenin, via Engels; via Diamat, teoria del rispecchiamento, passaggio dalla quantità alla qualità; via anche dittatura del proletariato, teoria del valore-lavoro, caduta tendenziale del saggio di profitto; via rapporto struttura-sovrastruttura, via addirittura materialismo, via dialettica…18

Quel che resta, è nelle pagine seguenti.

Note

1 Il titolo completo era Il pensiero filosofico di Marx dal 1835 al 1848 (con particolare riguardo alla filosofia della prassi). Appunti dalle lezioni di Storia della filosofia a cura della dott. M. E. Reina. Sulla curatrice cfr. Z. Kaluza, Maria Elena Reina (1923-2005), in «Rivista di storia della filosofia», I 2006, pp. 233-236. Gli studenti frequentanti erano decine, le copie litografate dalla Goliardica un centinaio. Ho tolto la premessa poiché (evidentemente non rivista da Dal Pra) prometteva una disamina del periodo 1838-47, che non corrisponde né al titolo (1835-48), né al contenuto (1835-45) del corso. Ugualmente, nel titolo ho tolto la specificazione temporale, poiché da un lato essa stona col contenuto, dall’altro per Dal Pra di filosofia v’è traccia solo nel Marx giovane. Ho corretto i numerosi refusi, uniformato il testo iuxta sua principia, e riadeguato alle fonti tutte le citazioni.

2 G. Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi, Torino 1957, pp. 11-12 (finito di stampare il 29 aprile, pochi mesi dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria). 3 Storia delle idee nel secolo XIX (1934), trad. di C. Maturi Egidi, Einaudi, Torino 1950, pp. 230-233. Le due citazioni qui sopra riportate aprono anche il saggio dalpraiano Dewey e il pensiero del giovane Marx, in «Rivista di filosofia», III 1960, pp. 279-292.

4 La filosofia di Marx e la crisi contemporanea, in G. Preti, In principio era la carne, a cura di M. Dal Pra, F. Angeli, Milano 1983, pp. 35-102.

5 Cfr. ivi, pp. 82-84, dove il vizio comune è nel privilegiamento della ragione dialettico-sintetica rispetto all’intelletto scientifico-analitico. La relazione di Dal Pra a un convegno milanese del 28 febbraio 1983 (poi in Aa.Vv., Antonio Banfi, Unicopli, Milano 1984, pp. 11-35) riportava come novità di assoluto valore proprio queste pagine pretiane.

6 Dizionario Letterario Bompiani delle Opere, Milano 1947, p. 434. Iscrittosi al Pci nel 1945, Preti ne era uscito l’anno dopo, su posizioni libertarie. Insegnante in un liceo pavese fino al 1949, nel biennio successivo fu assistente di Banfi, divenuto nel frattempo marxista-leninista in teoria e senatore comunista in pratica (cfr. F. Minazzi, Giulio Preti: Bibliografia, Angeli, Milano 1984, pp. 22-54, e più in generale M. Dal Pra, Studi sull’empirismo critico di Giulio Preti, Bibliopolis, Napoli 1988).

7 Dal Pra, scioltosi nel 1947 il Partito d’Azione, si iscrive al Psi su posizioni anti-frontiste. Fondamentali per la sua formazione politica furono S. Trentin, Stato e federalismo, e G. D. H. Cole, Il socialismo fabiano, curati e pubblicati nel 1945 da Dal Pra per La Fiaccola. Insegnante in un liceo milanese, lavora per tutto il 1947-48 a una storia della Resistenza (cfr. la mia Introduzione a M. Dal Pra, La guerra partigiana in Italia, Giunti, Firenze 2009, pp. 21-33) e a una storia dello scetticismo, i cui primi frutti saranno Hume e Lo scetticismo greco, usciti da Bocca nel 1949-50 (cfr. M. Dal Pra-F. Minazzi, Ragione e storia, Rusconi, Milano 1992, passim).

8 Teoricismo e marxismo, 13 gennaio; Il teoricismo dell’al di là, 21 gennaio; Teoricismo dell’al di qua, 28 gennaio; Marxismo e filosofia della prassi, 10 febbraio; Cattolicesimo e marxismo, 17 febbraio. Gli appunti per la conferenza comasca sono nel Fondo Mario Dal Pra, cartella 36, fasc. 202, alla Biblioteca del Dipartimento di filosofia della Statale di Milano.

9 Significativo assai, nella prima pubblicazione, M. Dal Pra, Logica teorica e logica pratica nella storiografia filosofica, pp. 33-64.

10 Cfr. M. Dal Pra, Anti-metafisica e metafisica nella logica di Dewey, IV 1951, pp. 275-285. Banfi è presente con un contributo particolarmente breve e greve, in cui dà del servo dell’imperialismo a Dewey, di cui Preti aveva appena introdotto Problemi di tutti (Mondadori, Milano 1950) esaltandone l’americanismo come spirito di frontiera (prodiga di commenti entusiastici la copia in possesso di Dal Pra), e di cui Dal Pra sottolinea le potenzialità con Hume e Dewey, in «Revue internationale de philosophie», II 1952, pp. 236-249.

11 Cfr. M. Dal Pra, Sul rapporto fra teoria e prassi nel pensiero di Russell, II 1953, pp. 283-289. Di Russell Dal Pra introduce Il potere: una nuova analisi sociale (Bocca, Milano 1954). Sul clima culturale cfr. M. Dal Pra, Il razionalismo critico, in Aa.Vv., La filosofia italiana dal dopoguerra a oggi, Laterza, Roma-Bari 1985, pp. 331-391.

12 Fondo Mario Dal Pra, cartella 7, fasc. 409. E v. la terza lettera, del 17 febbraio 1952: «A dire la verità, io non ho in corpo un lavoro su La Sinistra hegeliana: ho molti appunti che potrei sfruttare, ma potrei sfruttare anche altrimenti». La Bocca fallirà nel 1955; le lettere di Dal Pra stanno sigillate nel Fondo Preti presso la Fondazione Amici di Cattaneo, la quale ha a sede fantomatica Besozzo e a fantomatico presidente Umberto Bossi.

13 Cfr. A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 1948; Aa.Vv., Nuovi saggi fabiani (1951), a cura di R. Crossman, Comunità, Milano 1953.

14 Al lettore volonteroso consiglio di incrociare per il lustro 1953-57 la Bibliografia pretiana cit. con quella dalpraiana di L. Bianchi in Aa.Vv., La storia della filosofia come sapere critico, F. Angeli, Milano 1984, pp. 749-772.

15 La relazione, col titolo La coscienza storica, apre il vol. I di Aa.Vv., ll problema della conoscenza storica, LSD, Napoli 1955; l’intervento di Dal Pra è alle pp. 42-44 del vol. II, Comunicazioni, uscito l’anno dopo.

16 Su ciò, cfr. M. Cingoli, Marxismo, empirismo, materialismo, Marcos y Marcos, Milano 1990, pp. 61-129. L’ultimo scritto, incompiuto, di Dal Pra riguardò il marxismo di Agazzi, e sin nell’intonazione echeggiava il clima di allora, cfr. in «Rivista di storia della filosofia», II 1992, pp. 261-263.

17 Azionista napoletano, era confluito nel Pci, divenendo marxista-leninista (i saggi in questione confluiranno in Sulla fondazione del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1962). La recensione di Dal Pra è in «Rivista critica», IV 1957, pp. 495-497.

18 Assente infatti qui l’idea che frutterà a Dal Pra La dialettica in Marx (Laterza, Bari 1965), di una dialettica analitica immune dalle vecchie aberrazioni. E inimmaginabile che giusto a metà degli anni Sessanta un’aberrazione nuova, ma dispostissima a risuscitare le vecchie, il maoismo, sotto mentite spoglie di una critica critica vanificasse quell’idea col pretesto di inverarla (e davvero formidabili quei danni, se agiranno ancora vent’anni dopo, cfr. F. Minazzi-E.I. Rambaldi, Due critici del neoidealismo negli anni Trenta: M. Dal Pra e L. Geymonat, in Aa.Vv., Scienza e filosofia, Garzanti, Milano 1985, pp. 110-126).

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