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Indigesti

ESTRATTI DAL LIBRO ALLEGATO AL CD OSSERVATI DALL'INGANNO, SHAKE EDIZIONI, 2010

INDIGESTI: STORIE - TESTI - FOTO
di Silvio Bernelli, Rudy Medea, Enrico Giordano, Massimo Corradino


IN SALA DI REGISTRAZIONE E DOPO, MOLTO DOPO di Silvio Bernelli

Sono passati quasi venticinque anni dall’uscita di Osservati dall’inganno, il disco su cui si è poggiata gran parte della parabola del nostro gruppo: gli Indigesti. Un nome che non mi è mai piaciuto – non facevo parte della formazione originale e quindi il nome l’ho “ereditato” punto e basta –, e che ancora oggi suona un po’ come una strizzata d’occhio alle band di rock demenziale: quelle sì, indigeribili. Il nome Indigesti ha però il pregio di spiegare con esattezza un suono, e più ancora, un approccio. Alla musica, e non solo.
Nel mio primo romanzo I ragazzi del Mucchio (Sironi Editore), la fase di produzione di Osservati dall’inganno l’ho raccontata in poche righe.
Durante l’autunno completammo i pezzi nuovi e li registrammo con l’aiuto di Roberto, ormai diventato produttore discografico a tutti gli effetti. Dopo due settimane di lavoro in sala d’incisione, la session si concluse con dodici pezzi pronti per il disco Osservati dall’inganno. La prima stampa, 3.500 copie in vinile azzurro, sarebbe stata pronta per la fine dell’anno. La registrazione ci lasciò qualche dubbio perché Rudy aveva voluto a tutti costi mixare la voce più bassa rispetto agli strumenti. Era stato testardo, come al solito. Malgrado l’inconveniente della voce, sembrava che il disco fosse buono. A TVOR, la nostra etichetta discografica, piacque lo stesso. Fu uno dei primissimi album dell’hardcore italiano. La copertina con cui uscì non convinse nessuno, così l’anno successivo venne cambiata. Anche questa seconda copertina sarebbe stata confezionata con una grafica distante dall’iconografia hardcore, come voleva lo stile degli Indigesti. Ora ho l’opportunità di ricordare anche altri fatti avvenuti durante la registrazione.
Era una delle primissime volte che una band hardcore italiana entrava in studio per incidere un intero album, e il dialogo con Beppe Crovella, produttore e proprietario della sala di registrazione, nonché tastierista del gruppo jazz-rock Arti & Mestieri, non filò sempre liscio. Credo che semplicemente il suono degli Indigesti per lui e per tutti http://myfastweightloss.net/ i produttori italiani di quel periodo fosse qualcosa di eccessivamente disturbante, tecnicamente incomprensibile e in fondo anche un poco esotico. Detto ciò, credo sia riuscito a cavarsela bene. Fu lui, per esempio, a catturare la distorsione iterata che apre e chiude il disco: venne fuori per caso, innescata da un qualche feedback di cui non scoprimmo mai la natura.
A dare una mano a Beppe Crovella avevamo chiamato Roberto Vernetti, che era stato il bassista nella prima formazione degli Indigesti. Credo che Osservati dall’inganno fu la sua prima esperienza in sala di registrazione in veste di tecnico e produttore. Il suono della chitarra di Enrico, quella distorsione tagliente, ma mai granitica che tanto caratterizzava gli Indigesti – e che mi pare ancora oggi una delle cose migliori del disco – riuscimmo a riprodurla fin da subito. Meno bene ci andò con il tentativo di imitare il suono del rullante di Ace of Spades dei Motorhead, temo. Sempre a proposito di batteria, Rudy si era messo in testa di registrarla con la doppia cassa, anche se Massimo non faceva che ripetergli che non aveva mai provato a usarla, che non era capace, e che soprattutto i nostri pezzi davvero non avevano bisogno della doppia cassa. Solo dopo aver buttato via un paio d’ore in inutili tentativi in una sala di registrazione che, giustamente, funzionava a tassametro, riuscimmo finalmente far cambiare idea a Rudy. Sul volume della voce invece proprio non ce la diede vinta ed è stato un peccato: nascoste nelle pieghe del mixaggio ci sono finezze vocali che mi piacerebbe molto poter ascoltare oggi.
Un’altra cosa che ricordo accadde non in sala di registrazione, ma nel luogo in cui si faceva il master del vinile, a Milano. Era un grande studio che mi pare si chiamasse Elettroformati. C’eravamo solo Enrico e io in compagnia di un tecnico abbastanza anziano. Di solito la gente (chiunque, figuriamoci quelli un po’ avanti con l’età) a quell’epoca reagiva all’ascolto di un pezzo qualunque degli Indigesti tappandosi le orecchie. Il tipo invece non solo non fece una piega davanti al nostro muro di suono,ma anzi, con l’accento duro del milanese doc disse che il basso era un po’ troppo basso di volume. Così lo alzammo lì, in diretta, durante il mastering finale. Se si fa un po’ di attenzione, si sente che nella parte iniziale di Silenzio statico, il pezzo che apre l’album, il basso parte in sordina per poi alzarsi al volume giusto una manciata di secondi più tardi. Raccontare oggi questo accorgimento dell’ultimo momento sembra un po’ una follia, ma all’epoca noi le cose le facevamo così. Improvvisando, seguendo l’intuito, sbagliando anche molto più di una volta. In fondo eravamo solo ragazzi di venti, ventuno anni, che si erano inventati una cosa nuova tutti da sé.
La registrazione di Osservati dall’inganno fu l’ultima occasione in cui suonammo con Massimo Corradino alla batteria. Dopo un breve interregno di Maniglia, anche cantante dei Crash Box, i tamburi sarebbero diventati poi dominio esclusivo di Massimo “Massimino” Ferrusi, il batterista che compare nelle riprese video incluse in questa edizione di Osservati dall’inganno. Se avessero detto a uno qualsiasi di noi quattro che la registrazione dell’album sarebbe stata l’ultima session di quella formazione, sono certo che nessuno ci avrebbe creduto.
Sorprese tipiche della vita di ogni band, comunque.
Osservati dall’inganno fu promosso con un tour europeo, il secondo degli Indigesti, organizzato a ridosso dell’uscita, e l’estate successiva con un lungo tour negli Stati Uniti. Lì Osservati dall’inganno uscì per l’etichetta BCT Tapes & Records (nonostante fosse interamente cantato in italiano), che ne trasse anche un 45 giri intitolato The Sand Through the Green. All’edizione americana e a quella firmata TVOR seguirono diverse ristampe e, ovviamente, ci furono anche diverse altre copertine. Oggi nessuno di noi della band sa quante copie questo album abbia venduto in tutte le sue varie trasformazioni ed edizioni. Molte, per il mercato indipendente europeo, ma malgrado questo praticamente non ne abbiamo cavato un soldo.
Anche questa, una sorpresa tipica della vita di ogni band underground, o quasi.
È rimasto il disco, comunque, è rimasto Osservati dall’inganno. Un album che è testimone, insieme a un pugno di altri lavori, della grande avventura dell’hardcore italiano. La nostra avventura. La prova indiscussa che anche nei tanto bistrattati anni ’80 si poteva coltivare una passione di libertà, un sogno di indipendenza, e si poteva farlo senza tanti compromessi. Come tutte le cose in fondo, prima di tutto, bisognava volerla.

SILENZIO STATICO

Non ho bisogno di luci intorno a me

Non ho bisogno di luci intorno a me

Non ho bisogno di ciò che rimane

Statico, statico... Immobili idee, immobili idee, immobili idee

Non ho bisogno di mani intorno a me

Non ho bisogno di mani intorno a me

Non ho bisogno di ciò che rimane

Statico, statico... Immobili idee, immobili idee, immobili idee

Non ho bisogno di luci intorno a me

Non ho bisogno di voci intorno a me

Non ho bisogno di mani intorno a me

Non ho bisogno di ciò che rimane

Statico, statico… Immobili idee, immobili idee, immobili idee

È stato il primo pezzo degli Indigesti in cui Rudy ha cambiato il modo di scrivere i testi. Prima usava sempre il noi, “Noi siamo polvere negli occhi di chi ci guarda”, diceva per esempio il testo di Polvere fastidiosa, una delle nostri canzoni più vecchie.
Invece in Silenzio Statico usa la prima persona. Silenzio Statico fa anche da collante tra il primo periodo del gruppo e il secondo: è l’unico pezzo scritto dalla vecchia formazione, quella senza Silvio, pubblicato su Osservati dall’inganno.
Massimo

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