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Crass

Estratto dal capitolo 1 di La storia dei Crass. Il punk è morto. Anarchia per te! di George Berger, ShaKe Edizoni 2010.

1. ANOK4U2?

“Questa volta si fa sul serio!” sogghignava Ronnie Biggs, ospite, con quello che restava dei Sex Pistols, nel documentario La grande truffa del rock’n’roll. Il paradosso era completo. Quella che a un’intera generazione alla deriva era sembrata un’ancora di salvataggio era stata presentata da Malcolm McLaren e dai suoi accoliti come un’elaborata illusione – un coniglio estratto dal cappello, un modo per sviare l’attenzione.
La truffa doveva servire a mescolare le carte in tavola e sicuramente aveva avuto successo nel campo dell’intrattenimento, ma le tribù disperse d’Inghilterra volevano di più. Per gente che si era lanciata nel punk scegliendolo come stile di vita, “questa volta si fa sul serio” era una frase a cui si poteva, si doveva, dare valore.
“Helen, non credere mai a un hippie!” urlava McLaren nel documentario. Ridevamo, non sapendo se stesse facendo dell’ironia o ci credesse veramente. La cosa buffa era che a ridarci fiducia sarebbe stato proprio un gruppo di persone cresciuto nell’era hippie.
Da un punto di vista più positivo, e forse più importante, c’era una rivoluzione positiva in Nicaragua, nel corso della quale i sandinisti invasero il parlamento e presero il potere. Così, tra la disperazione germogliavano sempre i semi della speranza e di un senso di possibilità. Ma Astrid Proll veniva arrestata a Londra e Sid Vicious pogava via da questa spira mortale.

“Questa volta si fa sul serio!” L’ironia è completa. Londra 1978. Il punk è morto.

Un’intera generazione resta senza colonna sonora. Il punk infatti era diventato ben più di uno stile musicale alla moda. In realtà qualcosa di più lo era sempre stato. Aveva esordito come dichiarazione di stile urlata dalle vetrine di un negozio, il Sex (ora World’s End), gestito da Malcolm McLaren e Vivienne Westwood a King’s Road, e si era evoluto diventando uno stile di vita che gridava ribellione.
La natura non tollera il vuoto. Il capitalismo nemmeno, lo chiama “gap di mercato”.
È arrivato il momento di presentare i Crass. Il resto è, o dovrebbe essere, storia. Una storia finora vergognosamente taciuta. I Crass, dicevamo. Su uno dei primi manifesti del gruppo affisso all’esterno di quello che restava del Roxy Club a Covent Garden era scritto: “La Germania ha avuto la Baader Meinhof, l’Inghilterra il punk. Ma questo non possono ucciderlo”.
Alla metà degli anni settanta, quando il punk esplose nelle strade, l’Inghilterra era un luogo a sé, un grande casino.
Nel 1974 i minatori erano entrati in sciopero facendo cadere il governo conservatore. Ma durante il governo laburista l’economia andò in pezzi. Il paese fu costretto a elemosinare un prestito dal Fondo monetario internazionale. Nel 1976 l’inflazione viaggiava attorno al ventitré percento e in soli tre anni la disoccupazione era raddoppiata, passando dal due al quasi sei percento, il record negativo dalla recessione degli anni trenta. Alla temporanea anomalia del boom economico postbellico era subentrata una profonda recessione post-coloniale, in cui la Gran Bretagna era stata riportata alla condizione precedente l’impero da colonie stanche di essere sfruttate.

Nella torrida estate del 1976, fu creato un ministero della Siccità – affidato a Denis Howell – che annunciò la necessità di dimezzare il consumo d’acqua, pena il razionamento. L’ondata di caldo causò un aumento dei ricoveri per insolazioni e attacchi cardiaci. L’asfalto si scioglieva. La siccità aveva effetti negativi anche sull’economia: migliaia di persone si davano per malate per godersi le giornate di sole.
Aggiungeteci un’accettazione di massa per l’intolleranza razziale e otterrete la formula della rabbia sociale.
Erano tempi in cui era tollerabile una sitcom televisiva come Love Thy Neighbour basata sull’insofferenza razziale di un bianco nei confronti dei vicini neri; tempi in cui Eric Clapton – un musicista che doveva la sua fortuna al blues – dichiarava sul palco che l’Inghilterra era “eccessivamente affollata”, consigliando al pubblico di votare per Enoch Powell, politico inglese anti-immigrazione, e impedire che il paese diventasse “una colonia nera”. (In risposta, alla fine del 1976 sarebbe nato Rock Against Racism.) Nelle elezioni del maggio 1976, quasi un inglese su cinque votò per il National Front e durante il carnevale estivo di Notting Hill scoppiarono rivolte razziali in cui gruppi di giovani neri dichiaravano guerra alla polizia. Erano tempi in cui, secondo il “Daily Mail”, “la correttezza politica era impazzita”.

Credo che la sensazione diffusa nella società inglese dalla metà degli anni settanta in avanti fosse che i due principali partiti non avessero più niente da offrire. Fino ad allora, la gente era convinta che le cose potessero soltanto migliorare.

Dave Morris, London Greenpeace, McLibel Two

All’epoca l’anarchia era rappresentata in Gran Bretagna dalla Angry Brigade, un gruppo anarchico indipendente le cui campagne dinamitarde colpivano, senza fare vittime, un ampio spettro di obiettivi fascisti e capitalisti. Gli obiettivi erano generalmente collegati all’apparato statale nonostante, strano a dirsi, includessero anche la boutique hippie Biba. Le azioni erano seguite da comunicati che le spiegavano chiedendo ai lavoratori di unirsi alla lotta. Ma naturalmente non ottennero alcun seguito.
Era un’Inghilterra arretrata. Si trovavano solo spaghetti in scatola; i tre canali televisivi iniziavano la programmazione all’ora di pranzo e finivano prima di mezzanotte; la gente cominciava solo allora ad andare in vacanza all’estero. La Spagna era diventata una destinazione popolare e a nessuno interessava che fosse ancora una dittatura fascista – Franco era morto nel 1975, ma la democrazia non arrivò prima del 1978. Anna Ford creava scompiglio diventando il primo speaker donna del paese e rompendo l’apartheid sessuale.

L’Inghilterra era arretrata, ma cercava disperatamente qualcosa che la proiettasse in avanti. Gli anni settanta erano stati segnati dall’enfasi del nuovo: i quartieri dormitorio erano stati abbattuti in massa per lasciare posto a luccicanti palazzi. Erano trascorsi soltanto vent’anni dal razionamento bellico, ma la società dei consumi imperversava. La gente consumava per il piacere di farlo: strumenti elettrici alla moda, caffettiere, sifoni per il selz, bisognava acquistare qualsiasi novità, indipendentemente dalla necessità o dal bisogno, meglio se si trattava di uno “status symbol”. Erano stati introdotti carte di credito e bancomat per incoraggiare la spesa, anche di chi i soldi non li aveva, e il sistema delle vendite a rate. Continuare ad acquistare, alla ricerca perenne del nuovo: era questa la parola d’ordine. Ma dov’era la nuova musica?
Nel dicembre del 1976, i Sex Pistols bestemmiarono all’ora del tè durante il programma televisivo per famiglie Today e il punk venne allo scoperto. Rabbia e anarchia. Abiti anticonformisti che erano una dichiarazione di intenti. I genitori indietreggiavano inorriditi e i benpensanti erano disgustati. Il punk, da fenomeno oscuro confinato in città come Londra e Manchester, finiva in prima pagina. In funzione di chi rispondesse, era la fine dell’inizio o l’inizio della fine del punk.
La storia – e il film dei Sex Pistols The Filth and the Fury – avrebbero registrato il punk come sinonimo dell’inverno dello scontento, quando a causa degli scioperi dei netturbini la spazzatura si accumulava agli angoli delle strade. Ma questo sarebbe accaduto nel 1979.
Restiamo invece nel 1978. L’esplosione iniziale del punk si era esaurita, soprattutto agli occhi dei mass media. L’urlo catartico si era spento e, in un modo o nell’ altro, la polvere si era posata.
Eroi di un’epoca (un’epoca priva di eroi), i Sex Pistols erano stati mandati a morire di morte certa in America e i Clash avevano deciso di non essere, dopotutto, così annoiati dagli Stati Uniti, trasformandosi in una generica rock band. L’industria musicale promuoveva una sfilza di gruppi definendoli sommariamente “new wave” o “power pop”, e facendo quello che era sempre riuscito meglio: prendere un movimento, annacquarlo e impacchettarlo, pronto al consumo, rimuovendone chirurgicamente lo spirito, limitandosi a conservarne le effimere, identificabili, superficiali rappresentazioni. Band come i Boomtown Rats scalavano le classifiche, mentre i Jam censuravano i testi di This is the Modern World instillando negli ascoltatori il dubbio che non fossero mai stati una punk band.
Ma lo spirito punk non era così facile da nascondere sotto il tappeto. Per una legione di giovani inglesi, il punk significava molto di più. Come altri grandi movimenti giovanili del dopoguerra – beatnik, teddy boy, mod, hippie e altri – il punk indicava la via della liberazione personale, la scoperta del sé; un luogo popolato di outsider, romantico, anticonformista, creativo. Un luogo che, una volta scoperto, era impossibile accantonare in favore di un prosaico revival o rivolgendosi a motivetti pop senz’anima.
Il punk aveva sostenuto il dogma del Do It Yourself, l’idea che tutti potessero fare da sé. Aiutato dalla presunta natura rudimentale della musica, il punk assunse il diy come principio e diede forma e vita a fanzine. “Strangled”, e non “Sniffin’ Glue”, come si crede, mise per prima in copertina il posizionamento delle dita per i primi tre accordi: “Ecco i tre accordi. Adesso formate una band!”.
In questa fase, l’etica del diy era soltanto una mezza verità. Mentre la retorica suggeriva l’emergere di una nuova generazione musicale “anno zero”, in fuga dal mondo hippie – “Arrivo direttamente dal nulla e nel nulla tornerò” dicevano i Buzzcocks – la verità era ben altra. I Pistols e i Clash erano band toste e musicalmente competenti. I Clash in particolare non erano ragazzini alle prime armi. E, nonostante le prese di posizione di McLaren e le prime interviste dei Sex Pistols – “Odio gli hippie, odio i capelli lunghi”, diceva John Lydon alias Johnny Rotten – il movimento punk aveva parecchie cose in comune con gli ideali del precedente movimento hippie.
Detto questo, là fuori c’era una nazione conquistata dalla retorica e pronta a trasformarla in realtà. Mentre i primi adepti del punk sgattaiolavano via per intascare prebende, orde sempre più numerose di punk, rinfoltite da giovanissimi pronti a unirsi al casino, erano alla ricerca disperata di un posto dove andare.
In questo contesto, affrontare – e affrontare è davvero il termine corretto – il primo disco dei Crass, Feeding of the 5000, era al contempo una sconvolgente rivelazione e una sensazione quasi salvifica per chi aveva dovuto sorbirsi i vaneggiamenti di Ronnie Biggs e della sua cricca, quasi un insulto alle speranze e ai sogni di un’intera generazione. All’arrivo dei Crass, abbiamo avvertito che questa volta si sarebbe potuto fare sul serio. Era una band che, nel bene e nel male, sembrava prendere la parola “anarchia” alla lettera, forse conoscerne persino il significato.

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(copyright ShaKe, 2010, vietata la riproduzione a fini commerciali senza autorizzazione)

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